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I 70 anni della dichiarazione dei diritti umani. Noury: giusto celebrare, ma per tanti restano una chimera

 
Il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava un documento che sanciva i diritti di ogni essere umano, senza distinzione di razza, religione, ideologia politica.
Giusto celebrare quel momento a 70 anni dalla promulgazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma è doverosa una riflessione su quanto quest’ultima sia disattesa.
Ne abbiamo parlato con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia.
Amnesty Italia celebra il 70° anniversario della dichiarazione dei diritti umani con una serata di musica, testimonianze, letture e riflessioni. Qual è la situazione dei diritti, in Italia e nel mondo?
“In estrema sintesi, a 70 anni dall’adozione della Dichiarazione, i suoi 30 articoli restano una chimera per buona parte dell’umanità. Se in alcuni campi sono stati fatti enormi passi avanti (penso all’avanzamento inarrestabile della tendenza verso l’abolizione della pena di morte) e la Dichiarazione ha ispirato numerosi trattati e convenzioni, il mondo è pieno di conflitti, le prigioni sono ancora colme di detenuti per motivi di opinione, le minoranze e i gruppi più vulnerabili costantemente vessati e la libertà di opinione e di stampa regolarmente repressa. Ricorderemo tutto questo la sera di lunedì 10, con fiaccolate in oltre 80 piazze, insieme a numerose altre Ong”.
Paura e indigenza sono sempre più terreni fertili per la rinuncia a diritti e libertà pur di ottenere sicurezza fisica ed economica. Una china pericolosa. In che modo si può contrastare?
“La fabbrica della paura è l’elemento più pericoloso poiché convince a rinunciare a diritti in cambio di una percezione di sicurezza. ll richiamo all’esigenza dello “sviluppo economico” costituisce un ottimo alibi per violare i diritti civili e politici. Occorre lavorare perché si riaffermino i principi fondamentali della Dichiarazione: che i diritti sono tutti e per tutti. Altrimenti sono interessi o privilegi. E convincere (per chi abbia ancora voglia e disponibilità ad analizzare i dati) che più sicurezza si ottiene con più rispetto dei diritti umani. Chi pensa il contrario, ossia chi è alla fornace della fabbrica della paura non fa che alimentare la fornace della fabbrica del rancore”.
Il decreto sicurezza è un attacco al sistema di accoglienza. Le risorse per fronteggiare l’emergenza di migranti sono state ridimensionate. Le regole per ottenere lo status di rifugiato inasprite. Quali conseguenze nell’immediato e nel medio e lungo termine?
“Il decreto sicurezza è frutto di una pericolosa e arretrata concezione: che i diritti della maggioranza possano essere meglio protetti se si sacrificano i diritti della minoranza. Ne uscirà compromesso l’intero sistema di accoglienza, che produrrà insicurezza, marginalità, irregolarità e renderà ancora più vulnerabili migranti e richiedenti asilo”.
In generale l’Europa continua ad affrontare il problema in maniera sempre temporanea e parziale. In che modo si può spingere affinché qualcosa cambi?
“L’Europa è unita quando si tratta di violare i diritti umani, disunita quando si tratta di fare passi avanti. Le politiche sull’immigrazione lo dimostrano. Tutti sono compatti dietro lo slogan “occhio non vede, cuore non duole”. per non dare dolore ai cuori, non informare e non sensibilizzare l’opinione pubblica, si vogliono rendere invisibili le conseguenze delle politiche di chiusura: dunque, massimo rafforzamento della Guardia costiera libica e ostacoli a ripetizione nei confronti delle Ong che fanno ricerca e soccorso in mare. Continuiamo a chiedere percorsi legali e sicuri, a puntare a una narrazione diversa da quella criminogena e ansiogena. Forse occorrerebbe anche aumentare le forme di attivismo giudiziario, per rendere nulle in quanto illegali tutta una serie di misure contrarie ai diritti umani”.
In Italia, vi sono realtà politiche che identificano in immigrati e rifugiati il nemico, nonostante il nostro Stato vieti rigurgiti razziali. Siamo a un punto di non ritorno?
“Siamo a un punto prossimo a quello di non ritorno. Quello di non ritorno sarebbe compiuto quando venisse criminalizzata ogni forma di dissenso, quando venissero azzerati gli spazi di libertà per la società civile soprattutto quando ci si occupa di determinati argomenti, primo tra tutti l’immigrazione. Alcuni paesi europei, come l’Ungheria, stanno dando l’esempio in negativo. Dobbiamo invertire la rotta al più presto. Riprendere quell’idea, figlia della Dichiarazione, che i miei diritti si rafforzano se i tuoi vengono tutelati, e non il contrario. E, non meno importante, assumere provvedimenti efficaci contro la sempre più massiccia diffusione dell’odio online. Il sottile confine tra discorso d’odio e crimine d’odio è stato solcato già numerose volte”.
Il provvedimento sul reato di tortura della scorsa legislatura ha deluso le aspettative di Amnesty International, e non solo. In che modo si potrebbe intervenire per migliorare quella legge? Che modifiche suggerite?
”Teoricamente si dovrebbe riprendere la primissima proposta, presentata dal senatore Luigi Manconi nella passata Legislatura. Un testo essenziale e in linea col diritto internazionale, rispetto a quello ampolloso, ambiguo e di difficile applicazione concreta del testo diventato legge. Devo dire che oggi le condizioni politiche purtroppo ci sono non per un miglioramento ma per l’annullamento. Questo conferma la previsione fatta un anno e mezzo fa: che niente non sarebbe affatto stato meglio di poco, perché rimandando il discorso dall’ultima all’attuale Legislatura avremmo ottenuto niente”.

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