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Come ricordare Andreotti, il più emblematico politico italiano del dopoguerra?

 

In questi giorni, Giulio Andreotti avrebbe compiuto 100 anni. A quasi sei anni dalla sua morte, si sono srotolati su alcuni giornali i primi ricordi, i primi giudizi “protostorici” sul politico più emblematico della storia contemporanea dell’Italia. Sprezzante e sarcastico il ritratto stigmatizzato da un intellettuale di destra, molto lucido e apprezzato anche oltre la sua area di riferimento, come Marcello Veneziani: “Non fu statista ma statico, inamovibile. Andreotti ebbe più senso del potere che dello Stato, della curia più che della nazione, della sacrestia più che del pulpito. Fu minimalista, antieroico e antidecisionista, rappresentò l’italianissima trinità Dio, pasta e famiglia, sostituendo la patria con la pajata e sognando un dio che patteggia col diavolo. Brillante nelle conversazioni, reticente nei diari; sapeva fior di retroscena, ma preferì l’omertà”.

Lucido e senza strumentali accanimenti giudiziari quello invece tratteggiato dal giudice Gian Carlo Caselli. Il magistrato piemontese lo abbiamo conosciuto, sempre sotto scorta, in più occasioni organizzate dal Gruppo di Fiesole e da Articolo 21. Un “civil servant”, come verrebbe definito in Gran Bretagna, dove una figura del genere avrebbe meritato addirittura un riconoscimento alla Camera dei Lord. Caselli ha combattuto con la stessa tenacia, sempre tenendo conto dei diritti costituzionali, prima il terrorismo e poi la mafia. E’ stato uno dei magistrati più in gamba del nostro sistema giudiziario, apprezzato a livello internazionale, come lo furono Falcone e Borsellino. E si è creato nel tempo tanti, troppi nemici potenti, che lo hanno sempre osteggiato.

Addirittura, il Parlamento a maggioranza berlusconiana (Andreotti era senatore a vita) promulgò una legge per bloccarlo all’incarico di Procuratore capo Antimafia (emendamento alla legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario, la cosiddetta “Riforma Castelli” del 2005). A causa di quell’emendamento, Caselli non fu nominato Procuratore nazionale antimafia per superamento dei limiti di età. La Corte Costituzionale, dopo la nomina di Pietro Grasso a quel posto, dichiarò incostituzionale il provvedimento che lo aveva escluso dal concorso. Scontò così il suo impegno rigoroso nel processo contro Andreotti processato per concorso esterno alla mafia, in qualità di Procuratore del Tribunale di Palermo, dopo le stragi che provocarono le morti di Falcone e Borsellino.

Purtroppo anche “da sinistra”, qualcuno ha ricordato la figura di Andreotti come un esempio di valido statista. Forse questo qualcuno, troppo giovane e ancora immaturo come una mela acerba, ha frequentato letture superficiali, agiografiche, e farebbe bene, quindi, a rileggersi la storia patria e allargare il suo orizzonte su altre fonti di prima mano.

Ecco di seguito invece il ricordo esaustivo, fatto da Caselli, dal titolo “Il masochismo istituzionale di chi celebra Andreotti”:

 “All’Eur campeggia una scritta tratta da un discorso di Mussolini del 1935. Con la solita esaltata esagerazione (che il nostro Paese pagherà assai cara) la dura mascella del Duce aveva proclamato che gli italiani sono un popolo di eroi, santi, poeti, artisti, pensatori, scienziati, navigatori, colonizzatori, trasmigratori. Una lunga lista, che talora si è pensato di modificare. Cancellando ad esempio la parola “trasmigratori”, per qualcuno ormai sinonimo di “pacchia”. Oppure inserendo “evasori” e “corrotti”. Magari persino “mafiosi”, non fosse per la resistenza di quanti (pur abbondando in Italia i problemi di mafia) sono convinti che il nostro sia anche il paese dell’antimafia.

