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Yemen, crisi sempre più grave. L’allarme di Msf e Unicef. Un inferno cristallizzato nell’indifferenza del mondo

 

Il 2017 si sta chiudendo nel peggiore dei modi in Yemen, ormai un inferno cristallizzato nell’indifferenza del mondo.
L’ultima settimana è stata caratterizzata da pesanti violenze e dal blocco che impedisce tutti i rifornimenti vitali. Un’ennesima dimostrazione dell’assoluto disprezzo delle parti in guerra nei confronti dei civili, dei pazienti e delle strutture mediche nel paese, come denuncia l’organizzazione medico umanitaria Medici Senza Frontiere impegnata dall’inizio del conflitto nel paese.
Dal 29 novembre, pesanti combattimenti nelle strade e nuovi bombardamenti aerei stanno paralizzando la capitale Sana’a, mentre la popolazione locale è costretta a rimanere in casa per diversi giorni, e i feriti sono impossibilitati a ricevere le cure mediche di cui hanno bisogno.
Secondo fonti locali, alcune ambulanze chiamate per soccorrere i feriti sono finite in mezzo agli scontri, che hanno provocato oltre 100 vittime.
Sebbene MSF non abbia ricevuto le necessarie garanzie dalle parti in conflitto per muoversi all’interno della città di Sana’a, è riuscita comunque ad assicurare forniture mediche gratuite agli ospedali della capitale.
Intanto, gli scontri si sono estesi ad altre zone del Paese, come i governatorati di Hajjah, Amran e Ibb.  
“I servizi sanitari sono stati ripetutamente attaccati. Ancora una volta le parti in conflitto non stanno risparmiando dai combattimenti le strutture mediche, mettendo così a repentaglio la vita dei pazienti e del personale medico” ha dichiarato Steve Purbrick, coordinatore dei progetti di MSF ad Hajjah.
“I civili devono essere in grado di fuggire o cercare assistenza medica, le ambulanze devono essere autorizzate a raggiungere i feriti e gli ospedali devono essere protetti”.
Gli ultimi scontri avvengono mentre lo Yemen è ancora alle prese con un paralizzante blocco delle importazioni commerciali e umanitarie imposto dalla Coalizione guidata dall’Arabia Saudita un mese fa. Sebbene sia stato consentito l’ingresso ad alcuni voli e navi umanitarie, le limitazioni sono ancora in vigore per le importazioni commerciali di merci, come il cibo e il carburante impedendo agli yemeniti di avere accesso a beni di prima necessità, comprese le medicine e le forniture mediche.
Dall’inizio dei combattimenti e dell’imposizione del blocco, il prezzo del carburante è aumentato di oltre il 200% e in generale tutti i prezzi dei beni primari, come acqua e cibo, sono aumentati drammaticamente.
E le vittime maggiori di questa drammatica situazione restano i bambini. Nei giorni scorsi Unicef ci ha aggiornato sul macabro pallottoliere del 2017, oltre 100 i morti. Più dello scorso anno.
Anche il responsabile di Ocha, il Coordinamento delle attività umanitarie delle Nazioni Unite in Yemen, Jamie McGoldrick, ha sottolineato che la popolazione locale si trova ad affrontare una crisi di dimensioni “incommensurabili”.
Secondo McGoldrich, la guerra in Yemen è “una crisi invisibile” a causa dell’impatto mediatico di gran lunga minore rispetto a quella siriana.
Eppure, l’emergenza è di proporzioni devastanti. Almeno 13,6 milioni di yemeniti hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre il paese è ancora soggetto a forti limitazioni di tipo sanzionatorio che impediscono a molte navi da carico di attraccare nei porti nazionali.
Le restrizioni alle importazioni, i limiti imposti al settore bancario e alla Banca centrale hanno reso le istituzioni statali completamente “inservibili”, ha dichiarato lo stesso McGoldrick. Il funzionario Onu ha dichiarato che il cibo, il carburante e le medicine stanno scarseggiando e i prezzi per il loro acquisto sono esorbitanti. Il rappresentante Onu ha precisato che gli importatori hanno difficoltà a garantire l’arrivo delle merci.
La Banca centrale yemenita ha annunciato di avere bisogno del sostegno da parte di donatori e istituzioni finanziarie per salvare la sua economia dal collasso, sottolineando che sta lottando per cercare di reperire denaro contante e cambiarlo in valuta internazionale in modo da poter sostenere gli acquisti di prodotti importati.
Il tracollo del paese è dunque a un punto quasi irreversibile, sia dal punto di vista umanitario che economico.
E la comunità internazionale, ancora una volta, non può che fare i conti con un ennesimo fallimento.

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