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Turchia: “giornalisti fra due fuochi, più esposti dei soldati”. Intervista a Figen Yüksekdağ, oppositrice di Erdogan

 

“La realtà è che coloro che fanno giornalismo nel sud-est della Turchia sono a tutti gli effetti dei reporter di guerra. È ancora più pericoloso che fare il soldato perché ti ritrovi, senza armi, tra due fuochi. Per questo ringrazio Articolo 21 e tutti i giornalisti che continuano a sfidare la repressione del governo turco per raccontare cosa sta realmente accadendo nel mio paese, soprattutto nelle città a maggioranza curda”, dice Figen Yüksekdağ (nella foto con Stefania Battistini e Andrea Riscassi, ndr) in visita in Italia per raccontare la continua violazione dei diritti umani in Turchia. Con Demirtaş, Yüksekdağ  a 44 anni è a capo dell’Hdp, il partito che ha tolto la maggioranza assoluta all’Akp di Erdogan, mandando a monte il suo progetto di riforma costituzionale in senso presidenziale.

Insieme Andrea Riscassi, come presidio milanese di Articolo 21, l’abbiamo incontrata al centro sociale Macao, per portare la solidarietà dei giornalisti italiani verso i colleghi turchi e curdi che sotto Erdogan stanno vivendo una repressione mai vista in Turchia, nemmeno ai tempi dei golpe militari. Nei mesi l’associazione – insieme alla Federazione Nazionale Stampa Italiana e all’Usigrai – ha organizzato due sit-in sotto l’ambasciata turca per chiedere il rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa, in sostegno di tutti quei giornalisti finiti in carcere con la sola colpa di fare il proprio mestiere, quello di raccontare.
“Vi ringrazio per la vostra presenza, anche se sarà impossibile portare la solidarietà ai reporter in carcere: da mesi ai soli deputati dell’Hdp è vietato andare a trovare i detenuti”, dice Yüksekdağ.

Raccontare quel che accade nel sud-est del paese, ai confini con Siria e Iraq, in quella regione abitata in prevalenza da curdi, oggi è quasi impossibile. Molti cronisti sono finiti in carcere con l’accusa di sostegno al terrorismo solo perché tenevano in mano una telecamera, o perché erano in possesso di foto che dimostravano le violenze perpetuate dall’esercito nei confronti dei civili. Un poliziotto ha puntato la pistola alla testa al giornalista di Ozgur Gun tv. Una video-maker è stata caricata su un blindato senza che nemmeno le chiedessero i documenti. Sta diventando una delle aeree più oscurate del Medio-Oriente.
“Poter coprire i fatti che stanno avvenendo nel sud-est è difficilissimo. Non si rischia non soltanto di essere accusati di sostegno al terrorismo. Il solo fatto di documentare le violenze dei militari e garantire che prove – come video o foto – vengano pubblicate, equivale all’essere riconosciuti come parte di un’organizzazione terroristica”.

Il Parlamento ha approvato una legge, su proposta del Ministero della Difesa, che garantisce ai soldati – e agli uomini dei servizi segreti – un sorta di paracadute che li rende non perseguibili nel caso abbiano commesso crimini durante le operazioni “antiterrorismo”. Secondo diversi analisti – come Mariano Giustino, corrispondente da Istanbul per Radio Radicale – il termine “contro-terrorismo” è una definizione sufficientemente vaga per includere abusi commessi a danno della popolazione civile.
“Il timore è che i poteri dell’esercito si amplino a dismisura, fino a garantire una quasi totale immunità anche nel caso di attacco nei confronti dei civili o di uso di armi vietate da convenzioni internazionali. In base alla nuova legge spetterà infatti al premier autorizzare procedimenti a carico di soldati sospettati di aver agito al di fuori dei limiti loro concessi e aver commesso crimini di guerra. In Turchia purtroppo va tutto al contrario: proprio nel momento in cui la libertà di parola per i giornalisti dovrebbe essere ampliata e rafforzata, viene invece negata; proprio quando dovrebbe essere garantita l’agibilità politica dei parlamentari d’opposizione, questa viene annientata, approvando una legge che toglie loro l’immunità. Paradossalmente tutti quelli che parlano verrano processati, mentre coloro che detengono le armi saranno invece immuni, intoccabili. Però, le parole – lo sappiamo – non uccidono: i civili ammazzati in Turchia non sono morti per le nostre parole, ma con le armi dell’esercito. Da luglio, le vittime tra la popolazione sono quasi 800: il più piccolo era ancora nel grembo della propria madre, non ha fatto nemmeno in tempo a nascere. I cadaveri sono stati lasciati marcire lungo le strade per decine di giorni, durante il coprifuoco. E quando le persone sono scese in piazza per raccogliere i corpi dei propri cari, con le bandiere bianche in mano, la polizia ha iniziato a sparare. A Cizre 150 persone sono state bruciate vive in tre scantinati diversi. A Nusaybin l’esercito ha usato gli F16 – aerei da combattimento militare – su quartieri residenziali. Molte città sono state letteralmente rase al suolo”.

