Sei qui:  / Interviste / “La crossmedialità, una evoluzione progressiva di cui il giornalista deve essere protagonista”. Intervista a Antonio Di Bella

“La crossmedialità, una evoluzione progressiva di cui il giornalista deve essere protagonista”. Intervista a Antonio Di Bella

 

Antonio Di Bella, quasi 40 anni di professione pur non avendone ancora 60, ha percorso tutti i sentieri del giornalismo Rai, da cronista nella redazione locale di Milano, a corrispondente dagli USA, da direttore del TG3 a direttore della rete 3, da corrispondente da Parigi alla direzione di Rainews, dove si insedia il 25 febbraio. E’ il direttore ideale per cominciare la nostra nuova rubrica, dedicata a conversazioni con grandi protagonisti del nostro mestiere sugli scenari dei media che abbiamo davanti a metà del secondo decennio degli anni 2000.

Tu hai potuto seguire da diversi osservatori internazionali e in particolare dagli USA la nascita del web e progressivamente la rivoluzione che ha determinato nella comunicazione: i media hanno capito subito cosa stava accadendo?
Come sempre quando irrompe sulla scena un fenomeno nuovo ci si divide fra due fazioni: chi sottovaluta e minimizza l’impatto di nuovi media (come l ‘informazione sul web) e chi al contrario ha un approccio, diciamo cosi’, “apocalittico”, pronosticando la scomparsa repentina dei “vecchi” media a favore dei nuovi. Nessuna delle due parti ovviamente ha ragione: ricordi la vecchia canzone “video killed the radio star”: quante volte abbiamo sentito il funerale per la radio! E invece il mercato pubblicitario che resiste meglio oggi e’ quello radiofonico. Spesso i media convivono fra loro, si integrano, magari si adattano modificandosi.

Oggi, dopo 20 anni, pensi che i media a livello mondiale stiano portando avanti la strategia giusta per integrare vecchi e nuovi media?
In questi processi non credo esistano grandi movimenti razionali e coordinati, ma “strappi” e aggiustamenti progressivi. Certo per chi come me e’ vissuto negli Stati Uniti degli anni 80 e 90 dove si celebrava il rito serale delle “nightly news” generaliste, il cambiamento è epocale. Allora Dan  Rather (Cbs), Tom Brokaw (Nbc) e Peter Jennings (Abc, il mio preferito) erano sacerdoti che celebravano una messa cantata e tutto girava intorno a loro nel campo dell’informazione. Oggi i tg generalisti sono residuali anche se esistono ancora. E’ cambiato il modo di fruire l’informazione, non si attende piu’ la sera per informarsi, e’ arrivata la CNN, insomma tutto e’ cambiato in maniera progressiva modificando giorno per giorno tutti i protagonisti dell’informazione dalle radio, alle agenzie di stampa.
E proprio in questi giorni il quotidiano inglese “The independent” ha annunciato la sospensione della sua edizione cartacea per passare totalmente al web. Non sara’ un caso isolato. Il cartaceo, nei quotidiani, cala giorno dopo giorno, si vende sempre meno. “Corriere della sera” e “Repubblica” stanno rivoluzionando la propria organizzazione del lavoro proprio per offrire un prodotto di qualità 24 ore al giorno. Il giornalista che lavorava tutto il giorno per produrre un pezzo per l’indomani e’ ormai un ricordo del passato.  Penso alla buona, dura scuola delle sedi regionali Rai: li’ si impara da subito, da anni, qual è il dovere del giornalista di domani: l’avvenimento che segui devi raccontarlo per radio e tv in molte edizioni consecutive e diverse fra loro. E la stessa cosa si puo’ dire per i corrispondenti Rai, un tempo figure mitologiche, oggi superproduttori di contenuti diversificati 24 ore su 24. Da questo punto di vista la Rai e’ un modello di informazione che sta cercando con coraggio, non senza fatica, di adeguarsi ai tempi. Almeno questo e’ il senso del progetto di Carlo Verdelli con il quale mi ha convinto ad accettare una sfida importante e ambiziosa come quella di Rainews 24.

La comunicazione istituzionale negli altri paesi è ormai basata esclusivamente sul web?
I tweet di Obama o di Hollande rappresentano una rivoluzione. Certo il tentativo del potere e’ quello di comunicare in fretta, in maniera sintetica, senza dare molta possibilità di replica o di elaborazione al giornalista. Ma ci sono anche molti casi di errori o gaffes via twitter e comunque la comunicazione complessiva di un governo o di un presidente e’ cosa molto più complessa e articolata che qualche battuta sul web.

