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MO, il ruolo centrale della Turchia nella gestione delle crisi: il 4 aprile Putin e Rohani a Istanbul da Erdogan. Intervista a Alberto Negri

 

Il Medio Oriente sta vivendo la più grave crisi degli ultimi decenni, con scontri sia geopolitici che armati, dalla Siria allo Yemen. Alleanze inedite, cambi di campo e frizioni diplomatiche, al limite della :guerra fredda’, hanno alterato equilibri di lungo termine e stanno mutando gli scenari, in Medio Oriente come nei e tra i paesi dell’Alleanza Atlantica. Ne abbiamo parlato con Alberto Negri, giornalista ed esperto di questioni mediorientali tra i più acuti e apprezzati nel panorama europeo.

Quali sono gli elementi necessari per comprendere la complessa situazione mediorientale?

“Per capire la situazione attuale bisogna partire da una data importante, settembre 2015, quando la Russia è entrata in campo in Siria a sostegno di Bashar al-Assad. L’intervento russo ha praticamente mutato gli equilibri geopolitici in Siria e in tutta la regione. Se la Turchia all’inizio ha cercato di contrapporsi alla Russia, ricordiamo l’abbattimento di un caccia nel novembre del 2015, ha poi dovuto cambiare radicalmente campo e si è dovuta alleare con Mosca e con Teheran In funzione anti curda. Questo cambio di campo turco è stato il maggiore cambiamento di scenari mediorientali degli ultimi decenni”.

Ma Ankara riesce sempre a ritagliarsi un ruolo centrale?

“La Turchia è un paese della Nato dove è entrata nel 1952 e si è quasi sempre più o meno allineata con l’alleanza Atlantico seppure con qualche eccezione, ricordiamo che per esempio la Turchia negò agli americani l’ingresso delle truppe Usa per andare a fare la guerra in Iraq nel 2003 contro Saddam Hussein. Ma è evidente che i rapporti che si sono instaurati da allora tra Putin e Assad hanno cambiato notevolmente la posizione della Turchia tanto che il prossimo 4 aprile a Istanbul si troveranno per un vertice inedito Erdogan, Putin e Rohani”.

Quali potrebbero essere i nuovi assetti, tenendo conto anche del caso Skripal, dopo il vertice a tre di Istanbul?

“La vicenda Skripal sta portando la Russia a rompere con l’Europa. Basti pensare alle espulsioni incrociate di funzionari russi da una parte e diplomatici occidentali dalle ambasciate a Mosca dall’altra. Ma stiamo attenti perché negli Stati Uniti Donald Trump non ha detto pubblicamente una parola sulla questione sollevata dalla Gran Bretagna su delle affermazioni per ora prive di prove ed è legittimo avere ogni sospetto nei confronti di un paese come il Regno Unito che con gli Stati Uniti avallò la famosa bugia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che portarono alla guerra del 2003. Unico dato certo per ora è che la Gran Bretagna ha ottenuto il risultato che voleva, una solidarietà Nato ed europea pressoché totale, cosa non scontata per un paese che sta uscendo dall’Ue e in crisi per la Brexit”.

Quali le conseguenze per gli equilibri geopolitici, sempre più precari, e i rapporti economici, in particolare per l’Italia tra i principali partner commerciali della Russia?

“Lo scontro tra Gran Bretagna e Russia, con il coinvolgimento di Unione Europea e Stati Uniti per la questione delll’agente avvelenato ha certificato di fatto un clima da guerra fredda. L’Italia si è accodata come al solito alle decisioni del Consiglio Europeo della Nato e dell’Unione Europea nel nome di una solidarietà Atlantica su cui noi come Paese non sempre abbiamo potuto contare, come è stato evidente negli ultimi anni, basti pensare alla questione della piattaforma dell’Eni bloccata dalla Marina Militare turca. A fronte di ciò è facile  prevedere che le ripercussioni saranno ben peggiori della portata blanda, quanto incauta, azione italiana nei confronti di Mosca espellendo due funzionari russi”.

Tornando alla disputa iraniana – saudita con l’ausilio dei rispettivi ‘partner’, qual è lo stato dell’arte?

“Al di là dei fatti contingenti specifici, va evidenziata una realtà di lungo corso. L’Iran è da sempre sotto attacco degli arabi, dall’Iraq di Saddam Hussein negli anni Ottanta a oggi, sempre sostenuti dagli Usa. Teheran ha gli statunitensi da diciassette anni ai suoi confini e l’Arabia Saudita non perde occasione per sostenere degli elementi anti-iraniani. E poi c’è stata la guerra di Siria, un momento fondamentale nella storia del Medio Oriente di questi anni: una guerra civile che si è presto trasformata in una guerra per procura che ha sconvolto l’intera regione, cambiando i dati strategici della situazione”.

Qual è in questo contesto in evoluzione il ruolo di Israele? 

“Partiamo da un presupposto: ci sono dei fatti per me evidenti però è bene che li rimarchiamo. Gli Stati Uniti sostengono dichiaratamente Israele e Arabia Saudita nel contrasto all’Iran. La dichiarazione di Trump in merito al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme è stato un chiaro segnale di vicinanza nei confronti di Israele ma anche di avvertimento nei confronti del suo principale nemico. Vanno poi considerati gli evidenti accordi tra ideaeliani e sauditi per fare fronte comune contro l’Iran sostenuti dagli Stati Uniti, basti ricordare le visite di Trump a Riad e il rapporto consolidato con Mohammed Bin Salman che è riuscito a ottenere armi da usare in Yemen contro i ribelli huti che sono.alleati di Teheran. Ci sono quindi più fronti aperti. L’altro, il terzo, è il Libano. Israele ha potenziato lo schieramento del suo esercito al confine libanese con l’obiettivo primario di monitorare l’avanzata degli hezbollah. David Gardner sul Financial Times qualche giorno fa ipotizzava che il prossimo conflitto in Medio oriente possa essere proprio uno scontro aperto tra Israele e hezbollah libanesi. E io condordo con questa analisi. In tutto questo il blocco occidentale che sta facendo solo danni, basti pensare a questa roba rossa, risulta ininfluente è una nuova escalation appare inevitabile”.

Ma in che modo potrebbe, dovrebbe agire, la diplomazia occidentale?

“Bisognava prendere un’iniziativa forte, mettendo in chiaro le conseguenze di azioni militari unilaterali, come nel caso dell’artacco turco ad Afrin. Ma sembra quasi che non si capisca chi siano gli attori principali e in che modo intervenire, quanto meno per limitare i danni. Guardiamo al caso Skipal, non era quello  il modo di affrontare Mosca. Paesi come la Russia e la Turchia dovrebbero essere affrontati con approcci più funzionali per tentare di risolvere le questioni garantendo loro legittimità sul terreno ma stabilendo dei paletti entro i quali, sarebbe opportuno rimarcare con fermezza, non si debba sconfinare. L’unica possibile soluzione, a mio parere, è che Stati Uniti e Russia scendano a patti per portare Arabia Saudita, Iran e Israele a posizioni negoziali e non conflittuali”.

 

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