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Gli “anni di piombo” al cinema

 

E’ in questi giorni nella sale il film Dopo la guerra, presentato all’ultimo Festival di Cannes dall’esordiente romana Annarita Zambrano, prodotto in Francia e con la presenza nel cast di due attori che vanno per la maggiore in Italia come Giuseppe Battiston e Barbora Bobulova. Il film affronta il tema del conflitto interno agli affetti familiari per la scelta di intraprendere la lotta armata, tema che contrassegnava il celebre film di Margarethe Von Trotta, datato 1981, il cui titolo, Anni di piombo, venne successivamente mutuato dai media per definire quel capitolo di storia nostrana anche se nelle intenzioni della regista tedesca assumeva un significato tutto diverso.

Nel 2016 la casa editrice Pagina Uno ha pubblicato il saggio Cinema e terrorismo del Prof. Carmine Mezzacappa che analizza compiutamente le numerose pellicole uscite in questi 40 anni sul tema, e che, a mio parere registrano tutte, chi più chi meno, un sostanziale fallimento. Del resto, una storia italiana che per un insieme di ragioni non si è mai saputo (o voluto) davvero raccontare, non poteva certo essere filmata. Il filone “familiare” era stato ripreso anche dal primo film italiano sul tema, realizzato nel 1982 da un quasi debuttante Gianni Amelio con Colpire al cuore e quindi nel 1984 da Giuseppe Bertolucci con Segreti, segreti.

Se nell’ultimo film della Zambrano lo scontro nasce tra la figlia sedicenne di un ex lottarmatista riparato da anni in Francia per sfuggire alla cattura, nel film di Amelio era il figlio quindicenne a denunciare il padre, l’attore francese Trintignant, stimato professore a Brera, mentre in quello di Bertolucci era addirittura l’anziana governante, un‘intensa Alida Valli, ad abbandonare sdegnata l’adorata ex piccina di casa, Lina Sastri, una volta scoperto il suo “segreto”.

In seguito, e sempre sul tema, arriveranno due pellicole di notevole successo degli anni duemila, e mi riferisco a La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana del 2003 e a Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti del 2007. Nuovamente a interessare i registi sono la faticosa riconciliazione con la madre, Sonia Bergamasco, della figlia in procinto di matrimonio nel primo caso e la drammatica lacerazione tra i due fratelli Scamarcio e Germano, il secondo. Punto comune a tutte le pellicole citate è la provenienza rigorosamente alto borghese della famiglia del “terrorista”, il che non rappresenta troppo fedelmente un decennio di diffusa guerriglia urbana, in larga parte determinato da un gigantesco conflitto sociale.

Nel 1986 Giuseppe Ferrara aveva aperto la serie dedicata al “caso Moro” con l’omonimo film che, nonostante la consolidata presenza di Gian Maria Volontè, che pure aveva egregiamente impersonato Aldo Moro nell’assai più riuscito Todo Modo, risulta molto datato non solo nel ritmo, ma anche nella sceneggiatura troppo pesantemente condizionata dalle tesi dietrologiche del PCI di allora, partito in cui militava il regista. Non molto meglio farà lo stesso Ferrara quasi dieci anni dopo con Guido che sfidò le brigate rosse (2005) che racconta l’uccisione dell’operaio genovese Guido Rossa, interpretato da Massimo Ghini, anche se la sceneggiatura appare lievemente più rifinita rispetto al precedente Caso Moro.

Al “filone Moro” si attingerà a più riprese anche nei successivi anni duemila, prima con il delirante Piazza delle cinque lune (2003) del controverso Renzo Martinelli, che affoga nella più caotica dietrologia (senza contare un Donald Sutherland palesemente fuori parte), quindi con Buongiorno notte di Marco Bellocchio, presentato a Venezia nel 2003, e liberamente tratto dal libro autobiografico Il prigioniero scritto dalla “carceriera” di via Montalcini, Anna Laura Braghetti.

Dal punto di vista strettamente cinematografico va riconosciuto a Bellocchio il consueto mestiere, anche se oltre non si va. Pessimo infine il velleitario e autoreferenziale Se sarà luce sarà bellissimo, firmato nel 2008 del noto “regista-contro” Aurelio Grimaldi e che peraltro “storpia” nel titolo la frase di chiusura (se ci fosse luce sarebbe bellissimo) che si leggeva nell’ultima lettera di Moro alla moglie Nora.

