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Così il boss dei casalesi ottenne l’epurazione di un giornalista scomodo. La sentenza d’Appello sul caso Palmesano racconta come sia difficile raccontare territori impervi

 
Vincenzo Palmesano era un giornalista che “rompeva i coglioni” al boss Vincenzo Lubrano,capo di un clan dominante nell’agro caleno, in provincia di Caserta. Lubrano, poi deceduto,nel 2003 ordinò e ottenne che quel giornalista scomodo non facesse più il nome di Lello Lubrano e che fosse allontanato dal giornale per cui collaborava, il Corriere di Caserta. Tutto questo era già scritto nella sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico di Francesco Cascella (quale esecutore dei voleri di Lubrano) e Angelo Raffaele Palma, ma adesso è altresì confermato nel verdetto di secondo grado emesso dalla terza sezione della Corte d’Appello di Napoli, che fa propria la ricostruzione della Procura, validata dopo il dibattimento di primo grado. Per la prima volta in questi atti c’è la prova del condizionamento mafioso, e in specie del clan dei casalesi, su un giornale, su chi scrive e sui contenuti degli articoli, che non dovevano disturbare il capo dell’organizzazione criminale egemone. I fatti si sono verificati nel 2003 e dopo quindici lunghi anni anche una delle pagine più brutte dell’informazione in Italia è stata scritta. Bruttissima perché il direttore del Corriere di Caserta,Vincenzo Guarino, accettò gli ordini del boss.
Risulta agli atti che “Guarino, condividendo il negativo giudizio su Palmesano…assicura il proprio interessamento per ‘ridimensionare’ lo sgradito professionista”. Lo si deduce da una intercettazione fatta sullo stesso Francesco Cascella che riferendo del colloquio avuto col direttore racconta: “…parola mia, dice, che non… per quanto riguarda il nome di Lello Lubrano non uscirà più nessun articolo… digli a don Vincenzo (Lubrano ndc) che se vuole lo vado a trovare pure io”. In quest’ultima frase c’è la sottomissione al volere del boss. Detto fatto, naturalmente. Infatti coincidenza temporale vuole che subito dopo quella telefonata si “verificò un progressivo ridimensionamento  del giornalista, fino alla sua definitiva epurazione. Le modalità con cui tale estromissione maturò  nel tempo (a partire dai primi mesi del 2003, in perfetta sincronia rispetto alle iniziative assunte da Lubrano, con progressivo ridimensionamento delle pubblicazioni a firma del giornalista) rispecchiano una strategia di isolamento – così si legge  nella sentenza di Appello – evocativa di un clima di grave intimidazione ambientale”. E’ amaro ma necessario leggere cosa esattamente infastidì il boss: c’era quella che la Corte d’Appello definisce una “insofferenza manifesta  del Lubrano per la pedanteria del Palmesano, che minacciava, con i suoi articoli, la ‘serenità’ del capoclan (“non posso nemmeno andare a pisciare più’)”.
In realtà Palmesano scriveva cose molto scomode per il clan. Per esempio un articolo in cui si descriveva “l’avvistamento del Lubrano presso l’azienda Cemi”. Per i giudici di secondo grado vi fu “la necessità (avvertita dal boss) di contrastare le inchieste giornalistiche del Palmesano, incentrate sugli affari ileciti del clan”. In un passaggio di questa sentenza c’è il nocciolo del risarcimento morale al giornalista Vincenzo Palmesano e a tutti quelli come lui che cercano ogni giorno di raccontare verità scomode in terre particolarmente impervie. Eccolo: “… non v’è chi non veda come la pretesa di condizionare l’attività di un giornalista, sia pure limitatamente a uno specifico profilo del legittimo esercizio del diritto di cronaca, tradisca una finalità intimidatoria particolarmente odiosa, avuto riguardo al contenuto della minaccia, alla caratura criminale del suo autore, alle relative modalità di esplicazione”.
A confermare che Palmesano è stato un cronista assai scomodo per i casalesi è stato, peraltro, anche il collaboratore di giustizia Giuseppe Pettrone il quale ha detto che l'”eliminazione professionale” di Palmesano corrispondeva a “un interesse concreto dei clan operanti nella zona, indipendentemente dalla frammentazioni dei singoli gruppi”. La sentenza di primo grado era stata appellata dagli imputati che i giudici di Appello hanno condannato a pagare le spese processuali, coerentemente con quanto da sempre chiedono i giornalisti italiani, una prassi che si spera possa diventare inopinabile. Anche per questo la sentenza sul “caso Palmesano” è storica, risarcitoria e in qualche modo illuminante di cosa può accadere nella periferia profonda e violenta del Paese.

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