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Salerno, tiro (incrociato) al cronista

 

Una giornalista oppone il segreto professionale alla richiesta – formulata da un sostituto procuratore della Repubblica – di rivelare le sue fonti di informazione. Il magistrato il “no” fermo della giornalista non l’accetta e decide di far seguire la collega dalla polizia, e poi di farla fermare. Quindi le fa sequestrare il telefono cellulare. È quello che è accaduto a Salerno a Rosaria Federico, cronista del quotidiano La Città. Rosaria aveva detto un netto “no” alla richiesta di fare i nomi di chi le aveva fornito le notizie contenute in un suo articolo relativo all’inchiesta sull’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo. Omicidio sul quale, peraltro, non si è fatta ancora luce dopo cinque anni di indagini.

Quanto è accaduto lascia sbigottiti. Netta la reazione dell’Ordine dei Giornalisti e del Sindacato di categoria della Campania: è stato chiesto un incontro urgente al Procuratore della Repubblica di Salerno, Corrado Lembo, ed è stata indetta una iniziativa di protesta davanti alla Procura per il 3 ottobre, quando verrà compiuta la perizia sul telefono di Rosaria Federico. Il Sindacato dei giornalisti della Campania, il segretario generale e il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, hanno definito l’accaduto “un attacco inaccettabile alla libertà di stampa”. Questa vicenda però – come vedremo più avanti – sorprende e preoccupa non solo perché è stato colpito il diritto-dovere di informare ma anche per altre ragioni.

Andiamo con ordine. Le leggi italiane e le convenzioni europee stabiliscono che i giornalisti hanno il diritto di avvalersi del segreto professionale e di non rivelare le fonti delle informazioni raccolte. Dunque nel caso di Rosaria Federico è stata messa in discussione una prerogativa che difende ed al tempo stesso è parte integrante del diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Prerogativa su cui anche la Cassazione si è espressa in modo netto. Con la sentenza n. 85 del 21 gennaio 2004 (depositata l’11 maggio), la VI Sezione penale ha stabilito che il segreto professionale sulle fonti, sancito dall’articolo 200, comma 3 del Codice di procedura penale, si estende “a tutte le indicazioni che possono condurre all’identificazione di coloro che hanno fornito fiduciariamente le notizie”. E inoltre riguarda “anche l’indicazione relativa alle utenze telefoniche di cui il giornalista disponeva nel periodo in cui ha ricevuto le notizie fiduciarie perché la stessa è funzionale rispetto alla identificazione di coloro che tali notizie hanno fornito e la relativa richiesta è quindi in contrasto con il divieto posto dall’articolo 200 del Codice di procedura penale”. Dunque il segreto tutela,”copre”,ogni informazione che possa consentire di identificare la fonte di una notizia. Cosa c’è di poco chiaro nelle norme e nella giurisprudenza? E comunque, perché la Procura ha scelto di comportarsi come ha fatto?

Ma vediamo ora perché questo non è il solo aspetto della vicenda che preoccupa. Innamorata come è del suo mestiere, Rosaria Federico ha anche un’idea molto chiara di come si fa. E sa anche cosa vuol dire fare i giornalisti – esserlo – in terra di camorra. Sa cosa può costare. Nella primavera del 2013 Rosaria Federico e la collega Valeria Cozzolino furono prese di mira da minacce dirette e indirette per gli articoli sulle vicende del Comune di Scafati, guidato da Pasquale Aliberti, oggi al centro di inchieste giudiziarie in cui si parla di corruzione e camorra. Proprio un paio di settimana fa la stessa Procura di Salerno ha inviato al sindaco Aliberti un avviso di garanzia per una vicenda grave, legata ad un servizio della collega Cozzolino che si occupava dell’inchiesta della magistratura su un abuso edilizio in cui erano coinvolti familiari di Aliberti. Ora nell’atto della magistratura si parla di minacce di morte che sarebbero state rivolte alla collega Valeria Cozzolino da Gennaro Ridosso – secondo gli investigatori ai vertici di un clan della camorra della zona – e da Nello Aliberti, fratello del primo cittadino di Scafati. Nella primavera del 2013 a Scafati si votava e gli articoli delle due giornaliste bruciavano. Parecchio. Nello stesso periodo, infatti, era stato denunciato un altro fatto grave: alcuni gruppi di persone avevano fatto il giro delle edicole e avevano impedito la vendita del quotidiano per cui allora lavoravano Valeria Cozzolino e Rosaria Federico.

Ecco: è troppo affermare che, forse, il Tribunale era l’ultimo luogo dove Rosaria si aspettava di non veder rispettato il suo, il nostro lavoro. L’ultimo posto in cui noi tutti ci aspettavamo che accadesse una cosa del genere? Un luogo ove dovrebbero risiedere logiche diverse da quelle che trovi in altri Palazzi della città e della provincia.

Già perché anche a Salerno e provincia – da anni – soprattutto nei palazzi della politica, ma non solo, c’è chi non vuole giornalisti tra i piedi. Beninteso, quelli che non obbediscono agli ordini, quelli che fanno domande o non si accontentano di silenzi e mezze risposte. Ci sono personaggi che non sopportano di leggere cronache che si occupano con puntualità e profondità di criminali in colletto bianco, corruzione, abusi di potere. E ci sono “rappresentanti delle istituzioni” convinti che “a Salerno la camorra non esiste e in gran parte della provincia ci sono solo criminali di seconda fila ”. Una balla di proporzioni colossali. E non solo per ragioni “storiche”, ma anche perché a Salerno, più ancora che in provincia, la camorra ha molte maschere e troppi amici.

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