Sei qui:  / Articoli / Informazione / Gli “sciacalli” vanno dove ci sono le “carogne”. La libertà si difende anche a “brigante e mezzo”

Gli “sciacalli” vanno dove ci sono le “carogne”. La libertà si difende anche a “brigante e mezzo”

 

A volere scendere sullo stesso piano “lessicale” (e sarebbe già un complimento) potremmo rispondere così al “vicepresidentedelconsiglio1” (o 2) “Dimaioinpeggio”: gli sciacalli vanno dove ci sono delle carogne mentre al sabbatico “Dibba”, prossimo al rientro dal centramerica, potremmo dire che le professioniste citate svolgono il mestiere probabilmente più antico del mondo, per il quale solo una retorica bigotta le demonizza di giorno per beatificarle da clienti quando scende il sole (libera traduzione da Fabrizio De André, relativa alla descrizione di una processione domenicale).
Sciacalli, appunto: l’emblema è felicemente rappresentato nella vignetta e nell’ “adesivo” realizzato da Stefano Rolli, giornalista e vignettista tra i migliori d’Italia che firma ogni giorno su Il Secolo XIX.

Non credo sia una difesa corporativa o di casta la reazione del mondo dell’informazione all’attacco delle due teste pensanti dei 5s, pensanti in proprio o in sintonia con la Casaleggio&C. Non credo proprio, forse (esagero?) è un po’ come nel 2001, G8 a Genova, categoria un po’ assopita, poi le randellate in divisa istituzionale o con la felpa dei bblock risvegliarono molte coscienze. I due indirizzi di “saluto” di Di Maio e Dibattisa forse potrebbero avere lo stesso effetto di quelle randellate. Detto che (io per primo) di errori anche pesanti nel nostro lavoro ne abbiamo fatti, ne facciamo e ne faremo più di altri, la coscienza dei nostri difetti non può però essere un crucifige o un cilicio che per opportunismo indossiamo pentiti.

Pentiti di cosa poi?

Partiamo dai fatti: la sentenza dice che la sindaca di Roma viene assolta. Perchè il fatto non costituisce reato. Il fatto, appunto. Forma assolutoria che conferma l’esistenza di un fatto, senza qualificarlo come reato. La procura ha indagato a lungo, era convinta della propria tesi, ha chiesto una condanna. Il giudizio di primo grado è questo e sarà pure interessante (cosa che non sempre facciamo) leggere per intero le motivazioni della sentenza. Poi ci sarà un appello oppure no, i media lo racconteranno. Come per l’inchiesta. È questo che la premiata ditta – non è un’offesa visto che per loro i governi vivono sui contratti – fa finta di non capire e di non vedere. I fatti c’erano e sono stati raccontati. C’è chi ne ha fatto anche una battaglia politica? Logico e giusto visto che, per ora, siamo ancora in democrazia. C’è chi ha sollevato dubbi sulle indagini e sulla qualificazione del reato? Altrettanto giusto e logico. C’è chi continua a essere convinto del contrario e parla di sentenza non corretta? Accade solo per la Raggi?

L’attacco non è nuovo, i contenuti e la violenza no. Perchè rivelano il fascismo intellettuale di chi li esprime anche se si trastulla con qualche passaggio nella selva Lacandona oppure è un Savonarola che ama i balconi con applausi telecomandati.

La violenza verbale – violenza, non lo scontro acceso sulle idee, le proposte – è nel Dna di queste forze politiche. C’è chi si esprime a testate e chi le testate, per ora, le esprime a parole promettendo purghe, sanzioni e riforme per soli editori puri (?) chissà se sperando (oppure non rendendosene conto) che qualche testata “fisica” arrivi dopo la sentenza Raggi.

Non dobbiamo avere paura ma coscienza di questa realtà. Essere noi coscienti dei nostri limiti ci dà forza anche nei confronti dei colleghi che preferiscono o tacere o schierarsi per convenienza. Ci sono, il nostro mondo non è diverso da altri.

Eppoi il vice primo ministro 1 (o 2, forse Salvini pesa di più) è anche un giornalista, pubblicista, giornalista come Casalino. È un pubblicista, forse un dopolavorista dell’informazione che fa danno a quei pubblicisti (anche suoi concittadini partenopei) che l’informazione la curano davvero. Qui abbiamo dimostrato un limite pesante. Se la Fnsi, e non avevo dubbio alcuno, ha fatto il suo (è il sindacato), l’Odg, l’Ordine nazionale pur parzialmente rinnovato, non ancora. Perchè un iscritto, pubblicista o praticante o professionista, autore di un insulto e di una violenza verbale di questo genere non solo alla categoria, ma alla libertà di stampa, non lo si invita ad andarsene o non si dice che non è gradito. No, caro presidente Carlo Verna, occorre tirare fuori gli attributi rappresentati dalle regole che loro odiano, si fa una segnalazione al disciplinare dell’Odg di appartenenza e si invitano gli iscritti a fare altrettanto. Questo è. Un po’ più irrituale, ma si può fare, nell’esposto si può chiedere (si deve chiedere) la radiazione. Perchè non è “lui” che, schifato, se ne va, ma siamo noi “sciacalli” che lo cacciamo. Caro presidente Verna, sei ancora in tempo. I tempi delle dotte citazioni giuridiche sono finiti o, almeno, in questo caso, proprio non servono. La libertà di fronte ai briganti si difende anche a brigante e mezzo. Le regole a loro invise sono il nostro brigante e mezzo (cit).

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con (*).

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.