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Storia di un racconto scomodo, prima pubblicato, poi rimosso e infine modificato

 

Una storia scomoda e complicata, un focus nelle acque difficili del canale di Sicilia, sulle attività di salvataggio e sul ruolo della Marina Militare. Una storia che si è svolta sotto i riflettori per la sua parte iniziale, il sequestro della nave Open Arms. Ma poi? Cosa è accaduto? Ha continuato a raccontarlo Andrea Palladino per l’unico giornale che aveva voglia e tenacia per farlo, Famiglia Cristiana, una delle pochissime testate italiane che hanno seguito minuto per minuto, senza coprire nulla di ciò che stava succedendo lungo quella difficile linea di confine che separra l’Europa dall’Africa, l’inferno dalla speranza. Ma, improvvisamente, questo racconto ha subito un contraccolpo, proprio nella redazione di Famiglia Cristiana e le cronache dettagliate e scomode fatte da Andrea Palladino sono state modificate. Per ragioni non del tutto chiare e comunque inaccettabili secondo il giornalista. Per evitare denunce dice il condirettore Luciano Regolo. Per provare a capire serve, anche qui, la cronaca nuda e cruda dei fatti. Ed ecco cosa è accaduto a fine marzo 2018, in concomitanza con la notifica alle parti del decreto di convalida del sequestro della nave da parte del Gip di Catania, documento che però conteneva una serie di elementi utili alla ricostruzione di quanto accade in quell’area e che, essendo di rilevante interesse pubblico, era stato scritto nel pezzo di Andrea Palladino. Un articolo prima pubblicato sul sito di Famiglia Cristiana, poi tolto, infine rimesso ma con modifiche che non fornivano più un quadro fedele della situazione, così come riportata nell’atto giudiziario.

La sequenza precisa è questa: il 27 marzo 2018 Andrea Palladino invia alla redazione di Famiglia Cristiana un articolo, concordato con i colleghi che seguono la versione online; il pezzo racconta quanto deciso dal Gip di Catania relativamente al sequestro della nave Open Arms. Nel pomeriggio dello stesso giorno, poco dopo le 17, c’è la pubblicazione sul sito della rivista, con il titolo: “Crolla l’accusa a Open Arms, ma dietro i Libici c’è la Marina Militare italiana” (la versione pubblicata il 27 marzo è disponibile qui: https://web.archive.org/web/20180327215221/http://m.famigliacristiana.it/articolo/cosi-crolla-l-accusa-a-open-arms.htm ).

Ecco il nodo: nel decreto il Gip, che decideva di convalidare il sequestro facendo però cadere l’accusa di associazione per delinquere, scriveva apertamente che l’intervento delle motovedette libiche nel corso del salvataggio dei migranti operato dalla nave umanitaria era avvenuto sotto il coordinamento della Marina Militare italiana (forza che gestisce gli interventi di salvataggio nel mediterraneo centrale, afferma il magistrato di Catania, anche attraverso la Guardia costiera libica). Nello stesso documento è riportata la cronologia dell’intervento di salvataggio della Open arms del 15 marzo, operazione che verrà poi configurata dalla Procura di Catania come favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (sarà poi il Gip di Ragusa a far cadere l’accusa dissequestrando la nave). Nella narrazione dei fatti appare chiaro come l’intervento della Guardia costiera libica abbia avuto quantomeno un supporto operativo da parte della Marina Militare italiana. Questi stretti legami verranno poi confermati – e rafforzati – dalla successiva discovery processuale dei documenti d’indagine (ad esempio la carta intestata della Guardia costiera libica riporta come contatto un numero di telefono della Marina Militare italiana). Dunque il titolo era assolutamente corretto e fondato. Ma verso le 22 del 27 marzo un redattore di Famiglia Cristiana contatta telefonicamente l’autore dell’articolo per comunicargli che il condirettore aveva disposto di mettere offline l’articolo.

