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Rai, una buona proposta per il premier: il ddl Gentiloni

 

Il “manifesto” ha riproposto al governo in carica il Ddl dell’allora ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni sulla riforma Rai approvata dal Consiglio dei ministri nel maggio del 2007. La filosofia della riforma Gentiloni era quella di dare autonomia alla Rai, creare una distanza dall’ingerenza dei partiti, aumentare l’autonomia dal governo, con la possibilità per il Servizio Pubblico di decidere autonomamente sul suo futuro, dando sicurezza sulle entrate delle risorse economiche. L’idea era trasformare la Rai Tv Servizio pubblico in un’azienda a rete, un’«azienda corta», privilegiando la flessibilità e l’autonomia dei giornalisti e degli autori rispetto ai super-condizionamenti politici e burocratici, rilanciare la produzione interna, assicurare le condizioni strutturali del pluralismo culturale e ricercare la propria unitarietà nella coerenza del progetto strategico.

La Fondazione, garante dell’autonomia del Servizio pubblico dalla politica e dall’economia, doveva mantenere l’unitarietà della Rai Spa sotto il controllo pubblico, con la separazione economica delle entrate derivate dal canone da quelle finanziate dalla pubblicità, la separazione tra le reti e i fornitori di contenuti. Con un «atto di Dotazione» veniva istituita appunto una Fondazione che aveva il fine di perseguire l’interesse generale con l’esercizio del Servizio pubblico radiotelevisivo; il Parlamento doveva nominare gli amministratori che restavano in carica per almeno sei anni. Il Cda della Fondazione era composto da 11 persone (4 nominate dalla Commissione parlamentare di vigilanza, con una maggioranza qualificata di due terzi, 2 dalla Conferenza delle Regioni, 1 dai dipendenti Rai, 1 dal Cnel, oggi non abolito, 1 dal Consiglio nazionale degli utenti e consumatori, 1 dall’Accademia del Licei, 1 dalla Conferenza dei Rettori). Il Presidente della Rai era nominato dalla Fondazione, mentre l’amministratore delegato era eletto dal Cda.

Il ministro delle Comunicazioni nel 2007 sosteneva che la pluralità delle fonti di nomina era la garanzia di autonomia reale, ed espressione della società civile. La proposta Gentiloni adeguava la Rai Servizio pubblico alla rivoluzione della «tecnologia digitale» che ha generato il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione e la diffusione di contenuti (cultura, informazione, intrattenimento). La circolarità delle risorse immateriali, come la conoscenza, l’informazione, la creatività, la ricerca scientifica e tecnologica, un’infinita gamma di potenzialità applicative, ideative, produttive e di architetture comunicative nuove, creano sviluppo e occupazione, nuovi lavori, attraverso i social media digitali. La sfida è, ancora oggi, quella di far convivere le ragioni del Servizio pubblico con quelle legate all’esigenza di stare sui mercati mondiali con un’impresa efficiente. L’obiettivo da sostenere è trasformare la Rai in un grande gruppo multimediale e riconquistare la leadership nell’informazione, nella cultura, nell’intrattenimento, nei programmi di servizio pubblico e in quelli legati al mercato, allargando la propria attività ai nuovi servizi digitali dell’industria della comunicazione.

La rivoluzione digitale ha trasformato i rapporti sociali ed economici mondiali, la globalizzazione dei contenuti con le grandi reti mondiali hanno modificato l’orizzonte della comunicazione. Non basta sostenere politiche sulla conoscenza a livello territoriale, occorre avere strategie globali. La Rai è oggi strutturata da una legge del 1976 – quando ancora le comunicazioni erano con sistemi analogici- e divisa in «reti» e «testate» con logiche di lottizzazione dei partiti. L’iniziativa di riproporre il Ddl Gentiloni del 2007 sulla riforma della Rai è un atto politico importante, che guarda al futuro, allo sviluppo economico e sociale della rivoluzione tecnologica digitale, con una accentuazione di sinistra: un nuovo inizio.

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