Sei qui:  / Articoli / Interviste / Migrazioni / Costretto alla fuga perde tutta la famiglia al largo delle coste della Libia

Costretto alla fuga perde tutta la famiglia al largo delle coste della Libia

 

Mentre il “Patto di Parigi” cerca di risolvere il problema dell’immigrazione, a Napoli si racconta un’altra storia di disperazione e costrizione. Una vicenda che va al di la’ dei numeri, degli immigrati di serie A, di quelli “certificati doc ”per la partenza…  Yaya Sangare ha 38 anni e lo sguardo perso, otto mesi fa i suoi occhi hanno visto, quello che nessun genitore avrebbe dovuto subire: la morte di tre figli e della moglie al largo delle coste della Libia. Il fondamentalismo religioso, la fame, le guerre e poi un giro di business che parte dai mancati interventi politici e finisce con le minacce, lo hanno letteralmente spinto, scaraventato con la sua famiglia nelle mani sporche di avidità degli scafisti; un biglietto di 3600 euro per arrivare dentro al muro d’acqua, l’ultima frontiera, che ha ingoiato troppe giovani e speranzose vite. “Un padre rischierebbe la vita pur di vedere i suoi figli felici”. Dice l’ex taglialegna, mentre accanto gioca e sorride l’unica figlia rimasta viva. Deborah ha soli 4 anni, ma già ha dovuto percorrere tanti dolori per avere quel sorriso così profondo, che ha rischiato di essere distrutto anche in Italia. “Arrivato a piazza Garibaldi – spiega sdegnato suo padre – mi avevano chiesto trentamila euro per comprare la mia bambina…”. Non ci sono più la moglie Dejezi, Eli, 12 e Elise, 14 anni, tutti affogati con il piccolo Kami Davide, otto mesi. Lo aveva in braccio suo padre, quando smise di respirare…  “Vedere la mia famiglia sparire dinanzi ai miei stessi occhi è stato doloroso, ma tutto quello che è successo deve essere raccontato”. 

Che cosa l’ha spinta a fuggire dal suo paese?

La mia è una storia molto lunga, ma allo stesso tempo breve da raccontare, quello che mi è successo mi ha segnato profondamente. Nel 2002 in Costa D’Avorio era scoppiata una guerra atroce, subito dopo un colpo di stato avvenuto tra il 1998/99. Spaventato dal clima violento che si era creato, sono fuggito con la mia famiglia e mi sono rifugiato a Mali (Africa Occidentale), purtroppo lì non c’era nulla che ci permettesse di sopravvivere e ho deciso di proseguire il mio viaggio, giungendo in Algeria. Dove ho chiesto lo stato da rifugiato all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, che mi è stato riconosciuto nel 2004. Da quell’anno in poi la situazione è leggermente migliorata, tutti i miei bambini sono nati in Algeria e la nostra permanenza è durata fino al 2015, anno in cui è scoppiato un forte conflitto politico interno, che ci ha costretto, successivamente, ad andare via. Nei paesi arabi quando ci sono dei problemi di politica interna, i primi ad essere perseguitati sono gli immigrati e, proprio da quel momento, è partito il nostro calvario. Mi sono rivolto all’ufficio dell’Alto Commissariato per trovare una soluzione per me e la mia famiglia e ci è stato detto di aspettare; ero molto spaventato dall’attesa e dal clima generale, così ho deciso di andare all’Ambasciata della Costa D’Avorio, per illustrare loro, il problema interno dell’Algeria. Siamo stati ricevuti dalle autorità, in sede era presente anche il Presidente della Repubblica, che purtroppo non abbiamo avuto modo di incontrare.

In che anno ci troviamo precisamente?
A questo punto siamo nel 2016. Parlando molto bene l’arabo e avendo conosciuto durante i miei sedici anni di permanenza in Algeria il comportamento degli arabi in determinate circostanze, ho chiesto aiuto al mio paese nella speranza che almeno tutti i miei bambini potessero ritornare a casa, in Costa D’Avorio.

