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Arresti condanne repressioni: l’Iran non cambia

 

Ciclicamente, l’Iran, ama ricordarci che nella sua Repubblica Islamica ci sono restrizioni, imposizioni, repressioni. Malgrado piccoli e flebili segnali di aperture da parte del Presidente Rohani la buona volontà, in primis, dei giovani iraniani continua a scontrarsi sul muro di gomma innalzato dal fondatore della Repubblica Islamica Khomeini e cementificato  dall’attuale Guida Suprema Khamenei.

Purtroppo sotto il profilo dei diritti civili non vi sono stati grandi passi avanti; qualche mese fa, le autoritá iraniane hanno fatto chiudere alcuni centri di bellezza solo perché nel locale, nel quale hanno accesso solo donne, vi erano immagini di modelle occidentali. Fotografie queste, tassativamente vietate in tutto il paese e di conseguenza figure sbagliate da imitare.

Di recente le cronache si sono occupate della fatwa (editto religioso) della Guida Suprema Ayatollah Khamenei, relativa alla restrizioni imposte alle donne in bicicletta. Secondo il Leader Supremo semplicemente l’andare in bicicletta, il piú diffuso mezzo di trasporto utilizzato un tempo dalle nostre nonne in Occidente, in Iran assume un contorno provocatorio. Questo sport secondo il religioso attirerebbe troppo l’attenzione degli uomini, esponendo la societá alla corruzione e alla perdizione. All’assurdo editto religioso si sono opposte con forza, tantissime donne che amano al contrario andare in bicicletta e che non trovano nulla di sconveniente nella pratica sportiva.

Molte donne, per protesta hanno iniziato a postare le loro foto sulla pagina facebook My Stealthy Freedom nata dall’attivista esule iraniana Masih Alinejad.
L’attivista, era giá nota per aver dato vita alla campagna contro l’uso forzato dell’Hijab, tanto da aver chiesto recentemente, a tutte le donne diplomatiche straniere che si recano in visita in Iran di non indossare il velo. Invito, che nessuna autoritá femminile ha raccolto fino ad oggi, poiché non indossare il velo in Iran significa violare una legge di Stato.

Al momento nella Repubblica Islamica, come di consueto, continuano gli arresti di giornalisti, blogger e attivisti. Continuano le esecuzioni dei detenuti, anche dei minorenni al momento del reato. Il Segretario della Commissione Diritti Umani Javad Larijani in numerose interviste ha piú volte espresso dubbi sull’efficacia della pena di morte nei casi di crimini per droga ed ha spesso azzardato l’ipotesi di una possibile abolizione della pena di morte.
Purtroppo a queste affermazioni, ne sono sopraggiunte altre da parte di Sadeq Larijani, capo dell’autoritá giudiziaria iraniana, che proprio alcuni giorni fa ha affermato che le esecuzioni delle sentenze dovrebbero avvenire in tempi piú brevi. ‘Le esecuzioni – dichiara S. Larijani – sono un mezzo per stabilire la sicurezza nella società e sarebbe dunque contro gli interessi della società stessa e della magistratura prolungare il processo penale’.

Tra i tanti casi di cui molte associazioni per i Diritti Umani si sono fatte portavoci, emerge la sentenza di alcuni giorni fa, in cui la magistratura iraniana ha confermato la pena di 16 anni di carcere per Narges Mohammadi, avvocato per i diritti umani. Mohammadi era stata arrestata nel 2009 e condannata nel 2011 ad 11 anni per aver minacciato, secondo quanto dichiarato dalle autoritá, ‘la sicurezza nazionale e aver fatto propaganda contro lo Stato’. La sua pena in appello venne ridotta a sei anni, e nel 2013 l’attivista venne liberata su cauzione per motivi di salute. Venne nuovamente arrestata nel marzo del 2015. Prima di essere arrestata, Narges Mohammadi aveva  raccontato ad Amnesty International che le accuse contro di lei erano legate al suo pacifico attivismo per i diritti umani. Ad esempio le interviste con gli organi di stampa, le veglie davanti al carcere prima delle esecuzioni per sostenere le famiglie dei condannati a morte e i rapporti con altri attivisti per i diritti umani, come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.

http://www.amnesty.it/iran_narges_mohammadi

La vicenda di Narges é particolarmente drammatica, in quanto non solo è in detenzione per aver perpetrato nella sua campagna a favore della libertá in Iran, ma le autoritá le hanno negato quasi del tutto ogni contatto con i suoi bambini. La più atroce tortura che si possa infliggere ad una madre.
Ad oggi dunque l’Iran non é cambiato almeno sotto certi aspetti; certamente le diatribe interne al potere iraniano, il malcontento popolare e le prossime elezioni Presidenziali di Maggio 2017 rimetteranno in discussione quella fiducia e quella speranza di cambiamento tanto agognata, del Governo di Hassan Rohani.

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