Ma basare tutto solo sul messaggio social, quasi sempre via smartphone, anche da parte delle istituzioni non è riduttivo? E come possono difendersi i giornalisti per fare il loro lavoro seguendo, come un tempo ma con mezzi e metodi diversi, le fonti autentiche e la verifica delle stesse fonti?
Il tweet risponde a esigenze di immediatezza, ma i messaggi piu forti devono arrivare in altro modo con la presenza del leader, con messaggi forti per contenuti e forme di espressione. Gli spazi per i giornalisti ci sono ancora eccome.  E’ un luogo comune che il “vero” giornalista sia solo quello che vede di persona l’avvenimento che deve riferire. Questo avveniva forse solo ai tempi di Barzini e della Milano-Pechino. Oggi siamo bombardati da tantissime fonti di informazione ma proprio perche’ sono tante bisogna saperle decifrare  e capire quali sono attendibili e quali no. Qui conta la formazione e l’esperienza del giornalista che puo’ aiutare il lettore o l’ascoltatore a comprendere una realta’ sempre piu complessa e frammentata.

Il talk show sembra in declino in tutte le televisioni del mondo, è una conseguenza dello sviluppo dei nuovi media o sta esaurendo come altri generi il suo ciclo di vita?
Parlare di morte del talk show è esagerato. Io parlerei forse di inflazione per quanto riguarda l’Italia. Ricordo che quando Paolo Ruffini invento’ “Ballaro’” era l’unico talk show di prima serata. Adesso c’e’ un’offerta esagerata e spesso questo da’ l’impressione di un “deja vu” ripetuto in maniera ossessiva. Ma il confronto serrato su un tema caldo esiste in tutte le tv del mondo e continuera’ ad esistere, a mio parere.

Secondo te in questo nuovo assetto tutto crossmediale c’è ancora spazio per il giornalismo investigativo e di inchiesta e che caratteristiche deve avere?
Si, anche le inchieste sono destinate a restare un elemento centrale dell’informazione. In Francia una delle imprese editoriali di maggior successo e’ Mediapart un sito di informazione fondato da un ex giornalista di Le Monde Edwy Plenel. Ogni numero uno scoop esclusivo. Appena arrivato in Francia ho assistito a una lotta senza esclusione di colpi fra il ministro delle finanze Cahuzac e Plenel che lo accusava di avere fondi segreti all’estero. Alla fine ha vinto Plenel , Cahuzac ha dovuto dimettersi ed ora e’ sotto processo. Di fronte al fatto che le notizie ci arrivano ormai gratis da mille fonti diverse il prodotto giornalistico a pagamento è il primo che deve essere in grado di offrire qualcosa di piu’: una inchiesta, un approfondimento, un reportage.

Ma allora, se questo è il quadro complessivo che si sta delineando, che ruolo e che missione dovranno e potranno avere i servizi pubblici radiotelevisivi in Europa?
Proprio perche’ ho vissuto a lungo negli Stati Uniti credo che in Europa abbia senso e futuro un servizio pubblico televisivo. Non a caso esiste, in forme diverse, in tutti i paesi europei. Il senso e’ garantire, accanto alla sacrosanta liberta’ di impresa in campo informativo, l’esistenza di uno spazio pubblico L’informazione e’ merce delicata, specie in un momento di crisi di legittimità dei vari poteri, politico ed economico innanzitutto. Un giornale o una emittente privata spesso svolgono un ruolo pubblico e sono attenti ai valori comuni. Ma hanno anche il diritto di fare una campagna informativa che tenga conto degli interessi del loro editore o mettere l’audience come obiettivo fondamentale ed esaustivo. Nel mondo informativo di domani deve esserci spazio solo per queste battaglie? O non deve esserci anche uno spazio protetto e sottratto a questa logica,dove i principi ispiratori siano l’interesse pubblico, i valori di cittadinanza, i diritti individuali e sociali, i valori europei? In questo settore così delicato per la nostra convivenza  non esistono ricette semplici e verità universali ma l’esempio di molti servizi pubblici europei va in questo senso e questo credo debba valere anche per il sistema italiano.

Come pensi di integrare le news a flusso continuo in Tv e sul web? Finora da noi c’è la tendenza a portare sui siti, con qualche aggiustamento, il prodotto televisivo, cosa si può fare di più e di meglio?
Mi scuserai se su questa domanda mantengo una certa riservatezza: non mi piace dare pagelle ai colleghi e soprattutto non mi piace fare annunci rispetto a un lavoro che sto per cominciare. Credo che nessun prodotto giornalistico prescinda dalla redazione che lo realizza. Quindi prima di dire anche una sola parola sui miei progetti devo calarmi nella mia nuova realtà redazionale di Rainews. Colleghi bravissimi che ho imparato ad apprezzare collaborando con loro dall’estero. Ma bisogna parlare con tutti, stare al loro fianco in redazione, capire meglio difficolta’ e opportunita’ prima di proporre ricette o sbandierare proclami. Come dice il nostro comune maestro Roberto Morrione “bisogna essere francescani della notizia”.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE