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No bavaglio sempre, comunque, dovunque

 

Il 10 ottobre presso il Circolo della Stampa di Milano, si è tenuto un interessante dibattito sullo stato della libertà di espressione in Siria, Turchia ed Egitto. Il primo a intervenire è stato Paolo Perucchini (Presidente del Circolo della stampa), il quale, pur ammettendo le difficoltà proprie del panorama italiano, ha ammesso l’esistenza di altri luoghi del mondo in cui il contrasto tra Stato – o altre formazioni sub-para-anti statali – e giornalismo sia indubbiamente più acceso.

Sulla stessa linea, ci pare sia andato anche l’intervento del secondo relatore, Gabriele Dossena (Presidente dell’Ordine Giornalisti di Lombardia). Prendiamo dei buoni principi, ci dice il Presidente dell’Ordine, e maneggiamoli quotidianamente, per esempio i diritti di migranti, minori e detenuti: «a noi sembrano ormai concetti scontati e banali, a volte li ascoltiamo anche con un po’ di sufficienza e magari anche un po’ di supponenza». Ci si abitua a tutto, purtroppo, e il quotidiano ci fa scordare l’importanza delle nostre conquiste, le quali invece non sono né scontate né tantomeno immutabili. E infatti vi sono paesi dove la «democrazia è un sogno» e vi è una crescente necessità di giornalisti che denuncino e indaghino, «in poche parole serve non stare in silenzio, perché il silenzio è amico delle dittature e nemico della democrazia». Sarebbe bello, ci dice Dossena, che la tematica fosse affrontata a livello internazionale, con degli organismi di lobbying che agiscano sui governi nazionali a tutela dell’informazione, dei giornalisti e dunque del pubblico. Buon auspicio, se non altro per il futuro, poiché, almeno per quanto concerne il presente, Anna Del Freo lamenta una certa timidezza delle istituzioni europee, le quali non hanno fatto granché nonostante i numerosi inviti in tal senso da parte delle associazioni di categoria. La European Federation of Journalists (al cui comitato esecutivo la Del Freo partecipa), in particolare, ha richiesto al Consiglio europeo l’adozione di politiche regionali più incisive. Staremo a vedere.

Il dibattito entra nel vivo con Domenico Affinito, che denuncia il progressivo peggioramento della libertà di stampa nei paesi considerati (e ciò dalla guerra in Afghanistan in poi). Per esempio, in Turchia, è stata introdotta una nuova legislazione antiterrorismo fondata su provvedimenti legislativi di origine governativa, e la custodia cautelare in carcere si applica in base al mero sospetto che il soggetto appartenga e/o sostenga una associazione terroristica (ça va sans dire, la definizione di terrorismo è fatta a maglie larghe). L’insulto al Presidente della Repubblica è delitto ormai comune nelle aule di tribunale. In altri termini, qualunque condotta di dissenso, sia essa verbale o fattuale, rischia di essere qualificata come insulto o, peggio, sostegno alle formazioni terroristiche, e condurre alla carcerazione. La Siria, continua Affinito, non ha mai avuto una stampa libera. Nel migliore dei casi, i giornalisti scomodi vengono arrestati e processati sommariamente.  Nel peggiore, eliminati. Dall’inizio del conflitto cinquantasette parrebbero esser stati uccisi, cui, ci venga perdonato il termine, devono essere “sommate” le morti di altri centocinquantuno citizen journalists. Una situazione estrema, come si può vedere, che non differisce in termini significativi da quanto avviene sulle sponde del Nilo, dove, il tentativo più evidente è quello di far omologare le testate giornalistiche alla linea governativa (ad esempio, in caso di attacchi terroristici, i giornalisti non possano diffondere notizie diverse da quelle contenute nei bollettini ufficiali). Il relatore fa anche rilevare come vi sia una tendenza delle autorità a strumentalizzare la legge esistente, come quando si perquisisca la casa di un giornalista – e si sequestri il suo materiale – per aver egli comprato una mela al mercato senza richieder la ricevuta. La situazione è inaccettabile e dovrebbe essere oggetto di pressioni anche diplomatiche da parte delle autorità italiane (che con l’Egitto han siglato accordi di partnership militare).

Giovanni Piazzese dal canto suo, comincia con i fatti, d’Egitto, nello specifico. Anche a suo avviso, negli ultimi cinque anni la situazione è drasticamente peggiorata. Nel 2011 il contesto era problematico, certo, ma molto diverso rispetto a ora. Provate ad indossare una macchina fotografica in Piazza Tahrir; verrete  quasi certamente fermati, forse interrogati, e, chi può dirlo, non si sa cos’altro potrebbe accadere. Il relatore non ci risparmia – e fa bene – una sequenza di volti, esseri umani, caduti nelle mani della violenza di Stato, spesso accompagnata dall’impunità dei funzionari. Molti, anche in questo caso, i giornalisti uccisi (dovrebbero essere undici negli ultimi quattro anni) e spesso in occasione di indagini riguardanti operazioni militari. A tal proposito, il relatore  suggerisce di guardare un video di Human Rights Watch in cui si possono vedere gli effetti devastanti che il conflitto sta causando in certe zone del Sinai (la distruzione della vita, è l’unica espressione che ci pare adeguata). Rivoluzione fallita, dunque? Non proprio, ci vuol tempo, e un po’ meno di speranza nel fatto che il fautore della stessa sia l’attuale Presidente della Repubblica Abd al-Fattah al-Sisi.