Quindi ha cercato di far tornare la sua famiglia a casa dopo aver visto il comportamento dei fondamentalisti algerini?
Sì, ho avuto paura, poiché il popolo algerino era molto arrabbiato a causa dell’enorme presenza di immigrati all’interno del paese e ha cercato in ogni modo di cacciare tutti gli stranieri. La Chiesa cattolica di Notre Dame ha tentato di riunire i suoi fedeli, composti quasi totalmente dai richiedenti asilo, facendo aumentare ancora di più lo scompiglio generale. I musulmani hanno iniziato a temere sempre di più il gran numero di cristiani presenti in Algeria e hanno scatenato una guerra, attaccando i quartieri cristiani, assassinando gli uomini e violentando le donne.

Lei è cristiano?
Sì, io sono cristiano. Alcuni cristiani sono stati mandati nel deserto e molti di loro hanno perso la vita. Spaventato sono tornato in ambasciata con la mia famiglia per chiedere aiuto.

Lo Stato non è intervenuto in queste rivolte? Erano solo civili o c’erano anche rappresentanti del governo a prendere parte alle aggressioni?

Il Governo ha cercato di tranquillizzare il popolo, ma ormai la situazione era sfuggita di mano trasformandosi in anarchia.

C’era qualche organizzazione a capo di queste rivolte?
Sì, il partito algerino “FLN”, che essendo composto da molti musulmani è stato spesso a capo delle rivolte. Lo scompiglio è nato all’interno delle moschee, dove il popolo musulmano ha iniziato ad essere infastidito e spaventato dalla presenza di troppi cristiani nel territorio algerino, temendo che la cultura cristiana potesse modificare il modo di vivere dei musulmani. Nel giugno del 2016 tutti noi ivoriani, terrorizzati dalle continue aggressioni da parte degli algerini, abbiamo organizzato un incontro in ambasciata con le autorità, il ministro e i sindacati governativi per chiedere aiuto e circa tre mesi di tempo per poter poi lasciare il territorio. Ci è stato detto che tre mesi erano troppi e che, ormai, i guerriglieri erano già scesi all’interno dei quartieri.

Quanti ivoriani erano presenti? 

Gli ivoriani presenti in ambasciata erano circa 400 e molti miei concittadini, provenienti dai paesi vicini, non hanno potuto prendere parte all’incontro. Le autorità presenti in ambasciata hanno provato a rassicurarci dicendoci di chiamare in caso di aggressione, ma quando ricevevano delle chiamate, gli agenti arrivavano sempre in ritardo, oppure non si presentavano sul luogo dell’aggressione. Giunti al punto di non ritorno, il primo agosto del 2016, io e la mia famiglia siamo fuggiti e ci siamo rifugiati in Libia: poiché il confine con Mali era situato a circa 2800 Km dall’Algeria e le frontiere del Marocco erano chiuse. Quando siamo arrivati alla frontiera libica, siamo stati avvicinati da alcuni uomini, che ci hanno chiesto del denaro, per poter entrare all’interno del paese e, solamente dopo aver valicato la frontiera, ci siamo resi conto che la situazione era disastrosa e oramai non potevamo più ritornare indietro. Chiesi delle informazioni ad un negoziante per poter rintracciare l’ambasciata Ivoriana in Libia e le autorità, ma  mi disse che  oramai era tutto chiuso e che non avrei trovato nulla in quel posto. Poco tempo dopo, un uomo ci ha consigliato di lasciare la Libia e fuggire in Italia.  Così con il supporto di mia madre ho raggiunto la somma di denaro (pari a 3600 euro), per riuscire a pagare il biglietto della nave, che doveva raggiungere l’Italia

Dov’era quando si è imbarcato per fuggire dalla Libia e raggiungere l’Italia?

Ero a Sebrata, dove sono rimasto per circa due mesi, in una casa comune con molte stanze, dove erano portati tutti i rifugiati, che dovevano pagare una somma di denaro in cambio dell’alloggio. Questo luogo era chiuso, simile ad una prigione, da lì non potevamo uscire e per poter acquistare cibo e acqua dovevamo recarci ad un mini-market interno.

Come avete avuto il contatto con lo scafista e che cosa è accaduto dopo l’imbarco a Sebrata?

Dopo essere entrati in Libia abbiamo incontrato alcuni africani, che collaborano con gli scafisti  libici, che ti fanno sapere che da lì non si può più tornare indietro e l’unico modo per lasciare il territorio è imbarcarsi per andare in Europa. Il 21 ottobre alle 5 del mattino abbiamo lasciato il paese, il 22 ottobre abbiamo varcato le acque internazionali e il 24 Ottobre siamo arrivati a Trapani.

