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Un ricordo di Gillo Dorfles

 

Ho avuto la fortuna di trascorrere un’intera giornata con Gillo Dorfles nell’hinterland di Napoli, reclusi in una stanza per valutare, come membri di una giuria, i bozzetti di un monumento che avrebbe adornato la piazza del paese. Nel tempo rimanente ne approfittai per discorrere dei suoi libri, in particolare dei temi che aveva trattato nel corso di tre lunghe interviste televisive realizzate per l’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche – un’opera della Rai e dell’Istituto per gli Studi Filosofici (purtroppo ancora incompiuta). Gli chiesi di parlarmi dell’arte contemporanea che ha dichiarato guerra all’armonia e alla simmetria; della riabilitazione delle emozioni nella valutazione dell’opera d’arte, “perché la capacità conoscitiva dell’uomo è basata non solo sui concetti ma sulle sue esperienze sentimentali, oltre che sensoriali”.

Mi parlò del ruolo svolto dalla rivoluzione tecnologica nello sprigionare la creatività (cinema, design, video art) e mi chiarì perché, nel nostro tempo, importanti correnti di pensiero come la psicanalisi e l’esistenzialismo – che pure hanno improntato di sé l’arte, la filosofia e la letteratura – si sono rivelate essere soltanto delle “mode culturali” che si esauriscono nell’arco di uno o più decenni.

Al rientro a Napoli in auto, nel lento traffico della domenica, riservai l’argomento che più m’intrigava: l’intervallo perduto o, per meglio dire, la scomparsa della “pausa”. Dorfles considerava, infatti, “la morte del silenzio” una grave patologia del tempo presente che ci impedisce di assaporare le cose, sollecitati come siamo da stimoli di ogni genere, soprattutto da rumori e immagini incessanti, senza tregua. Associava la soppressione della pausa, dell’intervallo, alla decontestualizzazione della vita quotidiana, dello spazio pubblico ridotto, secondo la definizione di Marc Augé, a un “ non luogo”, dove proliferano centri commerciali, aeroporti e quartieri anonimi, senza storia.

Ripensando a quella conversazione di circa venti anni fa, mi sono improvvisamente reso conto di quanto Dorfles fosse lungimirante nel presagire l’avvento di tutte quelle distorsioni che spingono i giovani, senza coercizione alcuna, a rinchiudersi in un quel recinto di eterno presente, non-luogo per eccellenza, che sono – per l’uso che se ne fa – i social network, dove felicemente impera il multitasking: un riflesso condizionato che non si limita soltanto ad azzerare le pause tra le parole, le musiche e le immagini ma, sovrapponendo le une alle altre, genera un rumore fondo continuo che ci accompagna in tutte le ore del giorno. Non a caso, Dorfles considerava 4’33” (Il silenzio) di John Cage la composizione più rivoluzionaria della musica contemporanea.

Oggi, a Laiatico, dove Gillo andava “ad assaporare il silenzio e la tranquillità”, si terranno i suoi funerali. Si può essere certi che nel rivolgergli l’estremo saluto, i suoi amici più cari gli si stringeranno intorno in un commosso raccoglimento piuttosto che abbandonarsi, terrorizzati dal silenzio, a uno sguaiato applauso, un rituale tanto diffuso quanto di cattivo gusto: kitsch, per l’appunto.

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