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Loro 2, una favola gotica

 

Il corteo di giovani baccanti, svestite, procaci e disposte a tutto alla corte del tiranno, riprende immutato e ancora più opulento nel secondo capitolo di LORO, che si apre a tutto schermo sulla bionda Tatiana (Euridice Axen): a bordo piscina, la ragazza si tosa la tosa a gambe larghe, nell’attesa di organizzare a Villa Certosa in Sardegna la più lubrica delle feste, un’orgia di corpi da far invidia a Sardanapalo e conquistare definitivamente il favore del principe. L’obiettivo è persuaderlo che Sergio Marra, il marito magnaccia e volenteroso, è proprio l’uomo giusto per le ammucchiate e dunque per ricoprire un seggio nel parlamento europeo. Le ragazze, selezionate una a una come per la scuderia del Crazy Horse, sono puledre smaniose di dimostrare al potente “ciò che in camera si puote”, entrare nelle grazie di chi impugna lo scettro e cambiare la propria vita in una favola di trastulli, lustrini, musica e cotillons (di un gioiello a forma di farfalla si fregiano le fortunate). Nella prima puntata abbiamo visto una di loro, Stella, prescelta per il sembiante innocente, disporsi in una sauna a fare il servizietto a “Dio”; come viene nominato, con rigoroso rispetto, l’ignoto personaggio che evidentemente non ha altri al di sopra di sé, ed è forse il vero creatore di quell’universo parallelo in cui si decidono le sorti degli individui e delle nazioni.

Dunque il sesso, benché scarso di erotismo, trabocca da ogni inquadratura e resta al centro della narrazione con la medesima compulsività con cui domina i nostri giorni.

In Loro 2 viene pantografata da Sorrentino una ipersessualità ossessiva quale appare nei social network  ormai trasformati in “accumulatori orgonici” alla Wilhelm Reich: dai selfie très intime delle bambine di dieci anni, ai reality show, ai programmi di intrattenimento familiare, alle instancabili offerte porno della rete tra siti professionali e amatoriali. Un’esplosione incontrollata di ormoni digitali e parallelamente dei cosiddetti chemsex, accoppiamenti ‘chimici’ con assunzione di sostanze dopanti persino mortali. In una tale riduzione di ogni aspetto umano al suo correlativo merceologico, la mercificazione del corpo femminile assume proporzioni macroscopiche in quel vertiginoso moltiplicatore che è l’universo del Web.

L’esercizio ininterrotto del piacere, indotto e meccanico, assomiglia sempre più da vicino a una Totentanz, una danza macabra, in cui dentro l’eccitazione artificiale si annidano funerea tristezza, delusione, annichilimento, attrazione della morte. Nulla si realizza perché nulla può realizzarsi: il vuoto esistenziale non è colmabile con le merci. Ma nessuno dei sudditi sembra accorgersene; tranne forse Stella, la ragazzina che dell’innocenza ha conservato soltanto il volto, pur non avendo ancora rinunciato completamente a se stessa. Nel sentimento di repulsione che avverte per le attenzioni del satrapo, trova la forza per sottrarsi: “Il tuo alito ha lo stesso odore di quello di mio nonno”, gli dice senza intenzione di ferirlo. “Sarà che usiamo lo stesso detergente per la dentiera”, commenterà lui più tardi, scivolato dentro un gorgo di solitudine in cui non riesce a districarsi. Il venditore di sogni, che sul talento prodigioso di persuasore ha costruito un impero, si sente irrimediabilmente solo nonostante la ‘festa mobile’ da cui è costantemente circondato. Anche le sacerdotesse del ‘tiaso’, Kira (Kasia Smutniak) disperatamente avvinta al suo braccio, la spregiudicata Tamara (“volevamo fare i furbi ma lui è più furbo di noi!”), la torbida Cupa Caiafa, sentono la terra franare sotto i piedi. Il monarca, stanco di loro, le respinge nell’ombra. Quel carnevale senza posa appare d’un tratto scomposto e inerte come il Vesuvio che si è fatto costruire in fondo al parco e che agli impulsi di un telecomando vomita lava dal cratere e mitraglia nell’aria una pioggia pirotecnica di lapilli. Ma non c’è nessuno accanto a lui a meravigliarsi, né a divertirsi, né a ridere e battere le mani. La grande bagarre si è consumata con il definitivo allontanamento di Veronica incapace di affrontare l’ennesima umiliazione; il marito fingendo di andare a Roma per questioni politiche si è catapultato alla festa dei diciotto anni di Noemi “Ti amo Papi”, finalmente maggiorenne per ogni tribunale.  La moglie cerca prima un conforto nella remota pace del Tibet; in seguito decidendo di separare le vite con  il divorzio. In un drammatico confronto a tu per tu nella lussuosa cucina della villa – il simbolo della casa, il luogo sacro di Vesta, dea del focolare – gli confessa di non riconoscerlo più, di domandarsi chi sia la persona che ha sposato. Vorrebbe sapere chi gli abbia messo a disposizione i miliardi che gli hanno permesso di decollare all’inizio della carriera (“mi avvalgo della facoltà di  non rispondere” si schermisce lui), gli ricorda che senza Craxi alle spalle il suo progetto sarebbe morto sul nascere. E alla inevitabile replica del marito: “Ma se non ho nessuna qualità, perché sei rimasta con me tutto questo tempo?”  Lei risponde con pudore ferito: “Perché ero innamorata”. E irrompe nella storia un elemento sacro che non pretende contropartita, un mistero che palpita nel tabernacolo.

