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L’arca delle parole contro il dilagare dell’odio

 

Se le parole vincenti sono quelle pesanti e, violente, “madri” di un odio che il web moltiplica e diffonde, cosa ci resta da fare? Vediamo esplodere intorno a noi un’ostinata e dilagante cattiveria, un sentimento non nuovo, ma questa volta esibito e trionfante. Un astio rancoroso e  profondo, non solo conclamato, ma rivendicato con disinvoltura. Fino a far quasi apparire l’attacco al “nemico” come il senso comune di un tempo che sembra aver perso il buon senso.

La prima tentazione a cui resistere è allora quella di non cadere nella trappola dell’ aggressione parolaia, del colpo su colpo, della spirale del terrorismo verbale. E’ l’abisso in cui in cui vorrebbe farci precipitare l’odio seriale. L’altra tentazione, sia pur assai giustificata, è quella adombrata da Michele Serra in una sua recente “Amaca” e cioè quella di fare come Mafalda, di fermare il mondo del web e scendere, di sconnettersi, cerando nell’assenza l’unico antidoto al linciaggio e alla predica della violenza. L’invito ad una sorta di “renitenza di massa all’uso ingordo e subalterno della parola altrui”.

Ma questa del silenzio, del mutismo figlio della rassegnazione e dell’indifferenza è l’altra voragine in cui si vorrebbe fare precipitare ogni resistenza al trionfo dell’odio e dei suoi venefici frutti, ad iniziare dal razzismo.

Dobbiamo riappropriarci invece dell’uso delle parole. Bisogna fermarsi a riflettere e a valutare dove questa deriva della parola può condurre una democrazia, una società. Un compito che tocca soprattutto a chi usa più di altri le parole – ha scritto Luciano Manicardi, priore di Bose – è quello di custodire e salvaguardare lo statuto della parola. E’ un’azione con valenza politica: se si svuota la parola inevitabilmente si destabilizza la democrazia. Viviamo di parola scambiate, di concertazione, di dibattito, di dialogo e così cerchiamo un bene e un senso comune. Se la parola, invece, viene pervertita e svilita allora si destabilizza la convivenza civile e si corre il rischio di non affidarsi più al potere della parola ma alla parola del potere.

Questo è invece nuovamente il tempo della profezia. Una virtù impropriamente definita come l’arte della divinazione, della veggenza e dell’oracolo. Al contrario – ci ricorda Tonio Dell’Olio – la profezia, proprio dal punto di vista etimologico, è un “pro-femì” che significa in greco “io parlo” e “pro” per conto di, a nome di. I profeti hanno sempre parlato con la sobrietà della parola e della vita, la forza dell’indignazione, in difesa dell’orfano, della vedova e dello straniero.

Sia dunque il tempo di opporre, quasi disarmati, alle parole pesanti e violente dell’odio non le parole “leggere” di un vacuo buonismo, ma quelle severe del richiamo ai diritti fondamentali dell’uomo, di ogni uomo. Quando i diritti universali mancano o vengono limitati quello che si sgretola è proprio l’Occidente. Derubricare i diritti di tutti nuovamente a diritti di appartenenza – ha scritto Domenico Quirico – ci fa cadere nella perdita di identità, quando perdiamo questa capacità di concepire l’uomo ci annulliamo in quanto civiltà.

E’ l’ora di rimettere nel mare tempestoso del web, in cui sembrano dominare solo le piratesche corazzate dell’odio, le nostre piccole zattere della ragionevolezza, del buon senso, del restare umani. Servono queste nuove arche. Perché l’arca non è una barca, è un termine latino che non ha mai riguardato la nautica, e significa “scrigno”.

Nella Bibbia ebraica il termine adoperato per arca è tutt’altro: ciò che Dio consigliava a Noè di costruire era, in ebraico antico, una tebah, che voleva dire “parola”. Alziamo al vento le vele della nostre barche, facciamo delle parole e del loro ritrovato splendore le nostre arche di salvezza.

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