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Turchia, a un anno dal fallito golpe repressione non si ferma. Il 24 luglio mobilitazione per giornalisti a processo di Cumhuriyet

 

Un anno fa, il 15 luglio 2016, un gruppo di militari tentava il più inconsueto e breve colpo di stato nella storia della Turchia.
Scene di guerra a Istanbul, dall’attacco degli elicotteri militari sulla sede dell’intelligence turca, all’assalto al palazzo presidenziale dove i golpisti credevano di trovare Recep Tayyip Erdogan, alla folla in piazza che tentava di fermare l’avanzata dei carri armati, furono rilanciate dai media di tutto il mondo.
Il tentativo di golpe per detronizzare dal potere Erdogan, che era in vacanza con la famiglia, si esaurì in poco più di 12 ore. Iniziato alle 22 del 15 luglio, con la chiusura di due ponti sul Bosforo, fu dichiarato ‘fallito’ alle 11:50 del giorno dopo, con la resa di un gruppo di soldati asserragliato nel quartiere generale del comando delle Forze armate.
Il bilancio finale fu di 290 morti, 1440 feriti e circa 6 mila, tra militari e giudici, arrestati perché ritenuti complici dello sventato colpo di stato.  E fu solo l’inizio.
A undici mesi dall’avvio dello stato di emergenza, decretato dal presidente della Repubblica, sono finite in carcere oltre 50 mila persone, tra cui 160 giornalisti, e 150 mila sono state licenziate o sospese dalle pubbliche amministrazioni per sospetti legami con la presunta rete di Fethullah Gulen, ex amico di Erdogan e imam autoesiliatosi negli Stati Uniti ritenuto la mente del quinto putsch turco.
Di tre mesi in tre mesi il decreto è stato prorogato ed è tutt’ora in vigore.
Il presidente della Turchia ha inoltre imposto al parlamento una riforma della Costituzione, poi confermata dalla vittoria del ‘sì’ al referendum dello scorso aprile, che ha concentrato nelle sue mani gran parte delle funzioni costituzionali.
Il governo turco per celebrare questo primo anniversario della ‘sconfitta’ del tentato golpe ha organizzato una serie di eventi con l’intento di ribadire la salda tenuta del controllo del potere da parte di Erdogan che ha proclamato il 15 luglio ‘Festa nazionale della democrazia e dell’unità’.
Ma l’unico recente baluardo democratico nel Paese è stato rappresentato dalla marcia per la giustizia organizzata dal Partito repubblicano del popolo.
Partita dal parco Guven di Ankara il 16 giugno, dopo aver percorso 450 km ha raggiunto il 9 luglio Istanbul dove si sono riunite un milione di persone nel quartiere di Maltepe che ospita il carcere in cui è detenuto dal 15 giugno scorso Enis Berberoglu, deputato del Chp, principale forza di opposizione a Erdogan.
Il parlamentare è stato arrestato dopo una condanna in primo grado a 25 anni per “rivelazione di segreto di stato” nel processo sulla fuga di notizie relativa al traffico di armi destinate alla Siria attraverso tir dei servizi segreti turchi nel 2014, reso pubblico l’anno successivo da un’inchiesta del quotidiano Cumhuriyet che ha portato all’arresto anche del direttore del quotidiano Can Dundar e del caporedattore Erdem Gul con l’accusa di spionaggio e divulgazione di segreti di Stato. Imprigionati per mesi, Dundar e Gul sono stati rilasciati nel febbraio 2016 in base ad una sentenza della Corte costituzionale. I giudici supremi hanno stabilito infatti che l’arresto dei due giornalisti aveva violato il loro diritto alla libertà personale.
Restano invece in carcere gli altri colleghi di Cumhuriyet accusati di far parte della presunta rete terroristica FETO che fa capo a Gulen.
Il loro processo prenderà il via il 24 luglio, data in cui si celebra la libertà di stampa in Turchia poiché proprio il 24 luglio del 1908, nella Seconda Era Costituzionale dell’Impero ottomano, fu rimossa la censura.
L’apertura del dibattimento contro i colleghi di Cumhuriyet nella giornata dedicata all’informazione turca, è una coincidenza beffarda, quasi crudele vista la persecuzione e la repressione in atto nel Paese nei confronti dei giornalisti liberi.
Per questo il portavoce di ciò che resta della redazione del più importante quotidiano di opposizione, Orhan Erinç, ha scritto una lettera aperta alla stampa europea e occidentale invitando a tenere accesi su Istanbul, il giorno dell’avvio del processo, i riflettori affinché i 17 giornalisti sul banco degli imputati non siano soli.
Articolo 21, insieme alla Federazione nazionale della stampa italiana, non solo raccoglie e rilancia l’appello ma promuoverà una giornata di mobilitazione sui social per amplificare la campagna contro il bavaglio turco.

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