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Egitto, una delle più grandi prigioni al mondo per i reati d’opinione

 

Il regime egiziano prosegue nel suo piano anti-stampa, nonostante le pressioni internazionali che arrivano soprattutto dalle associazioni e dalle ong. L’ultimo e gravissimo episodio è l’ordine di riservatezza sull’omicidio Regeni inviato dal ministero dell’interno alla procura generale egiziana nel quale si esplicita anche il progetto per colpire i giornalisti attraverso la procura generale stessa e una campagna televisiva denigratoria.

La spirale repressiva del generale al Sisi si è andata stringendo negli ultimi giorni. Prova ne è il bliz della sera del primo maggio nel sindacato dei giornalisti di un commando di 50 poliziotti in borghese che non ha precedenti nella storia repubblicana egiziana e condotto in violazione della costituzione egiziana che prevede che, per poter entrare in un sindacato, la polizia deve coordinarsi con la sua direzione e che l’operazione deve essere condotta in presenza di un rappresentante della procura e del presidente del sindacato stesso.

Nell’occasione sono stati arrestati il direttore del sito anti-regime Yanair.net, Amr Badr, e il suo collega Mahmoud Elsakka accusati di istigazione alla violenza e attentati alla sicurezza del paese (gli stessi reati per cui è finito in prigione lo scorso 25 aprile anche il consulente legale della famiglia Regeni, Ahmed Abdallah) per aver partecipato alle manifestazioni del 25 aprile per protestare contro l’accordo tra Egitto e Arabia Saudita sui confini marittimi. In realtà i due reporter sono noti per le inchieste sulle sparizioni forzate e sulle torture nelle prigioni dell’orrore. La polizia ha anche impedito lo svolgimento di una conferenza all’interno del quartier generale del sindacato il 1 ° maggio in occasione della Giornata del Lavoro.

Per condannare l’irruzione della polizia nella sede del sindacato e contro l’arresto dei due reporter i giornalisti egiziani hanno manifestato davanti al sindacato di categoria in centro al Cairo nella Giornata per la libertà di stampa il 3 maggio. Con le penne alzate al cielo hanno chiesto l’immediata liberazione delle decine di giornalisti e scrittori rinchiusi per reati di opinione e le dimissioni del ministro degli Interni Maged Abdel Ghaffar. Con decine di giornalisti e cyberdissidenti agli arresti, l’Egitto si è guadagnato il triste primato di essere una delle più grandi prigioni al mondo per i reati d’opinione.

La situazione è grave e insostenibile e, oltre al doveroso appoggio che i giornalisti italiani hanno manifestato il 2 maggio ai colleghi egiziani, l’opinione pubblica del nostro Paese dovrebbe chiedere un intervento più incisivo delle nostre istituzioni sia singolarmente sia in concerto che le autorità europee. Non solo per la vicenda Regeni, ma anche per le decine di “Giulio” egiziani che non sono sotto i riflettori della stampa internazionale. Un intervento che abbracci ogni ambito del rapporto tra l’Italia e l’Egitto, da quelli diplomatici a quelli di cooperazione. Come quella militare (una dichiarazione congiunta in tal senso era stata firmata il 20 dicembre 2014 a Roma dalla ministra alla Difesa italiana Roberta Pinotti e dal generale Sedki Sobhi) della quale si sa poco o nulla.

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