A inizio giugno siamo tornati a Diyarbakir, dopo 8 mesi (foto). Abbiamo trovato il suo centro storico, il quartiere di Sur, raso al suolo: tra le due moschee principali, non esiste più un edificio, né il reticolo di vie medioevali che caratterizzava la città. L’esercito turco stava portando via le macerie, insieme ai cadaveri.
“Questo è un punto fondamentale. Da una parte i media parlano di un governo che conduce un’operazione contro il terrorismo del Pkk, ma noi vediamo tutt’altro: le città vengono demolite. Questo non ha niente a che vedere con le operazioni che un governo può legittimamente mettere in atto qualora volesse debellare il fenomeno terrorismo. Gli esempi sarebbero innumerevoli, ma prendiamo la città curda diYüksekova: dopo 38 giorni di attacchi perpetuati in modo unilaterale da parte dell’esercito turco contro la cosiddetta ‘gioventù curda’, i giovani se ne sono andati, lasciando la città quasi completamente disabitata, ma nei 48 giorni successivi è i soldati l’hanno completamente rasa al suolo, annientata. L’unico motivo per il quale si è scatenata questa violenza inaudita nei confronti delle città curde è che in quelle province la percentuale di voto ottenuta dall’Hdp è del 90%. Il governo non ha perdonato alla popolazione d’aver aderito in modo così convinto e ampio a quel progetto politico, che – voglio sottolinearlIMG_2633o – non rappresenta oggi unicamente le istanze dei curdi, ma quelle di tutti gli elettori che oggi chiedono il rispetto dei diritti civili. Esiste, secondo me, un lucido e preciso progetto di annientamento delle strutture di quella regione. Annientamento militare, ma anche politico – con la legge che toglie l’immunità ai parlamentari – culturale e urbano. Quel che è stato fatto a Sur, il cuore storico di Diyarbakir, un tempo l’antica capitale del Kurdistan, è da inquadrare in questo progetto. Sono luoghi che incarnano la storia dei curdi e la loro identità. È una città antichissima, con 3mila anni di storia, in lista per diventare patrimonio Unesco: evidentemente raderla al suolo e cancellarla equivale a rimuovere tutte le prove storiche dell’esistenza del popolo curdo”.

Cosa potrebbe fare il Parlamento italiano?
“Non possiamo dire di essere soddisfatti di ciò che l’Italia ha fatto sinora. Ha tenuto un atteggiamento molto neutro, di grande distanza rispetto ai fatti che stanno accadendo in Turchia. Per noi è inaccettabile. Come altri paesi europei, anche l’Italia teme l’arrivo di un flusso incontrollato di profughi. Ma in questo modo la Turchia non fa che allargare l’area di instabilità del Medio-Oriente, un’instabilità che provocherà, ancora di più, la partenza di altri disperati verso l’Europa. Il mio appello all’Italia è quello di rivedere i rapporti con la Turchia: il vostro paese – sempre così attento ai diritti civili – non può continuare a tacere e a intrattenere rapporti come se fosse un paese normale. Nessuno lo dice, ma è in corso una guerra civile contro il popolo curdo”

L’ultimo anno, dopo che Erdogan ha interrotto i negoziati di pace col Pkk, è stato segnato da diversi attentati terroristici. Il più grave ad Ankara, appena prima del voto di novembre: oltre cento persone sono morte durante una manifestazione pacifista, la maggioranzaerano di etnia curda. Thair Elci, l’avvocato che difendeva i diritti dei curdi nelle aule di tribunale, è stato ammazzato, in diretta, durante una conferenza stampa mentre chiedeva a Erdogan di fermare le operazioni militari nel sud-est del paese. A Demirtaş – che con lei è presidente del partito – hanno sparato mentre viaggiava su un’auto blindata, si è salvato soltanto grazie ai vetri anti-proiettile. Qui, all’ingresso di Macao, siamo stati sottoposti a una perquisizione molto minuziosa. Uno degli organizzatori ci ha detto ‘farebbe comodo’ – a chi le vuole male – un attentato contro di lei lontano da Ankara. Non ha paura?
“La paura fa venir fuori il coraggio. Certo che ho paura, come tutti. Ma la situazione che ci troviamo a fronteggiare è talmente grave, talmente feroce, talmente terribile che resistere è necessario, è un’impellenza. E poi c’è il dovere che abbiamo nei confronti di tutti quelli che sono già caduti. Per loro, soprattutto, dobbiamo continuare in questa lotta nel modo più risoluto possibile, a dispetto delle paure che tutti noi umanamente proviamo. In realtà, abbiamo quasi dimenticato che cosa significhi avere paura”

C’è un appello che vuole fare ai giornalisti italiani?
“Quello che vi chiedo è di parlare il più possibile di ciò che sta accadendo nel sud-est della Turchia. Di raccontare i fatti, di fare cronaca. Per i nostri reporter parlare è sempre più difficile, subiamo un embargo rispetto a tutte le informazioni che ci riguardano. Sarebbe bello che i giornali non sono sottoposti a questa repressione, ai che noi viviamo ogni giorno e che beneficiano di una libertà a noi negata, potessero dedicare spazio ai temi di cui abbiamo parlato in questa intervista. Quindi ci appelliamo a voi: raccontate quello che sta accadendo”

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