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Pannella: ritratto di un protagonista

 

Giacinto Pannella, detto Marco, ottantasei anni appena compiuti, teramano di nascita, radicale per vocazione e per passione, liberale, irriverente spesso ai limiti, e talvolta anche oltre, della provocazione, dotato di un gusto della politica dal sapore antico, ha speso l’intera vita al servizio delle cause nelle quali credeva e per questo merita rispetto.

Merita rispetto sia quando si è speso per cause che abbiamo ritenuto sacre sia quando si è battuto su fronti contrari al nostro, sia quando ha incarnato alla perfezione il desiderio collettivo di modernità e fuoriuscita dall’oscurantismo bigotto di un’Italia ancorata a valori anacronistici sia quando ha difeso princìpi e teorie economiche prossime al liberismo che ci hanno visto in disaccordo.

Merita rispetto perché non si è mai risparmiato, non si è mai tirato indietro, non si è mai fermato un momento, non è mai indietreggiando davanti a niente, non ha mai inseguito la popolarità o il populismo e, anzi, ha spesso combattuto per argomenti ostici al sentire comune, riuscendo comunque a introdurre in un Paese codino come il nostro dei sani princìpi di laicità dei quali avvertivamo da anni il bisogno.

Merita rispetto perché non si è mai venduto a nessuno, non è mai venuto meno ai suoi valori, non si è nascosto, non ha mentito ed è stato un garantista a ventiquattro carati: memorabile, per dire, la scelta di candidare Enzo Tortora alle Europee per opporsi a una sentenza di condanna ingiusta e umiliante che costituisce una macchia indelebile per il sistema giudiziario italiano, specie se si considerano le sofferenze che quel supplizio immeritato provocò al povero Tortora.

Merita rispetto per la sua nobile battaglia in difesa di un sistema carcerario in linea con il dettato costituzionale, al servizio di quei princìpi di umanità e tutela dei diritti delle persone dei quali in pochi hanno avuto il coraggio di farsi paladini.

Merita rispetto, inoltre, perché senza il piccolo, ribelle Partito Radicale non avremmo conquistato due capisaldi di civiltà quali il divorzio e l’aborto che oggi ci appaiono scontati ma non lo furono affatto, in quell’Italia dei primi anni Settanta in cui lo stesso PCI era altamente titubante se impegnarsi o meno a difesa di una legge, la Fortuna-Baslini del ’70, la cui conferma avrebbe potuto incrinare il rapporto di collaborazione con la DC faticosamente instaurato da Berlinguer con la proposta del compromesso storico, in seguito al drammatico golpe che aveva deposto Allende in Cile.

Merita rispetto perché Pannella, col suo caratteraccio burbero, indomito e tenacissimo, non ha mai fatto calcoli, non si è mai preoccupato se una norma fosse utile a questo o a quel partito, se fosse in sintonia con il momento storico e con il sentire comune, se potesse alterare o meno gli equilibri politici di una determinata stagione o se fosse, all’opposto, in linea con le tendenze in auge: l’unica cosa che interessava a questo guerriero al servizio dei diritti civili era se una legge fosse giusta o meno, se ci facesse avanzare o regredire, se potesse proiettarci nel futuro o tenerci prigionieri in un presente che guardava inesorabilmente al passato.

Ci è sempre stato, per sessant’anni, giorno dopo giorno, parlando alla sua radio e facendo un’informazione libera e aperta a tutti, capace di dare conto di ogni iniziativa, di abbattere ogni ostacolo, di considerare degni di menzione anche coloro che, per il pensiero ufficiale, dovevano rimanere ai margini, di coinvolgere, di includere, di integrare e di ampliare costantemente gli spazi della nostra democrazia.

E quella radio, che quest’anno compie quarant’anni, è stata e continuerà ad essere, per molti di noi, la compagna del mattino quando ci facciamo la barba, la compagna del pomeriggio quando torniamo a casa in macchina o ci concediamo una doccia, la compagna che ci consente di seguire decine di eventi dei quali non parla nessun altro e dai quali, invece, abbiamo spesso molto da imparare.

Un capo carismatico, senz’altro un leader, all’ombra del quale è cresciuto anche qualche fastidioso opportunista (un rischio che corre ogni leader politico, inutile negarlo), un gran fumatore, un sognatore che non si è mai arreso, un fautore della non violenza per scelta e per convinzione (e le sue battaglie in tal senso, a cominciare da quella contro la pena di morte, costituiscono uno dei doni più importanti che ci lascia in eredità), un combattente sempre in prima linea, all’avanguardia (basti pensare alle storiche lotte radicali a sostegno dell’eutanasia e della liberalizzazione della cannabis) e abilissimo nell’aggregare soggetti provenienti da mondi diversi, precorrendo la società liquida e dimostrando di saper nuotare nel mondo contemporaneo con una lucidità e una lungimiranza comuni a pochi altri statisti.

Per tutto questo, per i suoi scioperi della fame e della sete, per il suo corpo trasformato in testimonianza e martoriato da innumerevoli sforzi, l’anziano leader radicale merita la massima stima e un pensiero sincero di gratitudine e riconoscenza. Senza ipocrisia, senza eccessi, senza sbavature, senza cedere alla tentazione di farne un santino perché questo no, di sicuro non lo avrebbe gradito.

Ciao Marco, avvolto in una nuvola di fumo.

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