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Sono 7mila i prigionieri politici palestinesi

 

Israele ha utilizzato sistematicamente la “politica” degli arresti di massa e dell’imprigionamento della popolazione palestinese fin dalla sua costituzione nel 1948, continuandola dopo il ’67 con la colonizzazione e l’occupazione di Cisgiordania e Gaza per reprimere e rompere la resistenza della popolazione indigena palestinese. Tale politica ha avuto un ruolo centrale nel tentativo di “criminalizzare” qualsiasi resistenza e di distruggere la società palestinese per minarne alle fondamenta la capacità di costruire una società coesa e normale, necessaria per raggiungere la sovranità e l’autodeterminazione.

Dal 1967, tutta l’area, sottostà alla legge militare, che, attraverso ben 1.700 ordini militari regola e permea ogni aspetto della vita palestinese nei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Da tale data i palestinesi accusati di reati in base alla legge militare israeliana e giudicati nei tribunali militari, sono stati più di 800.000, cioè il 20% del numero totale di palestinesi che abitano nei TPO, ovvero il 40% della popolazione maschile totale.

Con le rivolte popolari iniziate nell’ottobre 2015 si è avuta una sempre maggiore intensificazione degli arresti e incarcerazioni secondo modalità che violano sistematicamente il diritto umanitario, anche attraverso torture fisiche e psicologiche. Molti sono i palestinesi, giovani e minori, uomini e donne, uccisi negli ultimi sei mesi, nel corso di manifestazioni e in seguito ad attacchi individuali, veri o presunti, tanto che varie organizzazioni, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno accusato le forze israeliane di uccisioni extragiudiziali.

Al primo marzo 2016 i prigionieri nelle carceri israeliane erano 7.000, tra i quali: 700 prigionieri in detenzione amministrativa – illegale perché senza accusa e senza processo, 440 minori (di cui 98 sotto i 16 anni), 68 donne, 458 prigionieri condannati a vita. Vi sono anche 343 prigionieri dalla Striscia di Gaza: particolarmente miserevole ed odiosa, è la pratica di arrestare i palestinesi di Gaza, al valico di Erez, in genere quando rientrano, dopo aver ottenuto un permesso di cura in Israele.

Dal momento dell’arresto, durante la detenzione, nei trasferimenti, di fronte al Tribunale militare, sono costantemente violate le norme che regolano i procedimenti giudiziari e che tutelano la salute, la dignità della persona e la sua integrità fisica e psichica.

Finora, alle dichiarazioni e risoluzioni dell’ONU, del parlamento europeo e di altre sue strutture non sono seguite azioni e scelte conseguenti. Mai su Israele sono state fatte pressioni reali o applicate sanzioni che la costringessero ad adeguarsi al diritto internazionale. Finché la Comunità Internazionale non sarà coerente nel perseguire l’applicazione dei suoi stessi principi e delle norme che si è data nel tempo, Israele sarà legittimato a commettere crimini sempre più gravi e sempre più estesi.

*Rete Romana di solidarietà con il Popolo Palestinese

Per saperne di più vedi Dossier: La condizione dei prigionieri politici palestinesi

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