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La dignità delle donne tunisine e la storica approvazione della legge antiviolenza. Il racconto di Monia Ben Jemia

 

È stato bello, emozionante, a un mese dalla storica approvazione in Tunisia della legge contro la violenza sulle donne, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento lo scorso 26 luglio, sentire Monia Ben Jemia, presidente dell’Associazione Donne tunisine democratiche.

Attraverso una lunga chiacchierata via Skype mi ha spiegato come e perché questa riforma è così importante.
Il primo aspetto affrontato da questa legge è stato quello relativo al lato preventivo della violenza in generale, ovvero non solo pene per l’atto criminale perpetrato ma un impianto che ha il chiaro obiettivo di dissuadere dal commetterlo.
La Tunisia è da tempo considerata nel mondo arabo pioniera nel campo dei diritti delle donne.
Ma la vita quotidiana di molte tunisine è ancora caratterizzata da abusi e molestie.
“Quando il Parlamento ha approvato questa nuova norma che abolisce la violenza contro le donne – ha raccontato Monia – non sono mancati ululati di protesta”.
E non poteva esseee altrimenti. La nuova legge rende più facile perseguire l’abuso domestico e impone sanzioni per la molestia sessuale negli spazi pubblici. Inoltre riconosce ai cittadini, non solo alle vittime, il diritto di denunciare alla polizia violenze contro le donne di cui sono testimoni.
E c’è di più. Non si tratta solo di una riforma giudiziaria ma anche culturale.
Nella riforma viene indicata la strada della formazione. Nelle scuole sin da bambini gli studenti saranno istruiti sui diritti umani.
Il testo dispone anche che polizia e giudici abbiano un addestramento su come gestire i casi di violenza contro le donne.
Il Parlamento ha inoltre disposto l’aumento dell’età del consenso sessuale dai 13 ai 16 anni.
La nuova legislazione ha, infine. previsto ammende e il carcere per chi ricorre allo sfruttamento minorile. Già lo scorso anno la Tunisia aveva ratificato una legge sul ‘commercio umano’ e la discriminazione sul luogo di lavoro, ora punibile con una multa fino a 800 dollari.
“La Tunisia è il primo paese musulmano che adotta una legge contro la violenza sulle donne – conferma Monia – anche se si era già distinta tra i paesi islamici per l’apparato legislativo sulla loro protezione. Con una norma inserita nel “codice di stato”, adottato nel 1956, era stato consentito, ad esempio, il divorzio ed era stata considerata illegale la poligamia. Tutte le associazioni che si occupano dei diritti delle donne e dei diritti umani in generale dicono che la nuova legge è un passo avanti importante, sia perché è così ampia ma soprattutto perché mette fuori legge non solo violenze fisiche ma anche abusi psicologici e persino discriminazioni economiche”.
Prima che maturasse questa nuova concezione del diritto delle donne la loro voce era ignorata e poco efficace.
“Abbiamo raccolto troppe storie negli anni scorsi di vittime di abusi domestici che hanno detto di non essere state prese sul serio dalla polizia quando hanno presentato una denuncia” ricorda la presidente delle donne democratiche turche.
Durante gli anni di dittatura della Tunisia, molte donne che erano attiviste o semplicemente legate all’opposizione non avevano la possibilità di difendersi dalla violenza, tra cui quella sessuale, proprio a causa dell’atteggiamento della polizia.
I legislatori che hanno redatto le nuove norme sono l’estensione di un movimento in Medio Oriente che opera affinché si arrivi all’eliminazione delle cosiddette leggi dei matrimoni – riparatori, che consentono agli uomini che hanno commesso stupri di sposare le loro vittime per sfuggire all’azione penale. Anche se quella parte del codice tunisino era in disuso e non veniva più adottata, l’anno scorso un giudice aveva ‘concesso’ al violentatore di una bambina di 12 anni, rimasta incinta, di sposarla impedendo così che la denuncia venisse portata avanti.
Quel caso ha suscitato la controversia nazionale che poi ha portato alla spinta per cambiare la legge.
“Finalmente dopo mesi di confronto siamo riusciti a modificare questo articolo nella versione finale della legge, è stato il commento di Bochra Belhaj Hmida, tra le più determinate deputate del Parlamento nel giorno dell’approvazione della riforma.
È stata una vittoria importante che ha raccolto il consenso pressoché generale sulla necessità di cambiare queste norme.
Ma l’elemento che colpisce di più è che il dibattito sulla legge sia stato più intenso tra uomini e donne fuori dai palazzi istituzionali che tra partiti o ideologie politiche contrapposte.
Un nuovo passo avanti di quella primavera araba tunisina che torna a profumare l’aria di gelsomini.

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