La fotografia della professione giornalistica in Italia nel Rapporto LSDI presentato a Roma – La ricerca da scaricare

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Martedì 12 gennaio 2016, presso la sede FNSI a Roma Lsdi – Libertà di Stampa Diritto all’Informazione ha presentato il nuovo rapporto sulla professione giornalistica in Italia giunto alla sesta edizione.

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Le precedenti edizioni dal 2011 al 2013 del Rapporto LSDI

Ecco l’introduzione della ricerca

Il processo di progressiva contrazione del lavoro dipendente e la parallela crescita del peso del lavoro autonomo continuano ad essere i tratti salienti dell’ evoluzione della professione giornalistica in Italia, come mostrano i dati relativi al 2014 dell’ Inpgi e degli altri istituti di categoria.

Il 2014 è stato un altro anno di profondo malessere, un anno che ha visto acutizzarsi la crisi della professione e dei suoi organismi e indebolirsi ulteriormente il ruolo di polarizzazione dei media tradizionali nel campo del lavoro subordinato.

I rapporti di lavoro in quotidiani, periodici e Rai, che nel 2000 rappresentavano il 76% del lavoro giornalistico dipendente (11.767 rapporti di lavoro su 15.476 complessivi), nel 2014 sono calati infatti al 59,5% (11.253 rapporti su 18.917). Mentre enti pubblici e privati e la pubblica amministrazione, che 15 anni fa contavano l’ 8,1% dei rapporti di lavoro subordinato, hanno raddoppiato il loro peso e rappresentano ora il 16,7% dei rapporti di lavoro.

Complessivamente i giornalisti attivi ‘’effettivi’’ nel 2014 erano 50.488 (32.631 autonomi ‘’puri’’ [iscritti solo all’ Inpgi2] e 17.857 dipendenti, di cui 7.903 iscritti anche all’ Inpgi2*), su 105.634 iscritti all’ Ordine dei giornalisti (esclusi stranieri ed elenco speciale), pari al 47,8%: una percentuale lievemente superiore al 47,1% registrato alla fine del 2013.

*Gli iscritti all’ Inpgi2 erano quindi complessivamente 40.534. Nel 2000 gli attivi ‘’effettivi’’ erano 21.373 (il 31,3% dei 68.253 iscritti all’ Ordine – esclusi stranieri ed elenco speciale -). Il numero degli attivi, in quindici anni, è cresciuto del 136%, mentre il numero degli iscritti all’ Ordine, nello stesso periodo, è salito del 54,8%.

L’ andamento dei nuovi iscritti (Inpgi1 e Inpgi2) mostra però un progressivo declino: dai 3.247 nuovi iscritti del 2000 si è passati ai 2.305 nuovi iscritti del 2014, con un decremento del 29%. In particolare, dal 2008 in poi i nuovi iscritti all’ Inpgi1 si sono più che dimezzati, passando da 1.379 a 604 (meno 56,2%), e quelli all’ Inpgi2 sono calati solo del 4,7%.

Nel 2014 il lavoro autonomo rappresentava dunque il 64,6% di tutti gli attivi, contro il 62,6% dell’ anno precedente (era il 59,5% del 2012, il 57,4% nel 2011 e il 55,7% nel 2010). Dai 4.788 iscritti del 1997 siamo passati alle 40.534 posizioni all’ Inpgi2 del 2014, con un incremento del 747%. Pur essendo sempre più diffuso però, questo segmento dell’ industria giornalistica presenta sempre una evidente fragilità, visto che sul piano della retribuzione produceva zero redditi per oltre quattro giornalisti autonomi su dieci (16.830 su 40.534, il 41,5% degli iscritti all’ Inpgi2).

Mentre fra i 23.704 giornalisti con un reddito sopra lo zero, sette su 10 dichiaravano introiti inferiori o pari a 10.000 euro annui e, complessivamente, si registrava un ulteriore – anche se lieve – calo della retribuzione media, scesa da 10.941 a 10.935 euro lordi annui. I redditi medi da lavoro autonomo nel 2014 restavano al 17,9% di quelli del lavoro dipendente, 5,6 volte inferiori (6,9 volte per i co.co.co e 4,7 volte per i liberi professionisti.

I 4.888 subordinati con entrate sopra gli 80.000 euro annui hanno ricavato 2,3 volte di più dei 23.704 autonomi con reddito superiore a zero messi insieme. Circa 603 milioni di euro, contro 260 milioni. Complessivamente il monte salari degli iscritti all’ Inpgi1 (17.575 posizioni) era di quasi un miliardo e 76 milioni di euro, contro i 260 milioni degli autonomi (23.704) con reddito superiore a zero.

Nel campo del lavoro dipendente, anche se, paradossalmente, i giornalisti iscritti all’ Inpgi1 continuano a crescere (+0,7%), quello che pesa concretamente è la diminuzione – a velocità sempre più preoccupante – dei rapporti di lavoro, con un meno 4,7% (era stato -4,1% nel 2013 rispetto al 2012), e quella (meno 3,7%) delle posizioni attive, cioè dei giornalisti attivi (che possono avere più rapporti di lavoro).

