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Marta Russo e il senso del ricordo

 

Se ne andò il 14 maggio del ’97, dopo cinque giorni di agonia, a soli ventidue anni e con tutta la vita ancora davanti a sé. Marta Russo, nata a Roma il 13 aprile 1975, era una splendida ragazza come tante: dolce, studiosa, frequentava Giurisprudenza all’Università La Sapienza e venne raggiunta alla testa da un proiettile vagante, esploso, stando alle ricostruzioni, dall’Aula 6 dell’Istituto di Filosofia del diritto, in un venerdì come tanti, destando orrore e indignazione in tutta Italia.
Non staremo qui ad attribuire le colpe a questo o a quel protagonista della vicenda: probabilmente non sapremo mai chi sia stato né se Scattone e Ferraro, accusati del delitto, abbiano detto il vero (loro si sono sempre proclamati innocenti e molti esponenti di primo piano del nostro panorama culturale e politico hanno creduto alla loro versione dei fatti) o se la testimone oculare Gabriella Alletto abbia reso una testimonianza attendibile. Come detto in altre occasioni, non sta a noi giudicare, non è il nostro mestiere e non abbiamo alcun interesse a rimestare nel torbido.
Ciò che ci piace immaginare, invece, è come sarebbe oggi la vita di questa donna che, se fosse ancora viva, avrebbe da poco compiuto quarantadue anni, probabilmente sarebbe madre e moglie e di sicuro avrebbe realizzato almeno una parte dei suoi sogni.

Ciò che ci piace immaginare qui è come avrebbe vissuto questa stagione, come avrebbe festeggiato prima i trenta e poi i quarant’anni, cosa scriverebbe e cosa ne penserebbe di questo mondo che, rispetto a vent’anni fa, ha subito cambiamenti tanto repentini quanto destabilizzanti.
Ciò che ci piace immaginare è tutto ciò che non è stato e, purtroppo, non sarà mai, visto che di un’esistenza conclusasi a soli ventidue anni si può dire davvero poco, se non riflettere sull’ingiustizia straziante della cosa, se non interrogarsi, sia pur con abbondante retorica, sul perché sia capitato proprio a lei, se non riflettere intensamente su quanto sia sempre appesa a un filo la nostra esistenza e su quanto il nostro destino sia legato ad un gesto, a una scelta, magari ad un contrattempo salvifico o, al contrario, mortale.
La vera dimensione di Marta Russo, infatti, è l’assenza, al pari dell’incredulità che tuttora ci suscita il suo tragico addio alla gioventù e alla vita stessa.
E il senso del ricordo è racchiuso in quel suo essere normale, in quell’eccezionalità tipica delle persone comuni, nel rimpianto per una tragedia che non ammette spiegazioni e nel dolore che tuttora proviamo nel rievocare una vicenda che, dopo due decenni, ha mantenuto intatto il suo carico di assurdità.

Dedicare un pensiero a Marta, alla sua famiglia, a chi ha avuto l’onore di conoscerla e di esserle amico e a tutti coloro che avrebbero potuto conoscerla, magari io stesso, e invece non possono fare altro che osservare la sua voto e porsi una ridda di domande, compiere queste semplici azioni è un buon modo per interrogarsi sul senso dell’umano, sulla grandezza di pochi, sull’aberrazione di molti e sulle vittime, spesso assolutamente innocenti, di una sorte che facciamo davvero fatica ad accettare.

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