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Verso Assisi, Manifesto sollecita alla trasparenza e merita di essere applicato anche al web

 

Era il 5 settembre 1986. Un aereo della Pan Am fu dirottato da 4 uomini armati durante lo scalo all’aeroporto di Karachi, in Pakistan. Allora ero un “garzone di bottega” a Radio Popolare. Un ascoltatore – parente di un passeggero – ci chiamò per spiegare che a bordo si trovavano una ventina di italiani. Dopo ore di stallo, erano più o meno le otto di sera, l’Ansa battè una riga che diceva più o meno così: “Sparatoria a bordo dell’aereo dirottato. Vittime”. Strappai il rotolo della telescrivente e mi precipitai in onda a leggerlo.
Uscito dallo studio, invece dei complimenti per la tempestività, il caporedattore mi fece una lavata di capo indimenticabile. “Bravo cretino! (in realtà usò un’altra parola) Ti rendi conto di cosa hai fatto? Hai gettato nel panico decine di persone che temono ci siano i loro parenti tra i morti”.
Ecco: quando penso alla doverosa attenzione che noi giornalisti dobbiamo avere nel riportare i fatti ricordo quel lontano episodio, con l’avvertenza di estendere quella sensibilità a tutti.

Per questo apprezzo molto lo spirito del “Manifesto di Assisi” che ci è stato proposto: le parole possono davvero essere armi e noi dobbiamo saperlo. Ma nell’era delle fake-news e dei social come si crea questa consapevolezza? Anche per provare a rispondere a questa domanda perdonerete se parto da esperienze professionali…

Abbiamo affrontato questo tema pochi mesi fa, quando Radio Popolare ha partecipato ad un progetto europeo insieme ad altre radio di 7 nazioni, per stilare le linee guida per un giornalismo rispettoso, attento alle minoranze, capace di contrastare gli stereotipi e il linguaggio d’odio.
[il codice etico elaborato lo trovate qui: https://www.respectwords.org/it/codice-etico/]
A forza di riunioni, incontri con esperti e testimoni, dialoghi fra generazioni e nazionalità diverse abbiamo scoperto che esistono molti punti in comune (il razzismo e l’hate speech sono drammatici problemi globali) ma ci sono anche gradi di consapevolezza e di avanzamento diversi, da nazione a nazione. A partire dalla constatazione che l’Ordine dei Giornalisti – di fatto – è un unicum italiano. O che i criteri per definire il confine tra libertà d’espressione e odio sono continuamente in discussione. O che – questo è il caso che riguarda proprio il Manifesto di Assisi – la comunicazione è sempre più nelle mani di una moltitudine di persone che non crede o non vuole aderire ad un codice di comportamento. Ancora più esplicito: non è utile l’ennesima carta dei doveri del comunicatore se la sua elaborazione e la sua valorizzazione restano chiuse nei convegni di addetti ai lavori.
Al Festival dei Diritti Umani – dedicato l’anno scorso alla libertà d’espressione – abbiamo avuto affascinanti discussioni sul legame fra sicurezza/insicurezza, fake-news, linguaggio d’odio: come spezzare questa catena? La risposta è quasi banale: seguire le regole del buon giornalismo, che è, più o meno, quello che abbiamo scritto sul codice europeo “Respect Words”.
Nello stesso Festival abbiamo parlato con i ragazzi delle scuole di cyberbullismo, traendone la sgradevole sensazione che queste giovani generazioni lo considerino un fenomeno sovradimensionato, un’esagerazione da adulti apprensivi.
Arrivo così ad un secondo suggerimento: una “carta” è utile quando usa il linguaggio del tempo, quando non risulta paternalista, quando trova i canali per arrivare dove serve. Dunque non solo nelle redazioni ma anche nelle scuole e nel web. Deve diventare lezione interattiva, gioco di ruolo, meme, spot radiotelevisivo…
E poi, come cantava De Andrè, la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio: noi giornalisti dovremo sfornare meno regolamenti e rompere più spesso le complicità con gli imprenditori della paura, in questo caso con una parte della classe politica.

Infine qualche appunto – come richiesto dai promotori del Manifesto di Assisi – sui singoli articoli. Ottima la sottolineatura sulla rettifica intesa come punto di forza. Ricordate che in “1984” le rettifiche avvenivano riscrivendo la storia ma anche distruggendo il vecchio testo? Invece chi corregge un dato o ammette un’imprecisione dimostra di non temere il giudizio sulla sua attendibilità, anzi comunica la forza della trasparenza.

Capisco i motivi che hanno spinto a scrivere così l’articolo 1 del Manifesto di Assisi (evitare offese gratuite, affermazioni non provate, inutili particolari privati), ma vorrei rivendicare il diritto ad essere sgradevole. Mi spiego: se posso provare ciò che affermo potrei dover scrivere cose che non vorrei venissero scritte su di me. Potrei risultare ruvido ma non posso abdicare al mio ruolo.

L’articolo 3 suona enfatico: in gioco potrebbe non arrivare ad esserci la vita, ma semplicemente la possibilità di autorappresentazione. E come giornalista/comunicatore devo comunque garantire la massima tutela a quei soggetti (ad esempio minori, carcerati, migranti, vittime di abusi) che non possono accedere a canali comunicativi.

Proprio perché lo spirito del Manifesto di Assisi sollecita alla trasparenza e merita di essere applicato anche al web, nell’articolo 8 bisognerebbe invitare tutti gli organi di informazione e comunicazione a rendere evidente qual è la policy, le regole del gioco a cui chiedi a chiunque scriva di attenersi.

C’è un grande bisogno di discutere di questi temi, di sottolineare la pericolosità di certe sottostime, di agire con severità quando si superano i limiti. Ma trovare regole condivise non sarà per nulla semplice. Provarci è però indispensabile. Buon lavoro.

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