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“Informazione e narrazione devono essere profondamente responsabili oggi più di sempre”. Intervista a Francesca Comencini

 

Abbiamo incontrato Francesca Comencini (nella foto), personalità importante del nostro cinema e dell’impegno femminile, una dei registi dell’ultima serie di “Gomorra”, per parlare di cinema e comunicazione, di informazione e narrazione, parole che troppo spesso si intrecciano ma hanno significati ben diversi.

La  società contemporanea, in tutto il mondo, è tragicamente caratterizzata dalla violenza: il cinema e il mondo della comunicazione non hanno da rimproverarsi qualcosa?
Sicuramente la rappresentazione, e in particolar modo quella attraverso le immagini, è una componente importante della contemporaneità, ne è specchio, ma anche, talvolta, origine, creando un gioco di specchi con il reale in cui alla fine non si capisce chi somiglia a cosa, se la realtà stessa non prenda a somigliare alla propria rappresentazione. Il ruolo dunque di chi fa informazione, di chi crea le immagini del mondo, di chi narra storie, è molto importante.  Tuttavia ci sono dei distinguo da fare tra informazione e narrazione, che sono esercizi differenti. Così come, all’interno della narrazione stessa, è diverso il lavoro di un documentarista da quello di un regista di finzione, seppure facciano, entrambi, narrazione. Starei dunque attenta a generalizzare e a attribuire responsabilità senza una analisi precisa dei vari campi. In ogni ambito dobbiamo però sapere di avere una responsabilità profonda, perché la rappresentazione delle cose ha oggi una potenza inaudita, diffusa talvolta mondialmente. Non credo di poter rispondere a questa domanda in modo più profondo senza un lunghissima analisi, che certo sarebbe opportuno fare, ma in un altro contesto. 

Gomorra è una fiction diversa da tutte le altre soprattutto perché colpisce come un pugno nello stomaco ma non spettacolarizza il crimine: come si gira un film come questo?
Si gira con una grande fatica e una incredibile quantità di lavoro! Scherzo! Più seriamente, direi, dovendo sintetizzare, che si gira con un atteggiamento e una professionalità che unisce in sé l’attenzione al reale, documentaristica, con una capacità tecnica e artistica di creare un racconto grande e potente, sia dal punto di vista visivo, che da quello narrativo.
Questa, secondo me, in pochissime parole, è la spiegazione dell’inimmaginabile successo planetario di Gomorra: aver saputo unire il realismo sociale, l’occhio documentaristico, la capacità di girare in mezzo alla strada, tipica della grande tradizione del cinema italiano, con l’epicità e la potenza narrativa delle grandi serie americane. Questo connubio, che poteva apparire all’inizio contraddittorio, si è rivelato non solo possibile, ma estremamente potente. Credo che è proprio per il mio percorso di documentarista, oltre che al desiderio di avere in squadra una regista donna, che sono stata chiamata a far parte dei registi della serie.

La novità di questa seconda serie di Gomorra è stata soprattutto rappresentata dalle donne, malvagie, assetate di potere, crudeli, a volte più feroci dei maschi. Per una regista da sempre impegnata in difesa delle donne deve essere stato difficile rappresentare questa visione femminile del male…
In un certo senso io non mi sono mai impegnata in difesa delle donne, semplicemente perché non credo affatto che le donne abbiano bisogno di essere difese. Mi batto anzi contro questo approccio vittimistico. Io mi sono sempre schierata contro la rappresentazione distorta delle donne, o, come spesso accade, contro la loro cancellazione tout court, sia dalla rappresentazione che dalla rappresentanza. Spesso i personaggi femminili o semplicemente non esistono, o sono solo “funzione” per raccontare i personaggi maschili, di cui ormai sappiamo tutto, ma proprio tutto. Il protagonismo delle donne, con tutte le loro contraddizioni, i loro sentimenti, che naturalmente non sono sempre buoni, è fondamentale secondo me, per restituire l’immagine di ciò che l’umanità è: sessuata, differente, con donne e uomini differenti ma parimente protagonisti, e che, nella dialettica complessa, in questo momento storico anzi direi estremamente difficile, tra loro, sono motori del mondo.
Dunque per me raccontare donne camorriste, che peraltro esistono nella realtà, raccontarne i meccanismi feroci, perversi, ma anche la pochezza, la solitudine e la disperazione, non è stata una sofferenza, anzi, il loro protagonismo mi sembrava fondamentale: la sofferenza casomai proveniva dal raccontare un sistema così feroce, enorme e immensamente pervasivo del nostro paese, i meccanismi di potere e economici che lo governano, e che è disumano quanto tremendamente vicino a noi.

In una società che oggi si definisce “liquida” ma che sembra essenzialmente priva di visione sul futuro e basata sugli egoismi individuali, anche il mondo della cultura – cinema e informazione compresi – appare indebolito e timoroso, da dove si dovrebbe ripartire per reagire a tutto questo?
Credo che il cinema italiano sia un cinema di resistenza, e che abbia resistito molto bene a venti anni di berlusconismo in cui è stato trattato come l’ultima delle risorse di questo paese, vilipeso come un passatempo per radical chic, mai pensato come una risorsa, un lavoro, serio e estremamente difficile, un indotto che crea occupazione solo nel Lazio a centinaia di migliaia di persone, mai regolato da una legge di sistema che chiediamo da decenni e che non consiste in finanziamenti statali né in sovvenzioni ma semplicemente nel far ritornare al cinema italiano e alla produzione dello stesso i proventi che si è conquistato sul mercato, (una legge di sistema di questo tipo esiste da decenni in Francia con i risultati che sappiamo) sembra che l’attuale governo stia pensando a una legge con un impianto simile, e sarebbe un’ottima cosa.

Tuttavia credo che il cinema abbia fatto sistema a sé, con grande passione e impegno, e che in anni in cui dell’Italia non si parlava, in giro per il mondo, sempre in termini sempre elogiativi, il cinema italiano, i registi e le registe italiane, i documentaristi e le documentariste italiane, zitti e zitte, con pochissimi mezzi talvolta, abbiano marciato, insieme,  e fatto abbastanza onore al paese, nel loro piccolo, lo dico davvero con umiltà e non per spirito corporativo, ma mi pare abbastanza vero. Ho appena terminato di girare un film che ho impiegato tre anni per riuscire a finanziare, l’ho fatto con una squadra di altissimi professionisti tutti molto giovani, il testimone passa, sta passando, la passione rimane, enorme, perché il nostro è proprio un bel mestiere, e io, nel mio piccolissimo, spero di aver saputo passare il testimone a qualche giovane donna: che giovani registe crescano! Questo è il mio desiderio più grande!

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