Calabria, i bambini soldato che rinnegano i padri

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di Giovanni Tizian

«Da quando su’ figghjolu [sono bambino], haju [ho] sempre fucili mani mani [nelle mani], infatti con Salvatore co ’a vespa bianca, quando eravamo minorenni, camminàumu [camminavamo] con i fucili a canne mozze». È l’inedito racconto di un pentito.
Che restituisce l’immagine di bambini soldato, come nelle dittature africane. Senza divisa, senza mimetica o anfibi. Qui, a differenza dell’Angola, è tutto più subdolo. L’arruolamento e l’indottrinamento si fanno spacciando per onorevole unostile di vita abominevole. Da quando era piccolo, spiega il pentito, girava per le campagne del Crotonese con il fucile a canne mozze, la lupara. Prova di coraggio per esibire il proprio valore. E quanto vali, in certi ambienti, lo decide il boss. Allevano, addestrano e armano, i tutor del crimine organizzato.
Terminata la maturazione, inviano i più validi al fronte: sulle strade a imporre la legge della cosca. Come in una guerra.
Ci sono generazioni più fortunate di altre. Molti dei ragazzi arruolati tra gli anni ’70 e i primi del 2000 hanno pagato un cospicuo tributo di sangue. C’è chi è morto ammazzato, chi è
stato seppellito da un fine pena mai. All’epoca, divisi su fronti nemici, si erano persuasi che tra loro ci fosse chi aveva vinto e chi aveva perso. In realtà hanno perso tutti. In ambedue le trincee. Hanno perso i vincitori sopravvissuti, rinchiusi in galere da cui usciranno chi coi capelli bianchi e chi dentro una bara. Non esattamente la più dolce delle vittorie. Hanno
perso i vinti, decimati dal piombo e consumati dall’attesa della vendetta. In ogni caso, la posta in gioco era la vita. «Massimo ci insegnava a sparare portandoci nella pineta,
mentre Nino ci ha regalato a tutti un coltello», ricorda ancora il pentito, confermando così l’indottrinamento mafioso praticato dalle gerarchie delle cosche. Gli adolescenti subiscono un lavaggio del cervello senza neppure accorgersene, perché chi lo compie è un familiare. Un cugino, un padre, uno zio, una madre, un fratello. Persone di cui un ragazzino si fida
ciecamente. Anzi di più, sono i suoi punti di riferimento nella società. È il grande inganno della ’ndrangheta, che va narrando di sé stessa un codice d’onore che vieta di assassinare
donne e bambini. Una bugia, una trappola. La ’ndrangheta uccide indistintamente e in maniere diversissime. Talvolta è una sentenza di morte diretta, talaltra un incidente di percorso.
Tutti quei “picciotti” mandati al macello nel nome del padre. Oppure quelli che vivono rinchiusi in una cella. Non è forse assassinare il futuro dei ragazzi, questo? A tutti, in
ogni modo, ruba la vita e il suo imperativo del libero arbitrio. È l’ipocrisia dei padrini della ’ndrangheta, celata dietro la
narrazione mitica delle sue origini, camuffata dalla leggenda
di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre cavalieri spagnoli d’animo
nobile, affiliati alla setta Garduna, fuggiti da Toledo nel
XV secolo in cerca di un rifugio dopo aver vendicato l’onore di
una sorella. Osso, Mastrosso e Carcagnosso navigarono
per giorni nel Mediterraneo, finché non approdarono all’isola
di Favignana dove si nascosero nelle grotte di tufo. Trascorsero
quasi trent’anni nascosti in queste caverne, antesignane
dei bunker dove riparano i boss ricercati del nostro tempo.
Usciti da lì, narra la leggenda, si erano assegnati un compito
ciascuno: Osso rimase in Sicilia e fondò Cosa Nostra, la mafia
siciliana. Mastrosso migrò verso la terra d’Aspromonte,
la Calabria, e fu il padre delle ’ndrine. Carcagnosso andò a
Napoli e diede vita alla camorra. I giovani subiscono tuttora
la fascinazione esercitata dall’impeto di questa favola della
malavita. Soprattutto gli ’ndranghetisti. Che al pari di una
setta di estremisti si identificano nell’organizzazione e si fidelizzano
a essa con riti impastati di religione e massoneria.
La ’ndrangheta i codici se li scrive e se li tramanda. Ingredienti
arcaici che seducono anche chi è nato sotto il segno dei
social network, dove non mancano gruppi Facebook gestiti
da fanatici amanti dei padrini e delle mafie in genere. Gli
’ndranghetisti sono maestri della mistificazione. Usano simboli,
formule e liturgie come calamite per attrarre gli adolescenti
in cerca di un’identità o semplicemente di un posto nel mondo.
La ’ndrangheta, come il fascismo,
professa l’ordine e la disciplina. E i futuri padrini vengono
addestrati con questi principi. Ma soprattutto sono destinati
fin dalla nascita, eredi di dinastie mafiose tramandate nel
tempo attraverso la pedagogia dell’arroganza e dell’onore.
Educazione ’ndranghetista. Regole e protocolli trasmessi
di generazione in generazione senza soluzione di continuità.
Storie di famiglie distrutte dalla violenza, di adolescenti avvelenati
dal delirio di onnipotenza dei propri padri, bambini
appena nati e già predestinati al comando. Rinnegare il padre
appare come l’unica strada percorribile per liberarsi da
questa condanna a morte che pende sull’avvenire dei piccoli,
picciotti prossimi a venire.
C’è un giudice che, partendo da questa consapevolezza,
sta mettendo in pratica un metodo alternativo di lotta ai clan.
Si chiama Roberto Di Bella e guida il Tribunale dei minorenni
di Reggio Calabria. È sua e di altri suoi validi colleghi la firma
sui provvedimenti di decadenza della responsabilità genitoriale
nei confronti di padrini incalliti. Irriducibili del crimine
che per il potere sono disposti a sacrificare i propri figli. La
soluzione estrema, in questi casi, è allontanare i figli dal nucleo
familiare. Il giudice Di Bella preferisce definirlo in… Continua su mafie 


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