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Jorge Mario Bergoglio, la rivoluzione della tenerezza

 

Ora che l’ha battezzata lui è legittimo parlare della rivoluzione di Jorge Mario Bergoglio e anche definirla: è la “rivoluzione della tenerezza”. La definizione ovviamente il papa non l’ha rivendicata, l’ha attribuita a qualche padre sinodale, chissà chi, intervenuto a qualche sinodo di tanti anni fa, chissà quale. “Padre non si può dire così, non sta bene”, gli avrebbero risposto a suo tempo. E invece per Francesco “oggi constatiamo che quello che manca è la tenerezza”. Presentata così quella di Francesco è una rivoluzione che sembra semplice, eppure basta pensare a quanti Dies Irae riempiono le nostre discoteche, a quanti Dies Irae riempiono il nostro immaginario individuale e collettivo… La tenerezza di Dio non ha inni così famosi, non è così dentro la nostra “cultura”.

La rivoluzione della tenerezza cancella la verità? No, certo che no. La verità resta, eterna, ma nella triade “via, verità e vita”, la priorità non è più la verità, ma la via. La Chiesa non è più un giudice esterno alla storia, eterno e immutabile, ma sta nella storia, con noi. Ci accompagna, ci capisce, cerca di seguirci nella nostra avventura, senza mai negarci la misericordia del padre, purché noi, vivendo, sbagliando, si dimostri non di fare ma almeno di avere almeno l’intenzione di fare un passo verso di lui.
Questa Chiesa è solo “bontà”? No, certo che no. Questa Chiesa è anche un modello. Lo ha detto parlando ai vescovi italiani riuniti in assemblea plenaria in Vaticano poche settimane fa. E di quale modello si tratta? Di un modello di vita “alternativo”. Davanti alla mondanità dell’arrivismo, dell’individualismo, dell’apparire, il prete può rappresentare un modello di vita “alternativo”.
Il cammino di questa Chiesa non più preoccupata dal giudicare esternamente alla Storia, imponendo la verità, ma attentata a divenire un modello alternativo per gli uomini d’oggi, è evidentemente un cammino opposto a quello della Chiesa costantiniana.
Via i crocifissi d’oro, via le limousine, via i paggi, i principi di Santa Romana Chiesa non sono più principi di una Chiesa- potere, ma di una Chiesa-popolo, modello alternativo a questo potere. Ovvio che tra le sue preoccupazioni ci sia anche la riscoperta dei diritti sociali.

E’ per questo che tra papa Francesco e i tutori dell’ordine costantiniano non si riesce a capire come possa esserci un vocabolario comune. Per questi ultimi la credibilità della Chiesa è la loro credibilità, per Francesco è la coerenza con il modello alternativo la vera credibilità della Chiesa.
Questa nuova Chiesa, parlando nel recente convegno della diocesi romana, l’ha presentata come padrona di metodi dissimili da quella del passato: non ficca più il naso tra le lenzuola dei coniugi per stabilire se siano buoni cattolici, siede piuttosto con loro nel salotto di casa, dove curano ed educano i figli, dove cenano dopo il lavoro, dove curano i nonni per far sì “che i loro sogni siano le visioni dei figli”. E’ chiaro che guardata così, una coppia sposata con i sacramenti ma senza amore viene dopo quella di contadini argentini che si è sempre scambiata fedeltà pur essendosi sposata in chiesa solo quando è nato il nipotino, per un vecchio pregiudizio di campagna. Con questa coppia la Chiesa non è più tanto interessata a sapere se ci sia stato sesso prematrimoniale, ma a benedire vero amore, per tutta la vita.
La dottrina, ha detto Bergoglio, non è come la matematica, che non conosce la tenerezza. E la tenerezza però è la vera risposta alle sfide dell’oggi, a questo oggi fatto di culture di odio pronte a sommergerci. Illuderci che solo un odio più grande potrà sconfiggerli sgomenta. Solo la rivoluzione della tenerezza ci può far uscire dal gorgo.

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