E viene poi il turno di Murat Cinar, scrittore e giornalista turco. Cinar viene da Istanbul, e inizia il suo intervento snocciolando numeri su numeri, aumento demografico, ponti, costi dei ponti, aeroporti, appalti; il relatore parla e continua a sciorinare numeri col piglio dell’economista pignolo; poi parla di dighe, coefficienti di riforestazione, di impegni disattesi, inizia infine a discutere di astruse clausole contrattuali tra il governo turco e alcune grosse compagnie di costruzione, e allora la situazione si fa veramente insopportabile; non solo economista pignolo, ma anche uomo di legge, avvocato d’affari che commenta con perizia complesse clausole di project financing. È troppo, decisamente, tanto che un signore tra il pubblico, fino ad allora molto paziente, lo interrompe, e gli chiede: «Scusi, che cosa c’entra tutto questo con il tema di oggi che è la libertà di espressione in Turchia?». Domanda più che legittima. Il Cinar  rimane algido, freddo, glaciale, ci guarda, guarda quel gentil signore, e risponde: «Eccellente. Arrivo. Credo che siano molto importanti gli antefatti, per parlare dei fatti». Logica ferrea, che non delude, per niente, posto che di lì a poco il relatore proietta su schermo uno dei suoi grafici, da cui si evince che buona parte delle imprese editoriali turche siano riconducibili a questi grossi imperi dell’edilizia. E, indovinate un po’? In certi frangenti vi sono dei titoli piuttosto strani, non giustificati, e che sembrano andare esattamente nella direzione di tutelare l’interesse dell’editore-costruttore. Antefatti e fatti, e cercar di spiegare con rigore alcuni passaggi dell’informazione turca che, chi scrive, non avrebbe mai conosciuto. Intervento molto significativo.

Nella sua bella relazione, lo scrittore Shady Hamadi – per la Siria – sostiene che non vi sia mai stata in Siria la libertà di stampa intesa all’occidentale. Ci sono stati periodi migliori di altri, ma i giornalisti, in genere, non hanno mai avuto vita facile. In passato era abbastanza diffusa la pratica di uccidere i giornalisti siriani direttamente all’estero, attraverso la longa manus dei servizi segreti.  Poi l’Isis, di cui fornisce un elenco di uccisioni, e i colpi di mortaio sugli uffici delle redazioni giornalistiche. E poi la tortura, formalmente vietata, sostanzialmente praticata. Insomma, un clima di diffusa e palpabile tensione che, da una parte, ha inibito la nascita di gruppi editoriali indipendenti, e, dall’altra, ha invece favorito lo sviluppo del giornalismo diffuso. I cittadini-reporter hanno negli anni fornito molti filmati, sebbene si registrino in relazione a essi alcuni problemi di verifica della fonte e di localizzazione. Si ha difficoltà a interloquire con tali soggetti e quindi ad avere un quadro d’insieme corretto. Per queste ragioni il relatore propone – e noi ci sentiamo di condividere in pieno – di collegare citizen journalists locali con i grandi media stranieri. In altri termini occorre creare una partnership per comprendere cosa accade in Siria.

Stefania Battistini, giornalista Rai e membro di Articolo 21, porta il toccante appello di alcuni giornalisti curdi. Molte emittenti Tv (12) e radio (11) curde sono state chiuse. L’accusa è sempre la solita, sostegno al terrorismo e propaganda (anche da parte di un’emittente di cartoni animati, tipico esempio di estremismo). Il P.k.k. è stato dichiarato associazione terroristica. A quanto pare, però, l’ulteriore tentativo di Erdogan è quello di interrompere il contatti con il Partiya Demokratik a Gelan (H.d.p.) e, quindi, con la popolazione curda. Battistini riferisce un vivido ricordo di questa terra martoriata dalla guerra civile. I centri storici di alcune città sono stati distrutti, e le macerie dei bombardamenti si confondono ai poveri corpi martoriati. L’esercito impedisce a intere fette della popolazione di spostarsi e i collegamenti tra le principali città curde sono presidiati in forze. Insomma, la gente curda, i giornalisti curdi, soffrono, e non vogliono essere dimenticati; ecco l’appello.

Infine, il Presidente Fnsi, nonché precedente Presidente di Articolo 21, Giuseppe Giulietti, e Raffaele Lorusso, segretario Fnsi, che hanno svolto un bell’intervento sul senso del giornalismo e sulle azioni concrete che le associazioni sindacali svolgono o si propongono di svolgere nei prossimi mesi. A tal proposito, ci sia concesso chiudere questo intervento con le parole di Giuseppe Giulietti, il cui trasporto, e la cui forza, ci han colpito e fatto sperare. I problemi di Siria, Egitto e Turchia sono problemi nostri, italiani, «le due cose sono legate, non è o [questo] o [quello], debbo occuparmi della libertà del mondo per essere credibile anche se mi occupo della libertà del mio Paese, non sono cose disgiunte, se non hai passione per la libertà del mondo non puoi avere passione neanche per il tuo vicino di banco».

Anche su questo, conveniamo.

*Articolo21, Lombardia 

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