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Link: in 10mila a Trieste per il buon giornalismo

 

35 momenti di incontro con 65 ospiti nelle giornate dal 22 al 25 Aprile; così la manifestazione Link 2016 Premio Luchetta Incontra, alla sue seconda edizione, ha radunato 10.000 presenti attorno a un dibattito sulle questioni di attualità con cui si confronta chiunque – chi scrive e chi legge – e soprattutto, sul buon giornalismo con le sfide che ha difronte.  Una manifestazione emozionante, perché il setting era quello dell’agorà a cui i cittadini hanno avuto libero accesso, e i temi affrontati hanno sviluppato una riflessione del, sul e con il giornalismo. Che riguarda tutti, perché la realtà è sì quella dei fatti, ma è anche quella che ci si costituisce attraverso il racconto altrui e che ci si può plasmare attraverso il flusso spasmodico di informazioni che navigano nell’oceano sterminato del web.

Di questo e di esempi di buon giornalismo si è parlato, tra gli altri, con Giovanni Floris, Giuseppe Giulietti e Andrea Filippi che hanno aperto la manifestazione; con Pino Scaccia, Marcello Sorgi, Antonio Di Bella, Antonella Baccaro, Vittorio di Trapani, Beniamino Pagliaro e Piero Vietti di Good Morning Italia, Paolo Biondani e Vittorio Malagutti, i giornalisti de L’espresso che hanno lavorato sui Panama Papers.

Al centro degli incontri quindi l’esperienza di chi il giornalismo lo vive e lo fa attraverso un’etica e un rapporto con la realtà che si strutturano proprio sul campo, nei teatri di guerra come nelle zone di mafia e nelle nostre città, quando per fare un reportage sui senza tetto si decide di lasciare casa e famiglia per un mese e si va a dormire per strada o nei dormitori per conoscere le persone e le storie che si vogliono raccontare; nei campi profughi in Turchia o in Giordania, o in viaggio lungo la rotta balcanica.

Tra i molti temi affrontati, si è cercato di capire in che misura la riduzione degli inviati e il moltiplicarsi dei click per lavorare da un desk dipendano dalla crisi dell’editoria e quanto invece quello della crisi non rischi di essere un alibi, a fronte della facilità con cui nel web 2.0 le informazioni vengono a noi e soprattutto a fronte di una peculiarità dell’editoria italiana, succube di una cultura dell’altro assai poco sviluppata. E proprio di questo, in relazione al reportage dalle zone di guerra o dalle rotte battute da chi fugge, ha parlato Marco Vacca, vincitore del World Press Photo nel 1999, che da fotoreporter ha toccato un tema assolutamente centrale quale il ruolo e il rapporto con le immagini, e quindi con la realtà. Da un lato dunque, le porte chiuse dei giornali italiani in virtù di un’idea evidentemente condivisa, quella dell’esornatività delle immagini, mentre Time e Newsweek coprono gli eventi in competizione a chi si aggiudica il miglior fotografo per raccontarli (e il risultato è che non solo i cervelli, ma anche le macchine fotografiche sono in fuga dall’Italia). Dall’altro, l’onestà e il coraggio un po’ ruvidi con cui Vacca ha affrontato una questione ancora una volta tutta italiana: la polemica sulle immagini, che ha avuto sfogo contro la diffusione della foto di Bodrum, la spiaggia su cui giaceva in corpicino senza vita del piccolo Aylan, c’è stata solo da noi. Negli altri paesi, nel mondo anglosassone o francofono che hanno una cultura dell’altro – anche, certo, per la loro storia coloniale – o in quello germanofono, dove l’altro viene vissuto e conosciuto attraverso i reali processi di integrazione (quelli che neanche Francia e Gran Bretagna hanno saputo mettere in atto), il dibattito non si è spostato sull’immagine. L’introspezione sull’etica della visione rischia di essere un decentramento del fuoco da ciò che una fotografia dice, ovvero quello che accade, ciò che è. E lo scandalo, l’osceno, non sta nell’immagine e nella sua diffusione, ma nel permettere che ciò che la foto dice accada.