Che cosa è successo durante il viaggio?

Prima dell’imbarco ci è stato detto che avremmo preso una nave, ma una volta arrivati sulle coste libiche abbiamo visto che l’imbarcazione era una nave gonfiabile, con una capienza di massimo 100 persone. Noi ne eravamo circa 157, dei quali  80 tra donne e bambini. Siamo stati spinti con la forza sulla “nave”, che dopo due ore di navigazione si era forata. Io e mio cugino e gli altri ragazzi abbiamo cercato per ore di svuotare l’imbarcazione dall’acqua, che continuava ad entrare, ma una volta giunti in acque internazionali l’imbarcazione ha ceduto. Arrivati a quel punto, dove si è circondati solo da lunghe distese di acqua salata, le uniche parole che le mie labbra riuscivano a pronunciare erano delle preghiere; lì capisci che la tua vita è interamente nelle mani di Dio e nessun essere umano può sopravvivere ad un’esperienza così senza esserne traumatizzato. La nave gonfiabile ad un certo punto si è chiusa su se stessa e le persone che erano rimaste all’interno, compreso me, erano state inglobate dal mare. Prima del collasso dell’imbarcazione avevo affidato mia figlia Deborah di 3 anni a delle persone, e stringevo tra le braccia il piccolo di 8 mesi. Quando sono riemerso mi sono accorto che mio figlio era morto e non so come io sia uscito vivo da quella circostanza. Dopo qualche ora sono arrivate delle navi di soccorso e in quel momento abbiamo iniziato ad urlare per ricevere aiuto. L’acqua ci arrivava al petto e chiedevamo di salvare almeno le sei donne e i tre bambini rimasti in vita. Quando ci hanno soccorsi non ho voluto ricevere aiuto perché la mia famiglia, eccetto mia figlia di tre anni, era interamente morta; e, solamente dopo essermi accertato che i corpi dei miei figli e di mia moglie erano stati recuperati, ho accettato aiuto. 

Quando è arrivato in Italia come è stato accolto?

Dopo aver trascorso tre giorni a Trapani sono stato trasferito a Varcaturo, non riuscivo più a mangiare e a dormire, così un giorno ho scelto di seguire dei miei amici a Napoli e di trasferirmi lì. Poco dopo, tramite questi miei amici ho conosciuto Fatma (Fatou Diako) e la sua associazione Hamef, che con la collaborazione dell’avvocato Elvira Scannapieco mi hanno aiutato a ritrovare i corpi della mia famiglia. Mia moglie, mio figlio piccolo di otto mesi e l’altro di 14 anni sono stati sepolti al cimitero di Palermo, mentre l’altro mio figlio di 11 anni è sepolto a Montelepre.

Che cosa si sente di dire ai politici italiani o a quegli italiani in generale che accusano gli immigrati di “rubare posti di lavoro”, che non conoscono il dramma di un viaggio così lungo e straziante a bordo di queste “navi della morte” ?

Vorrei precisare che essere un padre che ha visto morire i suoi figli e sua moglie con i propri occhi è straziante. Ci sono alcuni momenti in cui preferirei morire, e intraprendere un viaggio simile porta solo alla distruzione. Noi in Europa troviamo una situazione certamente migliore, in Africa siamo costretti a vedere le nostre famiglie infelici a morire di fame ed questa è la ragione che ci spinge a lasciare la nostra terra. Un padre rischierebbe la vita pur di vedere i suoi figli felici.

Che cosa pensa del governo italiano e della sua politica in Libia per frenare l’immigrazione?

Credo che bloccare i flussi migratori sia giusto, a patto che l’Europa riesca a mettersi in contatto con L’Africa, per poter risolvere i problemi interni di ogni singolo stato. Interrompere la tratta Libia-Italia è inutile. L’unica soluzione al problema è garantire al popolo una certa serenità all’interno del proprio stato.

Le piacerebbe lavorare a Napoli?

Certamente. Il mio obiettivo futuro è continuare con mia figlia il nostro viaggio verso l’America o l’Australia. Tramite la stampa spero di divulgare il più possibile un messaggio, vorrei dire a tutti coloro che stanno per partire verso l’Europa che questo è un viaggio che porta molta sofferenza, morte e distruzione. Vorrei che il resto del mondo ci desse una mano e vorrei ringraziare tutti coloro che continuano a sostenermi.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con (*).

*