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Siria, morto il giovane fotoreporter Khaled al Essa

 

La frase più toccante è venuta dalla madre: “Perché non mi risponde? Lui mi risponde sempre, con quella sua voce forte”. Khaled, il figlio, appena 24 anni, era ricoverato in terapia intensiva in un ospedale turco. Lo avevano portato lì i volontari della protezione civile siriana dopo averlo estratto dalle macerie della sua casa distrutta, ad Aleppo. L’agonia è durata una settimana, ieri il giovane fotoreporter Khaled al Essa è morto. E’ riuscito a salvarsi invece l’amico e collega che era con lui, il giornalista radiofonico Hadi al Abdallah, già catturato tempo fa da al Qaeda. I due erano anche rimasti feriti leggermente in un attacco aereo. Poi la bomba, dietro la porta della loro abitazione. L’ennesimo atto di una guerra dai mille fronti che ha finora provocato 95 vittime da quando è scoppiata, nel 2011. Quasi tutte ad Aleppo, il centro dell’inferno.

Ci si avvia dunque verso un altro anno terribile per i cronisti. Sono già 67 quest’anno i morti fra gli operatori dell’informazione, quattro in Siria. Una circostanza appare incredibile: quindici anni dopo l’apertura del conflitto è ancora l’Afghanistan il posto più pericoloso per i reporter: dieci addirittura nel 2016, con la prima vittima americana: David Gilkey, ucciso a Marjah, al sud insieme al suo interprete. Al secondo posto (con otto vittime) c’è ancora il Messico, dove i narcos continuano a fare stragi, e subito dopo lo Yemen, troppo dimenticato, e l’Iraq con sette morti. Nessuno ci fa più caso dopo tredici anni di guerra, ma si continua a morire. L’ultima vittima, la settimana scorsa, si chiamava Fadil al Garaawi, aveva 45 anni, faceva il fotoreporter. E’ stato colpito da una granata durante i furiosi combattimenti a Falluja, che ora è stata liberata.

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