Altro tema cardine è stato quello dei confini e delle sfide del giornalismo proprio nell’era del web, che da un lato garantisce un più ampio accesso alle informazioni, ma dall’altro ne presenta una quantità infinita e la cui autenticità o esattezza non è affatto certa. Come evolve allora la figura del giornalista dinanzi alla molteplicità di contenuti che spesso sono gli utenti a diffondere in quanto testimoni diretti degli eventi, sul posto ben prima degli inviati? Quali le responsabilità del giornalista di fronte alla liquidità della rete? È noto come una foto senza luogo né data, o un’informazione pronta e disponibile, ma non verificabile, possa passare per verità o fatto accaduto semplicemente tramite l’effetto moltiplicatore di post, like e condivisioni. Salvo poi le smentite che devono rincorre le bufale, in una triangolazione tra realtà dei fatti, notizia e smentita che rischia di distorcere non poco il nostro modo di conoscere e di informarci, così come i concetti di spazio, tempo e verità. E il problema della superficialità con cui a volte si muove tanto chi scrive quanto chi legge, è il problema della super-facilità con cui si accede alle informazioni, tratto consustanziale alla democraticità dei nuovi modi e mezzi dell’informazione social e che però, comporta anche un’estrema facilità nella manipolazione delle stesse informazioni. E ancora, rispetto alle questioni che inevitabilmente pone la rete e che riguardano tutti, qual è il confine tra libertà d’opinione e discorso di odio? Quanto c’è di social in uno spazio che si può occupare semplicemente da dietro a uno schermo, in cui il confronto perde la sua dimensione primigenia dello starsi di fronte e in cui le identità, le responsabilità e il linguaggio si possono così facilmente distorcere?

Ecco allora perché la manifestazione Link ha vinto una sfida enorme portando decine di incontri e dieci migliaia di uditori nello spazio reale di una piazza.

E la piazza di una città come Trieste non poteva non coagularsi intorno al tema dei confini, che si declinano in un passato doloroso, di ferite e di pluralità come in un presente dolorante che, dopo quella che doveva essere la fine della storia e dei muri, torna invece a costruire barriere e a ricalcare i confini col filo spinato. In ognuna delle 4 giornate le testimonianze sulle migrazioni e le frontiere, del passato ma soprattutto dell’oggi, sono state affidate a un pubblico attento da ospiti che attraverso punti di vista e vissuti diversi sono quotidianamente impegnati in quella che è a tutti gli effetti la sfida del nostro tempo; lo è a tutti i livelli, e in modo strutturale. Ma il punto è proprio qui: mentre quella delle migrazioni, dei muri e del diritto d’asilo per noi è e resta una sfida (dal punto di vista politico, elettorale, economico, sociale, culturale, del diritto, dell’accoglienza, dell’integrazione, della sicurezza, con cause ed addentellati che si radicano ancora oltre), per altri è dramma ed è morte, mentre per altri ancora è business, quel business atroce che ormai in tante parti del mondo vale molto di più del traffico di droga. Su questi temi sono intervenuti Roberto Zaccaria, attuale presidente del CIR, Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS, Marco Morcone, capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministro dell’interno, Paolo Rozera, direttore generale di Unicef Italia, Monica Guerritore, Francesca Barra e Andrea Iacomini.  Sui confini, sul limes, ha concluso Paolo Rumiz con un intervento monologale in cui ha ripercorso i suoi viaggi lenti in Europa, quegli itinerari a zigzag che hanno lo stesso disegno dei punti di sutura su una ferita, che tratteggiano le cicatrici delle popolazioni, della storia e della geografia. Lo scrittore triestino ha ripercorso le camminate in bosco, a pochi chilometri dal centro città, quando da bambini con gli amici si giocava a superare il confine, e ha illuminato il senso motore di quella frontiera che stabilendo la separazione preservava al tempo stesso l’alterità, garantiva l’esistenza di un diverso, la differenza di chi sta oltre a quel confine, e senza la quale, viaggiare non avrebbe senso. Non una nostalgia delle divisioni oggi di ritorno sotto forma di muri e barriere di filo spinato, ma un ritorno al significato dei luoghi che allo stesso tempo imprigionano e dischiudono mondi diversi, le linee bifronti che schiacciano alla claustrofobia e provocano, chiamano, spingono a passare oltre per incontrare l’altro. Quell’altro che dovremmo ringraziare, quando bussa alle nostre porte, perché ci ricorda cos’è e com’è il mondo fuori dalla nostra oasi privilegiata.

E proprio per uno sguardo sulle zone di terrore da cui l’umanità è in fuga, ma anche su quanto sta accadendo in Europa con gli attacchi terroristici degli ultimi mesi, sono stati fondamentali gli incontri con Gigi Riva, Barbara Gruden, Attilio Giordano, Giuliano Giubilei, Antonio Di Bella e Lucia Goracci, che hanno portato la loro testimonianza di quanto lavoro c’è dietro ai 2 minuti e mezzo di servizio realizzato in una zona di guerra (e quante scelte determinanti, dalla logistica all’interpretazione delle persone che si hanno di fronte, sul luogo, per capire di chi fidarsi), di come in Medio Oriente si stia combattendo l’ISIS e di come si sia evoluta sul terreno, dai tempi di Al Qaeda, la situazione che grazie anche alle scelte e agli errori dell’Occidente ha fatto emergere lo Stato Islamico. Centrale nel dibattito anche una riflessione sulle scelte compiute dai media nel raccontare il terrorismo; scelte sul linguaggio da utilizzare, o sulla diffusione di alcune immagini di terrore, tra libertà di informare e dovere di censurare per non fare il gioco della propaganda del Daesh o per non compromettere la sicurezza dei cittadini (come rischiò di accadere quando durante la presa di ostaggi al supermercato casher di Parigi, BFMtv diffuse in tempo reale la notizia che 6 di loro si erano nascosti in una cella frigorifera, mettendo quest’informazione di fatto in mano agli assalitori).

