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Oggi a Pavia per illuminare omicidio Rocchelli-Mironov e ribadire richiesta di verità e giustizia

 

Un anno e mezzo fa i genitori di Andrea Rocchelli, ucciso in Ucraina il 24 maggio del 2014 a soli 32 anni mentre cercava di documentare uno dei più cruenti conflitti degli ultimi anni, lanciavano un appello per illuminare l’assassinio di Andy e dell’attivista scrittore russo che lo accompagnava, Andrej Mironov.
Nelle prossime settimane inizierà il processo a Vitaly Markiv, un combattente volontario delle milizie ucraine arrestato nel giugno scorso a Bologna e accusato della morte di Rocchelli e Mironov oltre che del ferimento del giornalista francese William Roguelon che era con loro.
Elisa e Rino, in una lunga intervista a L’Espresso, nell’ottobre 2016, chiedevano verità e giustizia per il figlio e il suo amico, richieste rilanciate anche attraverso un’interrogazione parlamentare dal presidente della Commissione Diritti umani Luigi Manconi. Domani, a Pavia, città in cui è nato e cresciuto Andy, la famiglia, l’avvocato Alessandra Ballerini, il presidente della Federazione nazionale della stampa Beppe Giulietti animeranno un’iniziativa, alle 15.30, nella ex Chiesa di Santa Maria Gualtieri, in piazza Vittoria, per riaccendere i riflettori sulla vicenda.

Rocchelli era un fotoreporter freelance, fondatore del gruppo di fotografi indipendenti “Cesura”. Da tempo si interessava delle vicende ucraine ed era stato più volte nel Paese. Aveva seguito anche gli avvenimenti di piazza Maidan, dalle dimostrazioni pacifiche agli scontri del 2014.
Con il suo lavoro aveva documentato la repressione cruenta e la fine dell’azione di protesta, con l’autoscioglimento del governo e la fuga all’estero del presidente.
Guida e spalla di Andy in quei luoghi Andrej Mironov, attivista per i diritti umani che aveva collaborato con il gruppo Memorial, fondato da Anna Politkoskaja. Si conoscevano da diversi anni e avevano girato molto insieme nella regione, dalla Cecenia a Mosca, approfondendo aspetti e vicende diverse. E insieme erano partiti dall’Italia diretti in Ucraina, nella primavera del 2015, per il loro ultimo viaggio.
Rocchelli voleva realizzare reportage da Kiev a Donetsk per poi spingersi verso Sloviansk, dove con l’aiuto di Andrej aveva raccolto numerose interviste che raccontavano delle condizioni di vita estrema della popolazione locale.
Le foto dei bunker riattivati e improvvisati per proteggere dai bombardamenti i civili, stipati di bambini di cui molti orfani, ha fatto il giro del mondo, arrivando a essere pubblicate su “The Guardian”.
E la sua opera di denuncia e di documentazione di un conflitto cruento e dai lati oscuri non si sarebbe arrestata se quel 24 maggio di due anni fa con altri quattro civili inermi, oltre Mironov e all’autista ucraino viaggiavano sulla stessa auto crivellata di colpi di un commando di cecchini anche un giornalista di nazionalità francese William Roguelon e un quinto uomo incontrato sul luogo morto nell’attacco. Solo Rougelon e il conducente della vettura si salvarono. E proprio grazie al collega sopravvissuto, ascoltato nei mesi scorsi dalla Procura di Pavia, è stato possibile acquisire nuovi elementi che hanno portato all’arresto dell’imputato del processo.
Sarà un dibattimento lungo, dove la difesa proverà a smontare le accuse.

“Saremo con loro anche nelle aule del tribunale e continueremo ad illuminare la loro tragedia sino a quando non ci saranno verità e giustizia per Andrea Rocchelli e Andrey Mironov” avverte Giulietti. E noi tutti con lui per dare, oggi più che mai, sostegno alla famiglia Rocchelli affinché sull’omicidio del fotoreporter e del suo compagno di lavoro e di viaggio sia fatta piena luce e giustizia.

Si, giustizia. Perché è l’unica cosa che Elisa e Rino, mai animati da spirito di vendetta, continuano a chiedere da quasi quattro anni. E noi di Articolo 21 con loro. Sempre.

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