All’uccisione del giornalista Walter Tobagi è dedicato il mediocre Una fredda mattina di maggio di Vittorio Sindoni (1990) con protagonista un giovane Castellitto, mentre sulle diverse esperienze armate è uscito nel 2009 La Prima Linea di Renato De Maria, liberamente tratto dal libro autobiografico Miccia corta di Sergio Segio.  Il film, che pure risulta tutt’altro che immune da lacune, soprattutto in alcuni dialoghi poco credibili con il senno di allora, si segnala per la notevole recitazione di Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Susanna Ronconi.

Tra il 1993 ed il 1996 escono un po’ alla chetichella tre pellicole minori e non a caso oggi di difficile reperimento perché fuori catalogo, e che tornano ad analizzare, seppure in modo diverso alcuni aspetti più intimistici e personali di quegli anni e parlo di La fine è nota di una giovane Cristina Comencini (1993), di La seconda volta di Mimmo Calopresti (1995) e di La mia generazione della brava Wilma Labate, che anni dopo firmerà Signorinaeffe sulla marcia dei 40.000 a Torino del 1980. Il tristissimo ed amaro film di Calopresti, ambientato in una Torino a sua volta grigia e cupa e ispirato a un effettivo carteggio avvenuto tra la detenuta Giulia Borelli e l’ingegner Lenci, tratta l’impossibilità di trovare una qualsivoglia forma di comunicazione, anche a distanza di tanti anni, tra la vittima e l’attentatore, superbamente interpretati entrambi, e va ricordato, da un Nanni Moretti e una Valeria Bruni Tedeschi, entrambi in stato di grazia. Il film della Labate affronta il tema della delazione, concentrandosi in particolare sul rapporto che non si sviluppa tra il mellifluo carabiniere della scorta, un bravo Alessio Olando, e il detenuto Claudio Amendola, che rifiuta di fare il nome di un compagno anche a costo di rinunciare a rivedere la fidanzata che lo attende a Milano, la bella Francesca Neri.

Nel 2006 il regista Michele Soavi propone ben due pellicole che rappresentano tuttavia, entrambe, due “occasioni mancate”. Arrivederci amore ciao tratta, un po’ come il citato Dopo la guerra, dell’impossibile reinserimento in Italia di un rifugiato anni prima all’estero, ma mescola insieme un po’ troppi accadimenti e sfoggia una ben poco assemblata accoppiata formata da un acerbo Alessio Boni e da un troppo caricaturale Michele Placido. Attacco allo stato invece, se è vero che è l’unico film ad avere descritto le nuove Brigate rosse, quelle degli omicidi D’Antona e Biagi, risente di una tipica sceneggiatura da fiction televisiva, dove il protagonista Raul Bova sembra ricalcare il classico poliziotto seriale buono per tutte le stagioni che da anni intrattengono le serate casalinghe delle brave famiglie italiane.

Nato fin dalla sua origine come mero prodotto televisivo è il successivo Il sorteggio (2009) di Giacomo Campitoti, dove Giuseppe Fiorello interpreta il ruolo di un operaio chiamato come giurato in uno dei tanti maxi-processi di allora, mentre vero e proprio documentario è Il sol dell’avvenire realizzato a due mani nel 2007 dal giornalista Roberto Fasanella e dal regista Marco Pannone e che, dopo la sua presentazione al festival di Locarno nel 2008, subì un pesante boicottaggio da parte del Ministro Bondi. Nel film, interamente girato a Reggio Emilia, si filma l’incontro, a 40 anni di distanza, tra gli ex brigatisti Franceschini, Paroli e Ognibene presso quel medesimo ristorante da Gianni dove nell’agosto del 1970 si tenne un convegno di tre giorni sulle colline di Costaferrata.

Sempre a Locarno, ma nel 2013 è stato presentato Sangue di Pippo del Bono che ha addirittura vinto un premio ma che poi in Italia non verrà neppure mai distribuito perché si vede l’ex brigatista Giovanni Senzani raccontare l’omicidio di Roberto Peci, fratello del noto pentito Patrizio.

Ho tenuto per ultimo il film che è riuscito, a mio parere, a rendere meglio il “clima” non solo politico ma anche umano di quel periodo, e mi riferisco a Gli Invisibili di Pasquale Squitieri, uscito nel 1988, merito forse anche di Nanni Balestrini che ha partecipato alla sceneggiatura.

Ma in conclusione mi sento di dire che se davvero qualcuno è interessato a capire cosa accadde in quel periodo è meglio che si rivolga ai documentari oggi visibili anche su you tube, dove alcuni diretti protagonisti di allora raccontano la propria storia.

Ne segnalo tre: Donne e Uomini delle Brigate rosse di Bernardo Iovene (1997), Do You Remember Revolution di Loredana Bianconi (1997) e Ils étaient les brigades rouges del francese Mosco Levi Boucault (2011).

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