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La nuova concessione Rai, Rai Way e l’operatore unico delle reti di trasmissione

 

Nell’accogliente Casa del Cinema di Roma, dove si è svolto il Convegno promosso da Articolo 21 sulla Convenzione Stato-Rai, si è parlato anche di Rai Way e della prospettiva di un operatore unico nazionale delle reti di trasmissione del segnale digitale.  Rai Way, com’è noto, è la società, controllata dalla Rai per una quota di poco inferiore al 70%, proprietaria delle torri sulle quali sono allocati gli impianti di trasmissione delle frequenze (Mux) di cui la Rai è concessionaria.

Il sottosegretario Giacomelli, nel suo intervento denso di significative aperture politiche a un ruolo centrale della Rai come soggetto istituzionale e non come società da privatizzare, si è mostrato disposto a valutare l’eventualità di un operatore unico “se mi spiegano quale sia l’utilità”. L’idea non è nuova: risale al 1997 quando la legge Maccanico per la prima volta introdusse la prospettiva e procedette a una prima regolamentazione: “La società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e la società concessionaria del servizio pubblico di telecomunicazioni, tra loro congiuntamente, possono partecipare a una piattaforma unica per trasmissioni digitali da satellite e via cavo e per trasmissioni codificate in forma analogica su reti terrestri, mediante accordi di tipo associativo anche con operatori di comunicazione destinatari di concessione, autorizzazione, licenza” (l. 31 luglio 1997, n. 249, art. 2, comma 19). La disposizione prevedeva, dunque, un ruolo centrale per la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e, inoltre, accordi di tipo associativo con gli altri operatori di comunicazioni (Mediaset).

Il modello ipotizzato dalla Maccanico era dunque diverso da quello auspicato oggi da alcuni esperti, i quali hanno in mente un operatore unico puro, indipendente dai fornitori di contenuti, che fornisca servizi non all’utente finale, ma alle impese audiovisive: un modello già realizzato in Spagna, Francia e Gran Bretagna, ma difficile da configurare in Italia data la struttura storicamente oligopolistica e verticalmente integrata del mercato delle telecomunicazioni domestico (Rai, Mediaset, Telecom). Costituire un operatore indipendente ad hoc, peraltro, appare complicato e costoso in quanto si dovrebbe creare un soggetto pubblico diverso dalla Rai – compensandola della perdita patrimoniale della rete – e abrogare la legge Maccanico che le riconosce un ruolo centrale come concessionaria radiotelevisiva pubblica). Creare un operatore unico a controllo pubblico equivale in qualche modo a una statalizzazione (art. 43 Cost.); un percorso in sé ragionevole ma in controtendenza rispetto a quanto sostenuto dal ministro Padoan in una lettera del novembre 2014 alla Commissione europea: “Vorrei ribadire l’impegno del governo italiano per il suo ambizioso piano di privatizzazioni di aziende e beni statali. Nel 2014, una serie di attività, comprese le partecipazioni in Fincantieri e Rai Way sono state messe sul mercato”. Infatti, successivamente, oltre il 30% delle azioni Rai in Rai Way sono finite nelle mani di privati, forse non del tutto estranei agli interessi in gioco.

Pertanto, allo stato attuale, se si dovesse procedere alla creazione di un operatore unico, la Rai-servizio-pubblico non ne avrebbe il controllo in quanto il 30% di Rai Way è già privatizzato e l’ingresso di altri due operatori come Ei Tower e Inwit di Telecom assicurerebbe ai privati molto più del 51%. Alla Rai non resterebbe che acquistare parte della rete di trasmissione del suo partner (Mediaset) – che magari non vede l’ora di cederla perché costosissima e a rischio di obsolescenza – in cambio di una lauta rimunerazione pagata con il denaro pubblico. Si dovrà allora valutare se, in un caso o nell’altro, sia nell’interesse pubblico la creazione di un operatore unico delle reti di trasmissione.

Infine, bisogna tener conto che anche la nuova concessione affida l’installazione degli impianti non a Rai Way bensì alla RAI, intestando a quest’ultima la capacità trasmissiva (Mux). Attualmente la “dicotomia” tra la Rai che ha i Mux e Rai Way che ha gli impianti non è rilevante, poiché Rai Way, in quanto tramite – la Convenzione lo ribadisce più volte – è, e deve essere, controllata dalla Rai (e non meramente partecipata, come recita lo schema di Convenzione che, si spera, sia rettificato). Quindi, se la Rai dovesse perdere il controllo di Rai Way, bisognerebbe ripensare l’intero sistema di assegnazione delle frequenze, non solo quelle della Rai.

Queste riflessioni potranno rivelarsi utili se e quando il tema dell’operatore unico sarà posto all’ordine del giorno. Nel frattempo è bene rallegrarsi della nuova Convenzione decennale che ha sgombrato il campo da ventilate ipotesi di ridimensionamento del servizio pubblico e di separazione societaria tra una Rai finanziata dal canone e un’altra Rai finanziata solo dalla pubblicità.

Restano irrisolte questioni rilevanti (certezza delle risorse, tetti ai compensi artistici, modello organizzativo, garanzia del pluralismo, ecc.) che impediscono all’azienda di esprimersi compiutamente come impresa e come istituzione culturale. Ma a questo può soccorrere il nuovo contratto di servizio la cui elaborazione, ci si augura, sia espressione di un aperto e serrato discorso pubblico.

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