Per molteplici ragioni: dal tragico prezzo pagato con un’infinità di vittime, alle norme d’avanguardia  il reato associativo del 416 bis con relativo concorso esterno), al fiore all’occhiello dell’antimafia sociale, che ai boss dà fastidio più delle manette. Ma proprio sul versante dell’antimafia ecco la paradossale tentazione di aggiungere alle qualità italiche elencate dal Duce quella di …”masochisti”. Penso alle manifestazioni del centesimo anniversario per la nascita di Giulio Andreotti: non tanto in sé ovviamente ognuno celebra quel che vuole), quanto piuttosto per il solenne patrocinio del Senato della Repubblica. In questo contesto temo infatti una sorta di “masochismo istituzionale” a causa del velo calato sull’esito del processo di Palermo per mafia: un macigno che sulle spalle dell’imputato pesa come una montagna dopo il verdetto di provata colpevolezza fino al 1980, per aver commesso (commesso!) il delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra. Senza che il peso di questa irreversibile responsabilità penale possa essere scalfito dalle fake news che confondono prescrizione con assoluzione (un oltraggio al buon senso quando il reato è “commesso”).

Ma al di là del verdetto, contro il “masochismo istituzionale” sarebbe bene tener conto di un altro macigno emergente dal processo: l’esistenza del “polipartito della mafia” con cui Dalla Chiesa indicava la compenetrazione illecita fra Cosa nostra e alcuni settori politico-amministrativi. Andreotti era dentro il “polipartito”, di cui facevano parte anche – fra gli altri – Vito Ciancimino, Salvo Lima, i cugini Ignazio e Nino Salvo, Michele Sindona. Chi fossero costoro e come interagire con loro Andreotti lo sapeva benissimo.

Ciancimino, responsabile dello scempio urbanistico di Palermo, nonostante le collusioni mafiose emerse, riuscì ad instaurare con la corrente di Andreotti un solido rapporto, invano ostacolato da Pier Santi Mattarella e poi da Sergio Mattarella.

Alter ego di Andreotti in Sicilia era Salvo Lima, punto di riferimento di varie famiglie mafiose, che a lui si rivolgevano anche per l’aggiustamento di processi. Questa stabile collaborazione con Cosa nostra assicurava alla corrente andreottiana voti in cambio di favori illeciti. Un’interazione che era fonte reciproca di ingenti disponibilità finanziarie.

I cugini Salvo – mafiosi e massoni – costituivano, insieme a Lima, un’architrave del potere andreottiano in Sicilia. Forti di un impero economico-finanziario costruito grazie agli spropositati aggi concessi alle loro esattorie private, foraggiavano vari politici, in particolare la corrente andreottiana. Giacomo Mancini ha testimoniato che i cugini Salvo “comandavano la Sicilia” e “lo sapevano anche a Torino”.

Furono Lima ed i cugini Salvo ad affiancare Andreotti nei due incontri organizzati in Sicilia con il boss Stefano Bontate per discutere il caso dell’integerrimo Pier Santi Mattarella, entrato in rotta di collisione con la mafia e alla fine da questa trucidato.

Michele Sindona riciclava per Cosa nostra (in particolare per Bontate). Impressionante è la sequenza di pressioni per favorirlo, anche dopo l’emissione di un ordine di cattura per bancarotta fraudolenta. Chi osava opporsi rischiava: anche il carcere, dove finì ingiustamente il vicedirettore della Banca D’Italia Sarcinelli, mentre al Governatore Baffi fu evitata l’infamia solo per ragioni di età. Giorgio Ambrosoli fu addirittura ucciso su ordine di Sindona per l’onestà con cui si era opposto al salvataggio del bancarottiere siciliano, a favore del quale invece si mobilitarono Andreotti, altri politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2. Anni dopo l’omicidio Ambrosoli, Andreotti lo commentò in maniera beffarda con le sinistre parole che “se l’era cercata…”

Dunque, il “polipartito della mafia” ha operato concretamente come un tentacolare intreccio, torbido e velenoso. Non si tratta di teoremi o di accidenti o di bagatelle che si possano rimuovere. In questo modo si fa, appunto, del “masochismo istituzionale”. Si fa del male alla democrazia. Perché se in certi periodi essa ha dovuto registrare una salute debole, buona cosa sarebbe ricordarne le cause, affinché il bubbone dei rapporti mafia-politica non si perpetui. Ma non è certo con le amnesie che si curano i bubboni.”

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