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Le ragazzine (sono migliaia) rapite da Boko Haram, una tragedia ignorata

 

E’ un rapporto curato da “International Alert” e dall’Unicef, si chiama “Sangue malvagio”. Descrive, e denuncia, una barbarie su cui non si presta attenzione; comunque non l’attenzione che si dovrebbe e che si potrebbe. Questa barbarie si chiama Boko Haram, il movimento fondamentalista islamico che da anni terrorizza e insanguina la Nigeria. Boko Haram (più propriamente: “Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad”, che sta per “persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per il jihad”) è tra i più sanguinari gruppi terroristici africani.

Le sue prime “azioni” risalgono ormai a sedici anni fa; la costituzione formale è del 2002, quando a Maiduguri, capitale dello Stato federale di Borno, Mohammed Yusuf dà vita alla formazione terroristica. Da allora è un crescendo di azioni attentati e violenze. Il culmine nell’aprile del 2011, in occasione delle prime elezioni “libere ed eque” (così dicono analisti e osservatori internazionali) nella storia recente della Nigeria. Viene eletto presidente cristiano Jonathan Goodluck; e subito si registra una eccezionale ondata di violenza; per la comunità cristiana il bilancio è impressionante: in appena 48 ore nei dodici stati della federazione nigeriana dove è imposta la sharia vengono bruciate 764 chiese, uccise oltre duecento persone, devastate migliaia di imprese, scuole, negozi, abitazioni. Da allora una lunghissima catena di attentati, rapimenti, omicidi sempre più atroci. I terroristi di Boko Haram scatenano una jihad che non fa distinzioni tra uomini, donne e bambini, e prende di mira soprattutto cristiani e stranieri.

In questo contesto, il rapporto di “International Alert” e dell’UNICEF. Riguarda le ragazze rapite, schiavizzate e costrette a patire ogni tipo di violenza da parte dei terroristi di Boko Haram. Le poche che sopravvivono e riescono a fuggire, dopo aver subito il trauma del sequestro, subiscoo una nuova, atroce, demonizzazione da parte delle loro stesse comunità, che le emarginano e rifiutano. Sono considerate pericolose, guardate con diffidenza e sospetto. I bambini nati dagli stupri subiti sono ritenuti “contaminati” dal “cattivo sangue” dei loro padri biologici.

Nei campi profughi le donne vengono discriminate; le chiamano “Mogli di Boko Haram”, “Donne di Sambisa” (la foresta-roccaforte dei jihadisti), “Sangue di Boko Haram”, “Annoba” (“peste”). I loro figli vengono chiamati “iene in mezzo ai cani innocenti”, il loro sangue “malvagio” in quanto trasmesso dai loro padri.

Sono migliaia le donne rapite da Boko Haram; e migliaia vivono questa drammatica situazione. Un paio d’anni fa fece scalpore il sequestro di duecento ragazzine prelevate a forza dalla scuola di Chibok nello stato di Borno. Il mondo allora mostrò di commuoversi per la loro sorte. Una commozione di breve durata, il tempo di un’hastag, un twitter, un sms. Qualcuna di quelle ragazzine è riuscita a fuggire e ora vive la situazione denunciata da “International Alert” e dall’UNICEF. Molte altre sono ancora tenute prigioniere, e nulla si sa della loro sorte; soprattutto nulla, a quanto pare, si vuole sapere.

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