Nel frattempo – vista anche la rilevanza del tema – il pezzo era stato condiviso migliaia di volte sui social, con una diffusione molto ampia. La mattina alcuni tweet segnalano pubblicamente la scomparsa dell’articolo (ad esempio il senatore Luigi Manconi) e la notizia viene riportata anche dalla versione online della rivista “Internazionale”. Il caso diventa così pubblico.

Nessuno della direzione aveva ancora comunicato a Palladino i motivi della decisione di rimozione del pezzo. Il 28 marzo un collega della redazione gli spiega che il condirettore, Regolo, aveva chiesto alcune modifiche del titolo e del testo prima di rimettere online l’articolo. Quindi lo stesso giorno gli vengono proposte le modifiche, ma Palladino, come previsto dal CCNL, decide di ritirare la firma, non condividendo le modifiche stesse. La sera del 28 marzo l’articolo esce con un nuovo titolo: “Crolla l’accusa a Open Arms, e un’interrogazione parlamentare parla di “respingimenti mascherati””. Sparisce il riferimento alla Marina militare italiana nel titolo del pezzo e con alcune modifiche del testo che indeboliscono la questione del rischio di una accusa, nei confronti dell’Italia, di respingimento collettivo di richiedenti asilo. Il 29 marzo il condirettore Luciano Regolo scrive al giornalista autore del servizio chiedendogli di spiegare i motivi del ritiro della firma. Quanto alle motivazioni dell’intervento – che lo stesso condirettore ha ammesso essere “anomalo” nelle modalità – Regolo ha parlato genericamente di possibili problemi legali. Palladino risponde al condirettore argomentando la sua scelta, affermando, tra l’altro, che il ritiro a valle della pubblicazione di un articolo dal sito era una procedura anomala, contraria alla prassi giornalistica utilizzata nelle pubblicazioni online (qualsiasi intervento poteva essere operato dalla direzione senza rimuovere l’articolo); poco dopo riceve una replica, dove Regolo afferma di sentirsi “offeso”.

Quello che accade successivamente è ancora più strano perché Palladino non riuscirà più a far passare altri pezzi di approfondimento sull’argomento, nemmeno un’intervista, già realizzata, con il procuratore generale di Roma sul tema dei migranti. Il 16 aprile Palladino ha chiesto al condirettore di Famiglia Cristiana, con una mail, se le proposte inviate fossero state valutate, senza ricevere risposta; 
Il 19 aprile il Cdr comunica al giornalista di aver incontrato il direttore di Famiglia cristiana, don Antonio Rizzolo, il quale ha suggerito di inviare una email spiegando che la motivazione sul ritiro della firma non voleva essere offensiva, ma una semplice argomentazione delle ragioni della scelta. Era un tentativo di mediazione. Palladino ha inviato quanto richiesto dal Cdr. Il 20 aprile il condirettore Luciano Regolo risponde comunicando, di fatto, l’interruzione della collaborazione, che sarebbe potuta continuare solo se il collega avesse pienamente riconosciuto la correttezza dell’operato del condirettore nella rimozione dell’articolo. Una sorta di abiura. 
In questa vicenda si sommano un paio di questioni importanti: la prima riguarda il rispetto del lavoro del cronista che ha tolto la firma da un articolo epurato di una sua parte fondamentale; la seconda afferisce direttamente l’argomento trattato. La decisione del gip di Catania sulla nave Open Arms – con il racconto del ruolo della Marina Militare – non è stata seguita quasi da nessuno dei media nazionali, fatta eccezione per Il fatto quotidiano, Avvenire e (ovviamente) Famiglia Cristiana, ma l’articolo (tolto) di Famiglia Cristiana era oggettivamente quello più approfondito e, se vogliamo, il più scomodo. Questo particolare aspetto preoccupa, se possibile, ancor più dell’intervento sul lavoro di Palladino perché è stata tolta luce ad un problema di ordine umanitario e internazionale di assoluto rilievo.

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