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Il governo della paura. In margine ai fatti di Gugnano di Casaletto Logidiano

 

Ecco, questo mancava: trovarsi d’accordo con Silvio Berlusconi. D’accordo solo un po’; diciamo a “sua insaputa”. Qualcuno gli chiede un commento sulla vicenda del ristoratore che, a Gugnano di Casaletto Lodigiano, ha ucciso con un colpo di fucile un uomo che lo voleva rapinare; “Tragedie come questa”, dice Berlusconi, “sono una sconfitta per tutti”. E’ così; che lo dica Berlusconi nulla toglie al fatto che si tratti di una sconfitta. Per tutti. Dite che è banale, scontato? Sicuro. E’ banale. E’ scontato. Ma in ore, in giorni, in cui c’è gara a chi è più belluino, più “giustiziere”, più scriteriato nell’inneggiare all’occhio per occhio, piaga per piaga, ben vengano le banalità. Tra l’altro vengono da una parte politica che spesso approfitta di queste tragedie per insopportabili, oscene grancasse; “luoghi” che nel concreto applicano quello che il professor Jonathan Simon ben descrive e spiega nel suo “Governing Through Crime”.

Pubblicato una decina d’anni fa, lo studio di Simon indaga sul “come” e sul “quando” è avvenuto che la nostra quotidianità è diventata preda della paura; l’invito esplicito è cercare di misurare l’impatto esercitato sulla democrazia liberale dallo slittamento della politica statunitense verso un esercizio sempre più totalizzante del potere esecutivo. Il “come”, il “quando”, e anche il “perché” la “guerra alla criminalità” finisce col rappresentare una facile soluzione al problema del crollo di fiducia nelle politiche governative: una crisi che ha spinto i leader politici a cercare nuove forme di governance.

Così eccola, la facile soluzione che permette di ridefinire i programmi politici nei termini di una prospettiva sicuritaria; è in questo contesto che la vittima di azioni criminali viene identificato con il cittadino “comune”, per sua stessa natura inerme e vulnerabile. L’ossessione per la criminalità consente l’innesco e l’applicazione di politiche di controllo penale che spesso sono l’antitesi delle fondamenta stesse della convivenza democratica.

Dite che si esagera, che la si prende troppo alla lontana? Eppure questo è quello che negli Stati Uniti è accaduto, a partire dalla fine degli anni Settanta; e anni dopo da noi. Uno studioso serio e rigoroso e per nulla indulgente come il sociologo bolognese Marzio Barbagli da anni invita alla cautela: “Contrariamente a quanto si pensa, il tasso di furti, di rapine e di omicidi è oggi più basso che nel 1991. Dal 1991 al 1998 il tasso degli omicidi è continuamente e sensibilmente diminuito. Quello dei furti e delle rapine ha subito una rilevante flessione dal 1991 al 1995, ed è risalito nei tre anni successivi, ma resta inferiore a quello del 1991…”.

Ecco: se le ragioni del cuore hanno una loro validità e importanza, non meno valide e importanti sono le ragioni della ragione; e in particolare lo dovrebbero essere per politici e giornalisti. Hanno dei compiti ben precisi, dei doveri. I politici hanno il compito (e il mandato) di assicurare una legislazione che corrisponda alle esigenze del popolo che rappresentano. I giornalisti hanno il compito, l’obbligo, di fornire informazione completa, onesta; depurarla da facili schematismi, da concessioni demagogiche. Non è vero che per vendere una copia in più, o per conquistare uno O,1 di share si può scrivere e dire di tutto.

