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Addio Circolo Ilva, la bonifica cancella cento anni di storia. Ministero: 4 milioni per restare. Insorgono 1700 soci e il caso finisce al Quirinale

 

La bandiera non è blu ma verde e stellata sul mare di Nisida. E quando soffia la tramontana le canoe spuntano come miraggi tra spocchiosi cabinati a motore. Un caffè costa 50 centesimi, il parcheggio è gratuito, lo sport non ha prezzo. E poi ci sono le rughe, al Circolo Ilva sono trofei. Monumenti di ferro e ghisa seminati tra i resti bruciati di Città della Scienza e la kafkiana colmata di cemento. Ricordano il secolo di storia e l’anno di battesimo della Società di Mutuo Soccorso: 1909. Istruiva gli operai, aiutava i più deboli, consolava le fatiche nel cinema/teatro Ferropoli che battezzò un giovanissimo Edoardo Bennato e accolse attori come Vittorio Gassman. Cambiò il nome ma non la sostanza. Canottieri Ilva, sinonimo di eccellenze sportive, circolo aperto ai quadri aziendali ma anche alle colonie di bambini orfani.

Cento e passa anni dopo è un fortilizio sospeso sul futuro, secondo la saggia sintesi del filosofo Aldo Masullo. L’ultimo reparto in produzione della fabbrica, lo ha ribattezzato Guglielmo Santoro che lo strappò all’oblio e alla rassegnazione dopo la colata d’addio. “Quando mi chiamarono vent’anni fa per recuperare il Circolo Ilva, qui si giocava solo a carte e non c’era una lira”. Oggi conta 1700 iscritti, cento soci onorari, quattrocento operai in pensione e altrettanti ragazzini allenati al sacrificio e ai primati sportivi: lotta, canottaggio, kayak, vela, pattinaggio. Riserva di umanità nel deserto post industriale di Bagnoli, un miracolo sociale. Ancora per poco.

(nella foto: Il Circolo anni ’60, Vittorio Gassman nel ’62 e il trio Bennato nel ‘58)

Con il nuovo piano di bonifica approvato lo scorso luglio da Invitalia, braccio operativo del Tesoro, il Circolo ha conosciuto il suo destino: la demolizione. Cancellato con un colpo di compasso. Sono subito partiti febbrili contatti tra e l’associazione costituita nel ’98 sulle ceneri del Cral aziendale e i proprietari governativi subentrati al fallimento di Bagnoli Futura, la società pubblica che sul suolo della bonifica ha lasciato 140 milioni di debiti. E i nuovi padroni hanno subito scoperto le carte. Alla chiusura del Circolo hanno dato un’alternativa: 4 milioni  per restare a Bagnoli. Da pagare in un’unica rata subito oppure con un mutuo di 350 mila euro per 15 anni. Ma non più davanti al mare di Nisida, Invitalia avrebbe assegnato uno dei tre crateri del putrefatto parco dello sport, sotto la collina di Posillipo. Un cimitero di piste e campi sportivi mai collaudati e abbandonati da dieci anni. Solo che è spuntato uno scoglio. Il parco dello sport fu finanziato con soldi dell’Unione europea, dunque inalienabile per legge, non può essere venduto a privati ma fittato. Invitalia allora con una lettera protocollata il 19 ottobre scorso, senza giri di parole ha proposto un canone transitorio da stabilire fino alla chiusura. La trattativa è in corso ma se accordo non ci sarà la vicenda potrebbe finire in tribunale. E l’avvocato Riccardo Marone, ex vicesindaco di Napoli, è pronto a difendere la causa dei soci.

Allenati a resistere, gli ex caschi gialli  hanno intanto alzato le prime barricate. Il presidente Vittorio Attanasio ha firmato una lettera al capo dello Stato Sergio Mattarella a nome dei 1700 associati. Scrive tra l’altro che il Circolo, fiore all’occhiello di Napoli anche per i numerosi successi sportivi, mette a disposizione strutture gratis a molti enti del terzo settore, attività per diversamente abili ed è uno dei pochi luoghi in Italia dove è promosso l’invecchiamento attivo con la pratica sportiva. E nell’appello ricorda il precedente di Oscar Luigi Scalfaro, che con il suo intervento scongiurò un primo tentativo di chiusura quando fu chiesto alla struttura di arretrare lontano dal mare le attività sportive, soluzione che ne avrebbe provocato la morte. “Gentile Presidente, ancora una volta abbiamo bisogno di aiuto”.

