Un flash-mob contro il bavaglio (e il contagio). Oggi all’Ambasciata turca

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La situazione in Turchia sta rapidamente degenerando e, nonostante i proclami dei leader stranieri, non è chiaro se si abbia la consapevolezza di cosa stia accadendo e dei suoi possibili effetti anche sulla realtà europea e internazionale. Per questo oggi, mercoledì 20 luglio saremo sotto l’ambasciata turca a Roma in via Palestro, con un flash mob per continuare a reclamare il rispetto dei diritti umani, civili e politici e per chiamare tutti a riflettere. Golpe o autogolpe che sia, si sta intensificando la repressione contro giudici, giornalisti, intellettuali, attivisti. Non possiamo fingere di non sapere e non vedere.

In questi giorni il mondo sembra risvegliarsi con la consapevolezza di aver contribuito a creare un regime, di cui la minaccia di reintrodurre la pena di morte è solo l’ultimo segnale e non il più grave. Stiamo assistendo a una purga di massa all’insegna dello spirito di vendetta, al di là dei dubbi sui veri ispiratori del fallito golpe. Lo vediamo anche nella comunicazione del potere in questi giorni: ai morti per strada, agli arresti di massa, si sono aggiunte le immagini, di magistrati e funzionari pubblici in manette e dileggiati, e le foto dei militari (per lo più soldati di leva), prigionieri ammassati in spazi minimi, spogliati, e ripresi nel momento di maggiore debolezza e sottomissione. Non bastava evidentemente l’arresto, le possibili pene corporali, bisogna umiliare il ‘nemico’ per privarlo di qualsiasi dignità e dimostrare la propria superiorità morale e fisica. Discendenza diretta dei fotoreportage da Abu Ghraib, dove gli scatti però erano rubati, mentre qui a diffonderli è un regime che si fa vanto di controllare l’informazione.

Lo scontro sulla pena di morte rischia di trasformarsi, a questo punto, in un alibi dietro cui preparare una rimozione collettiva delle gravissime, e non solo di ora, violazioni allo stato di diritto che il “sultano” Erdogan ha introdotto nel modus operandi dello Stato turco: se sarà ritirata, cosa faranno Bruxelles, Washington, Berlino, Roma? Basterà un ripensamento dell’ultima ora su una misura estrema ad oscurare i veri monstrum del regime di Ankara? Stiamo, infatti assistendo da tempo al sistematico attacco all’equilibrio fra poteri, che ora semplicemente esce allo scoperto con gli arresti di centinaia di magistrati, ma che già in precedenza ha portato alla confisca di interi gruppi editoriali, a incriminazioni e arresti di giornalisti che svelavano delitti di stato, all’abolizione dell’immunità per i parlamentari che sta colpendo i deputati curdi d’opposizione, ai fermi di decine di accademici, intellettuali che chiedevano semplicemente di interrompere i bombardamenti sulle città turche, di responsabili di ong e associazioni in difesa dei diritti umani. E, da ultimo, la sospensione di oltre 15.000 insegnanti, rei di non essere sottomessi al pensiero unico che sta facendo scempio dei pilastri dello stesso voto democratico da cui è stato legittimato.

Quello che sta accadendo ad Ankara e Istanbul è grave in sé e ci riguarda direttamente. Considerando che nella democratica Italia c’è già la tentazione di controllare magistratura e cronisti scomodi, e nello stesso governo c’e chi si oppone all’introduzione del reato di tortura accampando la scusa della lotta al terrorismo (dando a intendere di considerare l’abuso fisico un’arma legittima), per non parlare delle norme per controllare i media che si diffondono in mezza Europa, dobbiamo preoccuparci seriamente del possibile contagio che la realtà turca di oggi potrebbe esportare anche a casa nostra. Se accettiamo, tutti insieme e ognuno personalmente, di non intervenire, il bavaglio turco può diventare un modello per il mondo.


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