Dice altro, Berlusconi, la cui dichiarazione ci serva da “termometro”? Sì: ha aggiunto che “quando una persona è costretta a difendersi da sola, sarebbe assurdo che venisse perseguitata per questo”. Ecco, subito la deriva  demagogica, che annulla l’iniziale, ragionevole, incipit. Dovrebbe, Berlusconi, chiedere qualche lume a uno dei tanti avvocati che ha a disposizione. Un Nicolò Ghedini, un Piero Longo, per non dire un Franco Coppi gli possono spiegare, in linguaggio elementare e accessibile, che solitamente nessuna delle persone che si sono venute a trovare in situazioni analoghe a quella del ristoratore di Gugnano di Casaletto Lodigiano “viene perseguitato”. Dovrebbe sapere, non foss’altro per diretta esperienza, che essere destinatari di un avviso di garanzia è appunto una garanzia. Per tutti, imputato compreso: perché c’è comunque un morto di morte violenta; comunque il magistrato deve aprire un fascicolo, svolgere un’indagine, accertare come sono andati i fatti. L’avviso di garanzia consente a chi lo riceve di poter seguire le varie fasi dell’inchiesta e potersi avvalere dell’aiuto di un avvocato che ne tuteli gli interessi. Purtroppo non c’è altro modo. Un politico, ma anche un giornalista, queste cose le dovrebbe sapere. Dunque dovrebbero esserci risparmiate rappresentazioni che non corrispondono alla realtà. La legittima difesa viene quasi sempre riconosciuta, e non ci sono conseguenze sotto il profilo penale. Certo: i tempi sono lunghi,  esasperanti; ma questo riguarda qualunque aspetto della giustizia italiana. D’altra parte non si può pretendere, quando c’è un morto di mezzo, che si rinunci ad accertare come sono andate davvero le cose.

Ecco: sarebbe auspicabile che non ci fossero politici saltimbanchi incapaci ( e comunque disinteressati) al governo delle cose, interessati solo a raccattare un consenso fondato sulla paura, l’inquietudine. Ma sarebbe altresì auspicabile un giornalismo sobrio, lucido, che si basa sui fatti; che cerca di spiegare cos’è accaduto, e non insegua l’emozione, la facile suggestione. Ho voluto fare un tentativo che è alla portata di tutti: andare su google e comporre: “boom richiesta porto d’armi”. In appena 48 secondi,  470mila risultati. Un po’ troppi. Mi limito alla prima schermata di tante:

“Messaggero Veneto”, 3 settembre 2015: “Porto d’armi, richieste quasi triplicate…”.
“Secolo XIX”, 6 novembre 2016: “Il boom delle armi in Italia: “Fingo di essere un cacciatore per avere il fucile…”.
“Il Giornale”, 7 febbraio 2015: “Ostaggi del crimine. Boom di richieste per il porto d’armi…”.
“Repubblica”, 29 giugno 2005: “Porto d’armi, boom di richieste record a Napoli e nel Nord Est…”.
“Corriere del Veneto”, 21 dicembre 2015: “Armi, boom di iscrizioni al poligono: anziani e casalinghe sparano…”.
“Donna Moderna”, 21 settembre 2015; “Il boom delle armi in Italia. Alla base della richiesta soprattutto la paura…”.
“Affari italiani”, 31 ottobre 2015: “Allarme sicurezza, boom di acquisto di armi e sistemi di protezione. La paura…”.

La scrittrice Doris Lessing in un suo libro del 1969, “The Four Gated City”, quinto della serie “The Children of Violence”, immagina un nuovo ordine sociale strutturato intorno alla questione della criminalità e sulla pena. Un “ordine” che negli Stati Uniti la Lessing fa emergere a partire dagli anni Settanta; e che poi si propaga, inarrestabile: negli anni Novanta tocca al Regno Unito, via via, gli altri paesi.

La tragedia di Gugnano di Casaletto Lodigiano qui è presa come metafora. Non c’è da dubitare di quanto racconta l’avvocato dello sparatore: “E’ disperato. Solo oggi ha acquisito la consapevolezza di quanto è successo”. Non è compito nostro emettere verdetti di colpevolezza o assoluzione; non siamo  giudici o avvocati. E’ altro il nostro mestiere. E’ quello di interrogarci sul “clima” attorno a questo caso, e altri simili; alla strumentalizzazione, all’uso politico che ne viene fatto; le manovre che sono in corso, dietro e a fianco di questa tragedia. Questo sì, ci riguarda direttamente. Certi politici, certi direttori di giornale probabilmente nulla sanno di Lessing e di Simon; ma Lessing e Simon per tempo ci hanno avvertito di quello che preparano, fanno, hanno fatto, vogliono ancora fare. Ed è su questo che occorre vigilare, denunciare, non stancarsi di essere quell’“opinione” che fa da contraltare e contravveleno alle “opinioni” del potere.

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