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L’Antimafia in una piantina di kiwi. Salviamo la cooperativa Valle del Marro e la sua storia di resistenza alla ndrangheta

 

Nelle terre appartenute ai Molè o ai Piromalli ora crescono clementine, kiwi, olive. Le terre appartenute ai mafiosi ora sono coltivate da uomini liberi e questo alla mafia non piace. Nella piana di Gioia Tauro la cooperativa Valle del Marro rappresenta una concreta possibilità di cambiamento, è la dimostrazione che attraverso la terra ed attraverso il lavoro ci si possa liberare dal cappio mafioso che soffoca, opprime e condiziona le vite di tutti.

Per questo la ndrangheta ha deciso di colpire quell’esempio, di sabotare quel progetto quello schiaffo insostenibile fatto di fatica e lavoro sulla faccia di chi vive di pura prepotenza e disprezza la vita e la terra dove è nato.

Episodi continui di danneggiamento, incendi, ma soprattutto l’acqua. I sistemi di irrigazione vengono tranciati e resi inservibili. La ndrangheta cerca di uccidere le piante facendole morire di sete.

La storia di questa cooperativa è una storia di resistenza. Una storia di uomini liberi che hanno scelto di metterci la faccia, di combattere la mafia con il valore del lavoro e con l’obiettivo di costruire una economia sana che possa far sviluppare il territorio anche attraverso il consumo responsabile.

La cooperativa Valle del Marro adesso chiede aiuto, una campagna di crowdfounding che serve a far ripartire le attività nei terreni oggetto dei sabotaggi mafiosi. Ognuno di noi può scegliere di contribuire, di schierarsi, di dire chiaramente da che parte vuole stare. L’antimafia è anche questo, è condivisione di un progetto importante che serve al comune di San Procopio, alla Piana di Gioia Tauro, alla Calabria, al nostro paese e a tutti noi.

https://www.eppela.com/it/projects/15130-salviamo-la-valle-del-marro

Il senso di questo impegno lo ha scritto Maria Cristina, 16 anni. È la nipote di Domenico Fazari fondatore e presidente della Coop Valle del Marro. Da quando è nata ha respirato la forza e l’entusiasmo di quel progetto di riscatto sociale e ha vissuto anche le ritorsioni della mafia che si sono ripetute nel tempo. Fino all’incendio di ulivi secolari pochi giorni fa. Mentre lo zio cercava di spegnere quelle fiamme, Maria Cristina ha preso carta e penna e ha iniziato a scrivere le parole che seguono, una dichiarazione d’amore per la sua terra e un invito ad ognuno di noi a fare la propria parte.

CALABRIA

il miglior modo di raccontare una terra è con il gusto.

Che sapore ha la mia terra?

La mia terra sa di vino e di agrodolce.

Ha un retrogusto molto piccante. Brucia, fa male.

il miglior modo di raccontare una terra è con l’udito.

Che cosa dice la mia terra?

La mia terra danza sulle note di tamburi e organetti.

Non parla, non dice nulla. Brucia,uccide.

Il miglior modo di raccontare una terra è con il tatto.

Cosa tocca la mia terra?

La mia terra sfiora le guance bagnate delle donne, il suolo ancora caldo e grondante, il ferro e il fuoco.

Non abbraccia, non trattiene. Brucia, nasconde.

Il miglior modo di raccontare una terra è con l’olfatto.

Di cosa profuma la mia terra?

La mia terra fa arrivare alle narici una tossica brezza marina. Un odore di storia, di grandi uomini che l’onore lo conquistavano, non lo ereditavano.

Pizzica, punge. Brucia, fa piangere.

Il miglior modo di raccontare una terra è con la vista.

Cosa mostra al  mondo la mia terra?

Riempie gli occhi di tramonti. Di rosso e di nero. Anche di ultime luci.

Arrossisce timida. Brucia, soddisfatta.

Il miglior modo di raccontare la mia terra? 

Chi racconta più la mia terra ormai?

Non c’è più nessuno per farlo o non c’è più niente da raccontare? 

Brucia fino ad esaurirsi. Fino all’ultima molecola di ossigeno. Fino all’ultima speranza di vita.

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