10 anni fa ci lasciava il pittore Livio Orazio Valentini. Fu rinchiuso a Buchenwald. Donò una litografia ad Articolo21. Ripubblichiamo una sua intervista

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Dieci anni fa se ne andava Livio Orazio Valentini, un pittore di fama internazionale e che fu rinchiuso nel campo di concentramento di Buchenwald. Valentini donò ad Articolo21 una litografia (pubblicata di seguito) che rappresentava simbolicamente la brutale condizione della prigionia e della mancanza di libertà. Ripubblichiamo l’intervista realizzata con lui per il Giorno della Memoria, il 27 gennaio 2003

intervista di Stefano Corradino

La memoria ci deve rendere vivi, vibranti, partecipi. Testimoni del passato e costruttori del presente e del futuro. Sentinelle delle manipolazioni, attenti osservatori delle falsificazioni, delle distorsioni, delle edulcorazioni della storia. Dalla data del 27 gennaio dovremmo ricavare ogni giorno è bene recuperare un pezzo della nostra memoria, riappropriarci dei fatti che, positivamente o tragicamente hanno segnato le pagine del nostro tempo. E il modo migliore per farlo è far parlare coloro che possono dare la loro testimonianza diretta. Con la propria voce, con il proprio corpo.

livio-orazio-valentini-venanzo-1920-orvieto-2008-9aa64cc8-eee8-4b8b-bcaa-85fb753788dbLivio Orazio Valentini è uno dei testimoni del nostro tempo. Pittore, di Orvieto, di fama internazionale, di straordinaria e disarmante lucidità e intelligenza. Per la sua scelta di rivolta contro il nazismo è stato trascinato nel campo di concentramento di Buchenwald. E fortunatamente è sopravvissuto. Ma le ferite dei ricordi sono ancora aperte, vive, laceranti, indelebili.
Abbiamo voluto parlare con lui perché è un uomo e un artista che non ha mai perso la speranza e all’indomani dell’angosciosa esperienza vissuta ha voluto testimoniare, nei suoi quadri, dove raffigura in modo crudo e intenso degli uccelli ingabbiati, che alla libertà non si possono tarpare le ali.

Oggi è il giorno della memoria. Che valore ha per te?
La memoria si può adoperare in vari modi, per un interesse culturale, per una ricerca sociologica, per soddisfare una curiosità. A me serve per dare un nome alle cose, belle e tragiche della vita. Quella che io ho vissuto la potrei chiamare “la vita dei senza nome”, quelli a cui attaccano un numero su una casacca a strisce, cancellando il nome, privando una persona del suo stesso Dna.
Mi domandavo spesso: ma questo lo hanno ragionato psicologicamente o è il frutto di un cinico “senso pratico” per il quale ciò che conta è il numero, più facile da codificare, da pronunciare? Mi ci è voluto poco per capire che non era un fatto pratico ma alla base c’era una volontà precisa: l’annientamento della personalità.

Per quale ragione sei stato trascinato in campo di concentramento?
Ero a Patrasso, in Grecia. Al fronte. L’8 settembre 1943 non capivamo bene se la guerra fosse finita. Sapevamo, perché ce lo dicevano anche i greci che a Cefalonia, e cioè a un miglio di mare, si stava consumando una delle più grosse tragedie provocate dai tedeschi.

Ti riferisci all’atto eroico della divisione di Aqui, che si rifiutò di cedere le armi agli ex alleati tedeschi e, dopo una tremenda battaglia, venne sterminata dal nemico su ordine diretto dello stesso Hitler.
Mentre la divisione veniva sterminata a Patrasso stavano complottando su un destino raccapricciante, per noi tremila militari italiani. Scoprimmo che nella piazza della scuola dove eravamo asserragliati era stato piazzato un cannone che avrebbe dovuto demolire la scuola. E sotterrarci. Poi chiesero di fare un passo avanti a chi fosse d’accordo per seguitare la guerra. Rimanemmo immobili. Tutti.