(nella foto: Vittorio Attanasio, Guglielmo Santoro e il Circolo oggi)

Un canone di fitto, il Circolo Ilva non l’ha mai versato. “Nessuno ce lo ha mai chiesto – spiega Guglielmo Santoro, presidente per due lustri – sia per consuetudine sia per non gravare su un bilancio che in autogestione assicura tutte le spese di amministrazione, elettricità, istruttori, 6 dipendenti compresa guardiania”. L’associazione muove circa 600 mila euro per coprire i costi, senza un euro di profitto. Criminali e affaristi sono stati tenuti fuori con regole da carabiniere e casco giallo: presidente poteva diventare solo chi aveva 5 anni di iscrizione e nello statuto è stato chiarito che chi ha un incarico, dal presidente ai consiglieri, non percepisce un soldo. “Nessun consiglio di amministrazione che si aumenta lo stipendio insomma” sottolinea con ironia Santoro.

La politica locale da queste parti ha perduto da tempo la sua credibilità. “A Bagnoli ci saranno turismo e lavoro per tutti” assicurò nel ’94 Antonio Bassolino, tre anni dopo l’ultima colata. La lista dei sindaci che hanno cercato nel Circolo un bacino elettorale è lunga e non si ferma alla sua stagione. E servita almeno a garantire la sopravvivenza dello storico presidio.

Rosa Russo Iervolino, ormai nonna e pensionata, ha ricambiato forse meglio di altri lo status di socio onorario. Guglielmo Santoro ha affidato a lei la lettera da consegnare al Quirinale. Ma se a Roma potrebbe trovare una sponda amica, a Napoli le cose non stanno proprio così.

Il primo documento di Invitalia siglato mentre il Comune contestava la cabina di regia, non prevedeva la fine del Circolo. “Vorrei sapere dal sindaco Luigi de Magistris, come mai quando il Comune è entrato nella cabina di regia ha autorizzato nel documento finale la demolizione del Circolo Ilva?” – chiede il presidente Attanasio. Che si è fatto due nobili conti.

“Qui siamo come una piccola città del nord, la raccolta differenziata al 70 per cento, più del doppio dell’amministrazione comunale e se nella classifica del Sole 24 ore Napoli figura al numero 107, noi saremmo nei primi venti. Siamo uno dei pochi circoli in Italia dove un disabile può arrivare con la sedia fino alla barca, con i complimenti di Alex Zanardi. Nell’età dello spreco la nostra è una realtà che funziona, dunque va cancellata…”.

(nella foto: Nicola Arienzo sulla spiaggia del Circolo)

Mentre  il capitalismo finanziario dilagante ritiene di poter far a meno dei beni sociali, il Circolo sociale Ilva ha fatto a meno del capitalismo, quello rapace. Le tariffe sono di 90 euro l’anno per diventare socio, di 30 euro in media per le attività. Davanti all’isola di Nisida centinaia di storie hanno ritrovato identità e memoria di una lunga stagione di lavoro e amicizia. Vittorio Fumagalli venne dal nord, Sesto San Giovanni e a Bagnoli trovò il lavoro e la donna della vita. Lo scrittore Ermanno Rea ne fece un elogio crepuscolare ne La dismissione.

Nicola Arienzo, il più anziano socio operaio Ilva, entrò in fabbrica coi calzoni corti quando il clima era nero più del carbone. Nel ’36 era solo un adolescente, con quattro fratellini da sfamare. Fu arruolato dalla Marina e finì in un campo di concentramento in Marocco. A casa lo credevano morto, è sopravvissuto a tutto. Qualche tempo fa confidò: “La mia è una storia dura ma vissuta, come la fabbrica, almeno io sono vecchio ma se guardo li fuori questo Paese ho pena per chi resta”. Cresciuto insieme agli altoforni, Nicola si è spento pochi giorni fa a 96 anni. Un secolo quasi, come il fortilizio sul mare.

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