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Europa. Tornano i muri. Contro i migranti. L’ultimo a Calais. E non risolvono nulla

 

La Grande Muraglia gli imperatori cinesi la fecero costruire nei secoli con enorme dispendio di energie umane e risorse economiche per proteggersi dai popoli del Nord. Alla fine non servì a nulla: i mongoli arrivarono lo stesso e si insediarono a Pechino. Lo stesso accadde per il Limes romano, una barriera difensiva ideata per bloccare i barbari. Come andò a finire lo sappiamo tutti.

In tempi più recenti i francesi, dopo la prima guerra mondiale, eressero la Linea Maginot in funzione antitedesca. Nel 1940 i carri armati del Terzo Reich la aggirarono, la resero totalmente inutile costringendo la Francia alla resa. Nel 1961, a sua volta, il regime comunista della Germania Est, la DDR, innalzò la “Barriera di protezione antifascista”, passata più prosaicamente alle cronache come il Muro di Berlino. Protesse veramente il regime? Se si cercano nel ‘900 delle immagini di popolazione in festa, quelle dei berlinesi che picconavano nel 1989 il Muro rimasto “orfano” dei mitra dei soldati, sono fra le più significative.

Altri esempi ancora sarebbero possibili ma è meglio fermarsi. L’esperienza storica è lì a dircelo: i muri sono alla distanza inutili. Servono però a trasmettere un’idea di sicurezza, sono simboli di arroccamento, chiusura. Fanno parte del nostro immaginario. Li ritroviamo nei libri, nei film, nelle serie televisive come Trono di Spade dove la “Barriera” divide i popoli “civili” da quelli che sono letteralmente gli “Altri”. E queste barriere fanno ormai parte anche delle geografia del XXI secolo. La mappa interattiva pubblicata dall’Economist http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2016/01/daily-chart-5?fsrc=scn/tw/te/bl/ed/moreneighboursmakemorefences ha un grande pregio : dispone sulla carta del mondo tutti i muri in costruzione o progettazione. E’ impressionante verificare , vedere che ce ne sono in ogni parte del pianeta.

Da qualche anno sono tornati pure in Europa. L’ultimo in ordine di tempo, quello progettato a Calais è per tanti aspetti uno dei più clamorosi. Intanto perché riguarda Francia e Gran Bretagna due “pilastri” della democratica Europa Occidentale. Scopriamo che Brexit o non Brexit in virtù di accordi bilaterali la gestione della frontiera ( i porti sulla Manica) è condotta in comune dai due paesi. Così è stato il governo inglese a dare l’annuncio e a dichiarare di metterci i soldi. A quanto si è capito saranno 4 metri di metallo e cemento a proteggere i 2 lati dell’ultimo tratto di autostrada dai tentativi dei migranti ( che stazionano nella cosiddetta giungla di Calais) di salire a bordo fermando i camion. Non a caso, uno dei commenti più significativi è stato proprio quello dell’associazione dei trasportatori britannici che ha definito l’opera un’inutile spreco di soldi pubblici, perché – dicono – è intuitivo che il problema non si risolverà così, si presenterà altrove.

Ma c’è da dubitare che obiezioni basate sul buon senso possano fermare questa deriva. Nel tempo in cui viviamo le barriere svolgono essenzialmente una funzione psicologico propagandistica. Sono una strizzata d’occhio alle paure delle popolazione, all’allarme generato dai barconi di disperati che le televisioni ogni giorno mostrano in arrivo dal Mediterraneo.

La “risposta militare” sfrutta il vuoto della politica. E’ una reazione miope, alla lunga sicuramente inefficace, lo abbiamo visto. Ma se manca la risposta politica capace di circoscrivere il problema profughi alle sue dimensioni reali e di operare attivamente dove i problemi si pongono in Africa e Medio Oriente, quella di erigere sbarramenti, di chiudersi nella “fortezza” sembra l’unica soluzione in campo, con i movimenti xenofobi che diventano ogni giorno più aggressivi sfruttando una per loro preziosa rendita di posizione.

Rimane il fatto che i muri non risolvono nulla, sono un simbolo di “incapacità a prendere l’iniziativa”, di arroccamento. Ce lo dice la storia. E pure l’informazione farebbe bene a pensarci. Dare notizie senza contesto e profondità favorisce solo una deriva che alla fine sarà pagata più ancora dagli europei che dai migranti.

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