Ma molti degli interventi sono tornati, da questa città di frontiera, sul conflitto dei Balcani e sulla radice che proprio lì trova molto di quanto accade oggi, anche nelle città europee, rispetto alla radicalizzazione di una parte del mondo islamico. E ci si è interrogati anche su questa formula, che d’altra parte dialoga con quella che Olivier Roy ha conversamente definito l’islamizzazione del radicalismo, fondando la sua analisi su due punti nodali: il nichilismo di alcuni giovani e il loro conflitto generazionale con i genitori.

Ed è interessante notare come proprio il tema della genitorialità, in filigrana, abbia legato vari interventi molto diversi tra loro: è stato il caso quando si sono ricordate le parole con cui la madre di Amr Ibrahim Metwalli, scomparso da più di 1000 giorni nelle carceri egiziane, ha scritto alla madre di Giulio Regeni, parlando del dolore e della perdita che accomuna tante madri egiziane (e non solo).

In un’altra ottica di genitorialità ha parlato Massimo Cirri con Gianna Schelotto, autrice di Chi ama non sa, in cui una non-coppia, invece di ingabbiarsi negli schemi della famiglia tradizionale e rischiare di imboccare la strada dell’infelicità, forma una “sfamiglia” in grado di far crescere il bambino venuto al mondo un po’ per caso, circondato d’amore e sicuro di sé e degli affetti che ha intorno. Ancora di genitorialità e della conflittualità tra padri e figli si è parlato nell’emozionante incontro con Pierluigi Battista, che in Mio padre era fascista rielabora la sua storia personale di figlio le cui certezze giovanili, alimentatesi anche dalla contrapposizione col padre fascista, vengono meno col trapasso di un mondo che non c’è più. Attraverso il rapporto col padre l’autore ripercorre anche di un pezzo di storia d’Italia, e però tiene a dirlo: non si tratta della memoria collettiva, perché la memoria è sempre personale, ma di una storia che, quella sì, è collettiva.

La manifestazione organizzata dalla Fondazione Luchetta però, ha voluto dare spazio soprattutto alle storie di quei bambini e di quei genitori che ogni giorno sono costretti a scappare o a compiere le più rischiose delle scelte per salvarsi, o almeno per avere una speranza di farlo. E assieme alle altre testimonianza, lo ha raccontato anche Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, che oltre a condividere le sue esperienze nei campi profughi di Turchia e Giordania, ha posto l’attenzione sulla grave assenza, nelle proposte del Migration Compact, di qualsiasi misura volta alla tutela dei minori, quando la Convenzione sui diritti dell’infanzia prevede che “in ogni legge, provvedimento o iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino o adolescente deve avere la priorità”.

E ancora di genitorialità ha parlato Francesca Barra, che ha raccolto la storia di un bambino egiziano, cristiano copto scappato senza i genitori dalla violenza nel suo paese e arrivato in Italia vivo per miracolo. Un bambino che ha lasciato la scuola per proteggere i suoi genitori passando dall’inferno anche all’arrivo in Italia ma che in Sicilia è riuscito a trovare una famiglia e una scuola in cui ora è tra gli studenti più brillanti e circondato dall’affetto degli amici. Una delle migliaia di storie che si dovrebbero conoscere per smettere di aver paura dell’altro.

E proprio sull’Egitto Maria Gianniti e Maurizio Fermeglia, rettore dell’Università degli studi di Trieste, hanno portato la loro testimonianza diretta sulla storia recente del paese, fino ad arrivare al caso Regeni. Testimonianze preziose sul paese in cui Giulio svolgeva le sue ricerche e su un mondo – quello dei sindacati e in particolare quello dei venditori ambulanti – che in alcune occasioni è stato definito marginale. E che invece di così poco conto non è e non è stato, se si ricorda che nei paesi in rivolta nel 2011 i giovani non chiedevano solo libertà e democrazia, ma anche pane, e quindi lavoro, proprio come avviene ancora in questi giorni nelle strade del Cairo. E poi ci sono la ricerca, la necessità di capire e la verità; quella di cui sono in cerca la famiglia Regeni, l’Italia e un’opinione pubblica non solo italiana; c’è il bisogno di verità così strettamente legato alla stessa molla che spinge chi va a fare ricerca sul campo a partire per illuminare mondi che di ricerca, di verità e di luce su ciò che accade hanno bisogno per riconciliarsi con sé stessi. E su questo ha insistito il rettore Fermeglia: non può esserci riconciliazione senza verità. E quindi senza ricerca.

Anche queste sono le sfide del buon giornalismo.

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