Ennio Doris, il suo socio di sempre, antico complice di ‘scalate’, lo convince a riprendersi il governo della nazione che ha perso per soli 25.000 voti! Tradotti in seggi, appena sei senatori da acquisire alla propria causa con irrefutabili ragioni: denaro, elementare corruzione. Qualcuno fa la mossa di resistere, debolmente, alle sue offerte, altri accettano con pragmatica duttilità di coscienza, e il ribaltone ha effetto quasi immediato. I consiglieri più prossimi suggeriscono però al Cavaliere di non frequentare i consessi internazionali, e quando proprio non potrà farne a meno, di evitare le barzellette, le manate sulle spalle, le corna dietro la testa nelle fotografie ufficiali; in definitiva di non mettere in disagio le cancellerie estere riducendo alla berlina i cerimoniali indispensabili alla credibilità delle istituzioni. Ma l’istrione è incorreggibile nella sua insaziabile ricerca di facile consensi.

Una tragica sciagura si abbatte su L’Aquila, un tremendo terremoto che rade al suolo il centro storico causando centinaia di vittime. Il disastro avviene nella notte, sorprendendo nel sonno gli abitanti e travolgendoli nel crollo degli edifici. Lui è il primo ad accorrere, scendendo in elicottero dal cielo su quel paesaggio lunare, un Messia tra la gente attonita che gli fa ala, i volti allucinati, stravolti, atterriti. Il super venditore già sa a chi deve rivolgersi: prende di mira una anziana donna sola, le promette in tempo record una nuova casa nella New Town, una nuova dentiera in un cofanetto parlante. Ma intanto il popolo si affolla muto di fronte alla grande basilica che è rovinata al suolo; ed ecco che dal suo ventre di macerie la gru dei pompieri sta riportando in superficie, lentamente, come una preghiera, la statua miracolosamente intatta del Cristo deposto, il povero corpo martoriato, esanime, che lo sguardo dei presenti avvolge pietoso.

Come è possibile non pensare a Fellini!? E alla mano di Sorrentino che afferra il testimone dal Maestro per proseguire la staffetta? Ancora una traccia, in aggiunta alle già indicate nell’articolo precedente. La dolce vita ha inizio con la statua del Cristo Triunphans, che sorvola Roma a braccia spalancate, appeso ai pattini di un elicottero. L’immagine ieratica supera l’acquedotto Appio e si inoltra nel cuore della Capitale, verso San Pietro.  Da una terrazza belle ragazze che prendono il sole in bichini, incuriosite dalla singolare visione, si sbracciano a salutare. Marcello (Mastroianni) che è dentro la cabina accanto al pilota, nel frastuono dell’elica cerca di comunicare con  le ninfette, di ottenere a gesti il loro numero di telefono. Sacro e profano si fondono in un’unica festa della vita e anche un’efficace sintesi dello spirito dell’Urbe in millenario equilibrio tra religione e peccato, tra fede e scetticismo, tra liturgia e mondanità. Sono gli anni Sessanta che si aprono con intrattenibile vitalismo, ma che pure già preannunciano il dissolvimento del sacro, la metamorfosi in arrivo. Quel mutamento antropologico di cui scriveva Pasolini e che la rivoluzione digitale sta accelerando vorticosamente con lo stravolgimento di ogni assetto sociale, ideologico, politico, comportamentale, morale. Il Cristo Trionfante che apriva il film di Fellini con una ‘ascensione’ meccanica nel cielo di Roma, diventa nel film di Sorrentino un Cristo Deposto strappato alla sua sepoltura di calcinacci; il barlume di un sentimento del sacro che sembrava smarrito nel cuore della nuova umanità ignara di redenzione. La stessa che Sorrentino mette in scena nel suo dittico raccontando non Berlusconi, ma la sua icona, la maschera tra le maschere; l’alfiere contemporaneo di una visione della vita inautentica e ingannevole, ostaggio di quel demone invincibile che gli antichi identificavano con Dioniso, il dio che scuote e che tutto travolge.

Nel crollo della città de L’Aquila riecheggia l’intuizione del progetto felliniano su Venezia, la Serenissima, imputridita nelle fondamenta, che sta correndo il rischio di un’immane catastrofe. L’anticipazione di una inquietudine che ci riguarda da vicino, a conferma che gli artisti sono talora anche chiaroveggenti e producono immagini non del tutto decifrabili sul momento. Destinate però a chiarirsi con il passare del tempo, come avverrà anche per il film di Paolo Sorrentino. Uscendo dal cinema una spettatrice,  ammirata dal talento del regista, definiva LORO “un film dell’orrore”. A me è sembrato di assistere piuttosto a una fabbrica di immagini che ci avvolge di meraviglia e di paure, di arabeschi e trasalimenti, popolata da personaggi fantastici e familiari insieme: un’avvincente favola gotica.

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