Da soldati obbedienti ed ossequiosi vi siete trasformati in “rivoltosi”, nemici dichiarati, traditori. Quelli da punire in un campo di sterminio, senza alcun perdono.
E’ così. E nella comunicazione seguente ci fu detto che l’indomani saremmo dovuti partire per Atene per poi salire su un grosso treno con destinazione imprecisata. Cominciammo il viaggio compressi in treni merci scoperti, senza tetti. Prima ci fermammo a Vienna, ci fecero scendere, ci spogliarono, ci fecero aprire gli zaini e ci rubarono tutto. Poi seguitammo il viaggio.

Fino ad arrivare al campo di concentramento di Buchenwald.
Un ricordo straziante. La perdita assoluta di libertà, di movimento, di espressione. Ci sorpresero un giorno a giocare con una palla di pezza. “Mi sa che voi non avete capito dove state”, ci dissero.

Il trauma delle umiliazioni, della negazione della libertà è atroce quanto e oltre la tortura fisica.
Di umiliazioni ne potrei ricordare tante. Ne cito una che potrebbe sembrare banale ma esprime bene il concetto dei soprusi e delle continue mortificazioni. Un tedesco, maestro elementare  mi accompagnava la mattina al mio “luogo di lavoro”, dove toglievo i calcinacci. Lui camminava sopra il marciapiede, io sotto, in una strada dove non era possibile camminare al di sotto del marciapiede ed era alquanto pericoloso. Tentai di capovolgere la situazione.

Come?
Usando la fantasia. Immaginai di essere un’autorità, e che al di sopra del marciapiede ci fosse la mia guardia del corpo, con tanto di divisa, elmetto e baionetta. Glie lo feci capire con i gesti e mi prese per matto. Era l’unico modo per “estraniarmi” dalla mia condizione.

Mi fai pensare a “La vita è bella” in cui Benigni si inventa un gioco per non terrorizzare il figlio e non fargli perdere la speranza.
E dire che quando il film è uscito mi sono rifiutato di vederlo. Avevo dei dubbi. Poi l’ho visto e ho capito e condiviso il suo messaggio. Immaginare un mondo inventato per preservare il bambino dal dramma della guerra è stata una cosa straordinaria. E nel film ho rivissuto la stessa ansia che provavo nel campo di concentramento.

Concluso, si fa per dire, il capitolo del campo di concentramento sei tornato in Italia. E hai cominciato a dipingere. Ovvio che l’esperienza disumana di Buchenwald ha ispirato i temi dei tuoi quadri.
Questo passaggio drammatico poteva suggerirmi molti modi di esprimerlo. Invece di descrivere le persone ho dipinto degli animali, degli uccelli in gabbia, una metafora che per qualcuno sarà assurda ma per me è abbastanza esplicativa di ciò che voglio esprimere. L’uccello è un simbolo calzante per spiegare come si può ingabbiare la libertà, e simboleggia perfettamente la condizione in cui io e tanti altri siamo stati costretti a vivere.

I sopravvissuti dei campi di concentramento tra qualche anno non ci saranno più. Non potranno più testimoniare direttamente la loro storia, dibattere, replicare. C’è il rischio della perdita della memoria. Come si può evitare che qualcuno – e di revisionisti ce ne sono già a sufficienza -, nel futuro affermi che Auschwitz, Dachau, Buchenwald non sono mai esistiti, o che erano semplici campi di lavoro dove “il lavoro rendeva liberi…”?
Bisogna raccogliere la memoria, i racconti, le testimonianze.
La memoria ha un valore fondamentale e non può essere ridotta a una data del calendario perché deve appartenere a tutti. E si deve alimentare continuamente. Quotidianamente. E la scuola, l’informazione, i giornali, le televisioni devono raccontare, far parlare i protagonisti e non lasciarli morire senza renderli testimoni delle atrocità e delle umiliazioni che hanno vissuto.
Io consegno la mia storia personale come monito per le generazioni future. La memoria di poche fette di pane al giorno e un quadratino di margarina, che qualche scienziato considerava sufficiente per campare. Dopo alcuni giorni che non mangi finisci per non avere neanche più fame. Ti accorgi che il tuo stesso corpo non risponde più. E l’angoscia e le umiliazioni prendono il sopravvento.
Sotto la doccia vedevo uomini alti, un tempo robusti, pesare non più di 35 chili.


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