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Successo per la marcia della giustizia in Turchia, centinaia di migliaia in piazza per sfidare Erdogan

 

La forza delle centinaia e centinaia di migliaia di manifestanti, un milione secondo gli organizzatori, accorsi a Instabul è più di una speranza. La marcia pacifica che si è conclusa oggi, dopo un percorso di 430 chilometri, è un primo importante passo per il cambiamento della storia della Turchia. Una Turchia che non si piega al terrore e alla repressione dell’ultimo anno. Non si è trattato solo di una sfida a Recep Tayyip Erdogan ma una richiesta di democrazia e giustizia senza precedenti che il ‘sultano’ non potrà ignorare.

I manifestanti che si sono ritrovati davanti alla prigione di Malpete, dove è detenuto uno dei deputati del Chp, Enis Berberoglu, condannato a 25 anni di prigione per spionaggio, hanno intonato a lungo gli slogan che per poco più di 20 giorni sono risuonati lungo la strada che da Ankara li ha portati al punto di ritrovo finale dell’iniziativa voluta dal partito repubblicano, principale forza di opposizione al presidente Erdogan.
Già dalle prime ore della mattina sono accorse decine di migliaia di persone che si sono radunate nella piazza del quartiere asiatico di Istanbul per accogliere il corteo guidato dal leader del Chp, Kemal Kilicdaroglu.
“Abbiamo marciato per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo” ha urlato alla folla Kilicdaroglu – E nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: questo 9 luglio segna il giorno della rinascita”.

E i numeri non lasciano adito a dubbi. Si tratta della più grande manifestazione organizzata dall’opposizione contro il governo dalle rivolte del 2013.

Il partito repubblicano ha messo in campo sia risorse economiche che l’impegno di parlamentari e sostenitori che sono arrivati con circa tremila mezzi partiti da 958 quartieri di Istanbul.

L’intera area dell’evento è stata chiusa al traffico e controllata da imponenti misure di sicurezza per il timore di attentati.

Se finora non si è pronunciato sull’imponente manifestazione, in giornata Erdogan si era espresso sull’arresto della direttrice di Amnesty Turchia Idil Eser e di altri 9 difensori dei diritti umani definendoli tutti ‘golpisti’.

“Il loro seminario non era altro che una continuazione del golpe di un anno fa, sono stati fermati sulla base di un’informativa dell’intelligence” ha affermato alla televisione di Stato.

Tutti gli attivisti finiti in prigione sono accusati di far parte di un’organizzazione terroristica armata. Il fermo è stato eseguito giovedì scorso mentre erano impegnati in una giornata di formazione sulla sicurezza digitale in un albergo su un’isola al largo di Istanbul.

A giugno le manette erano invece scattate per il  presidente di Amnesty Turchia, Taner Kilic, già rinviato a giudizio con l’accusa di avere legami con la rete di Fetullah Gulen, ritenuto ideatore del fallito colpo di stato del 16 luglio del 2016.

Il segretario generale di Amnesty, Salil Shetty, chiedendo la liberazione di tutti gli esponenti dell’organizzazione per i diritti umani arrestati ingiustamente, ha parlato di un “grottesco abuso di potere”. La Eser è addirittura detenuta in isolamento.

Mai come questa volta i vertici internazionali di Amnesty si dicono “profondamente preoccupati” per i colleghi turchi, detenuti senza motivo.

Ieri anche Amnesty Italia ha lanciato un appello al quale Articolo 21 ha da subito aderito. Si chiede ai leader del G20 di assumere una posizione ferma nei confronti di Erdogan, che nell’ultimo anno ha messo in atto una repressione costante, con l’arresto di decine di migliaia di persone – tra cui 150 giornalisti – e oltre 100mila licenziamenti.

L’augurio è che le richieste di Amnesty non restino inascoltate ma le aspettative, a fronte delle esigenze dell’Occidente, a cominciare dalla gestione del flusso di profughi siriani, appaiono pressoché limitate.

È per questo che alla vigilia del primo anniversario del presunto golpe che ha dato il via all’ondata di arresti e purghe di oppositori al regime, è nostro dovere sostenere il movimento della marcia per la giustizia che ha iniziato il suo lungo e non facile cammino per contrastare con coraggio, e finalmente in tanti, lo strapotere di Erdogan.

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