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Bring back our girls, appello per chiedere il rilascio di 112 ragazze ancora nelle mani di Boko Haram

 

“La Nigeria non è un Paese sicuro per le donne, abbiamo coraggio e siamo pronte a sfidare il male ma non possiamo lottare da sole contro Boko Haram”.
Con queste parole la fondatrice del movimento Bring back our girls, Florence Ozor, ha lanciato un appello per chiedere l’aiuto del governo italiano e degli altri Paesi europei affinché riprenda vigore la campagna per la liberazione delle studentesse di Chibok ancora prigioniere del gruppo terroristico che nel 2014 sequestrò 276 ragazze.
“A oggi 163 studentesse sono state liberate, ma altre 113 restano in mano ai miliziani. È fondamentale rilanciare ora l’appello, affinché tutte siano riportate a casa e si ponga fine al dramma delle spose bambine” ha affermato  Antonella Napoli, giornalista e moderatrice dell’incontro con Ozor che si è svolto presso la Casa internazionale delle donne, organizzato
dalla Fondazione di partecipazione arriva Attua.

“Abbiamo voluto che Florence fosse in Italia per la prima assemblea annuale dei soci di Attua – ha detto il senatore Gianni Pittella, presidente della Fondazione – Da oggi chi ha un’idea progettuale ha una nuova casa, un riferimento a cui rivolgersi. Attua si proponete di dare voce a campagne come Bring back our girls ma è soprattutto una fondazione di partecipazione attiva nata per realizzare progetti di sostenibilità nei territori”.
“I terroristi prendono di mira donne e minori” continua Ozor “Nei villaggi, le famiglie fanno molti sacrifici per mandare le figlie a scuola, quindi le minacce o i sequestri creano anche difficoltà economiche. Molti genitori rinunciano, e quando accade i terroristi vincono. Agire è responsabilità di tutti perché’ il cambiamento passa per il coinvolgimento delle donne in tutti i campi e nei ruoli dirigenziali. Tradizionalmente, invece, non ricevono un’educazione sufficiente”.
Ma in Nigeria non c’è solo il problema dei sequestri, come denuncia Antonio Marchesi, direttore di Amnesty InternationalItalia, citando ‘Our job is to shoot, slaughter and kill – Boko Haram’s reign of terror’, un rapporto che rende conto di bombe nei mercati, attacchi ai villaggi, violenze sessuali ed esecuzioni sommarie.
Tra il 2017 e il 2018 Amnesty ha calcolato 65 attacchi da parte del gruppo armato, con oltre 400 morti.

“Le violazioni commesse da Boko Haram possono inquadrarsi sia come crimini di
guerra che come crimini contro l’umanità” sottolinea Marchesi.
“È cruciale perché ciò fa sì che, per il diritto internazionale, i responsabili – qualora dovessero lasciare la Nigeria – possano subire un processo anche nei tribunali stranieri, oltre che in seno alla Corte penale internazionale”.
A questo si aggiungono anche gli abusi perpetrati dall’esercito nigeriano.
Secondo stime rilanciate durante l’incontro, dal 2009 in Nigeria e nei Paesi vicini Boko Haram ha ucciso oltre 27 mila persone. Circa tre milioni di minori, poi, non possono andare a scuola.
Elevato anche il numero delle spose bambine, il 52% delle giovani in Nigeria si sposa prima dei 18 anni.
“Il fenomeno è radicato in molti paesi, soprattutto in Africa e Medio Oriente – ha evidenziato la Napoli, illustrando e analizzando i dati dell’ultimo rapporto 
delle Nazioni Unite che individua in India, Nigeria,Yemen, Repubblica Centroafricana, Chad e Bangladesh le percentuali più alte di matrimoni forzati con minori, raggiungono anche picchi del 76%.
“Numerosi sono anche i casi in cui le spose bambine hanno meno di 10 anni e quelli in cui vengono promesse fin dai 6 mesi – ha aggiunto la giornalista –  Lo scorso anno solo in India, secondo Save the Children, più di 24,5 milioni sono state costrette al matrimonio prima di aver compiuto i 18 anni. In Yemen si può ‘andare in sposa’ a 11 anni per pochi soldi utili, necessari per sfamare la famiglia” ha concluso la Napoli.

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