Le posizioni contributive salgono infatti da 27.710 nel 2013 a 27.891. Ma i rapporti di lavoro scendono da 19.840 a 18.917 (un livello analogo a quello del 2003, quando erano 18.465) e le posizioni attive calano da 18.547 a 17.857.

L’ andamento è ancora più negativo se si considera la situazione al 31 dicembre 2014, quando i rapporti di lavoro rilevati dall’ Istituto erano 15.891, con una diminuzione di ben 1.043 unità rispetto a quelli registrati nella stessa giornata del 2013 (16.934).

“Si tratta di un dato molto severo che – ha spiegato il presidente dell’ Inpgi Andrea Camporese nella sua relazione al Bilancio consuntivo 2014 – trascina una ulteriore diminuzione contributiva e dimostra che la fase recessiva del settore non può dirsi affatto conclusa. Certamente – ha aggiunto – una parte della passività deriva da processi di crisi incardinati negli anni precedenti, ma pensare che l’ inversione del ciclo economico, di cui si intravedono i primi effetti, possa rappresentare la cura di tutti i mali sarebbe miope’’.

Unico dato positivo, secondo Camporese, è rappresentato dalle 250 nuove assunzioni registrate nel corso del 2014 sulla base degli sgravi contributivi disposti quattro anni fa dall’ Istituto, che complessivamente (2011-2014) hanno portato comunque all’ assunzione di 574 giornalisti: ma si tratta solo di un quarto rispetto al numero dei posti di lavoro persi complessivamente nel quadriennio, pari a 2.352 unità (da 21.269 del 2010 a 18.917 del 2014, e cioè il meno 11,1%).

Il trend fortemente negativo è confermato anche da un ulteriore calo delle entrate contributive, scese dell’ 1,6% rispetto al 2013 (quando però erano calate del 4,3% rispetto all’ anno precedente).

Continua così a scendere il rapporto tra gli iscritti attivi ed i pensionati che passa dal 2,33 del 2013 al 2,17 del 2014, mentre il rapporto tra uscite per pensioni Ivs (Invalidità, vecchiaia e superstiti) ed entrate per contributi Ivs correnti passa dal 123,68 del 2013 al 130,04 del 2014: per ogni euro che entra, insomma, ne escono 1,3.

‘’Il 2014 è stato il sesto anno consecutivo di crisi’’, ammette Camporese, aggiungendo che ‘’i fondamentali non funzionano più’’.

La crisi è confermata poi anche dal forte aumento della spesa dell’ Inpgi per ammortizzatori sociali, che è aumentata dell’ 8% rispetto al 2013 (ma l’ aumento era stato del 44,6% fra 2012 e 2013).

A fronte della diminuzione di spesa per i trattamenti di disoccupazione (che scende da 17,1 a 16,9 milioni, rispetto al 2013), si registra un forte aumento della spesa per i contratti di solidarietà (che sale da 11,9 a 14,8 milioni, rispetto al 2013).

Il panorama viene aggravato anche dall’ andamento della Casagit (la Cassa sanitaria integrativa) che vede i soci contrattualizzati calare in maniera sempre più drammatica.

‘’Un calo continuo che – spiegava Daniele Cerrato nella sua relazione al Bilancio 2014 della Cassa -, se negli anni passati aveva mostrato una qualche coerenza numerica nel passaggio tra attivi e pensionati, quest’anno evidenzia il distacco completo di due mondi, due popolazioni, pur appartenenti alla stessa categoria, che hanno percorsi e prospettive opposte.

Oggi la stragrande maggioranza di chi esce dalla vita lavorativa non si collega alla pensione. Nel 2014 i pensionati iscritti alla Casagit sono aumentati, complessivamente, di sole 86 unità; perdiamo invece 700 contrattualizzati ( di cui 500 professionisti) rispetto al 2013’’. E il rapporto pensionati/soci è passato dal 23,8% del 2009 al 31,1% del 2014.

La crisi si avverte in maniera molto marcata anche sul versante delle imprese. ‘’La mancanza di liquidità delle aziende editoriali ha messo in moto un meccanismo che ci costringe a continue azioni legali – osservava Cerrato -: dal sollecito – ormai così tempestivo da permetterci di aggredire un debito nei nostri confronti fin dal suo esordio, anche di poche migliaia di euro – alle ingiunzioni successive, fino alla richiesta di fallimento dell’editore. Una lotta che si svolge al di sopra delle teste di colleghe e colleghi’’.

L’ unica possibilità per uscirne, secondo Cerrato, è ‘’abbassare il ponte levatoio, far entrare altre popolazioni e aumentare la nostra massa critica’’.

Un contributo importante in questa direzione, secondo Raffaele Lorusso, neosegretario generale della Fnsi, può venire dal nuovo contratto di lavoro. ‘’Un contratto che – dice Lorusso- deve puntare sulla ripresa dell’ occupazione, costruendo percorsi di inclusione dei troppi giornalisti precari che vengono quotidianamente sfruttati e ampliando il ventaglio di tutele, garanzie e welfare per gli autonomi. Soltanto la ripresa del mercato del lavoro può assicurare un futuro ai giornalisti italiani, tutelando i diritti acquisiti e la sopravvivenza degli enti della categoria”.

“E’ bene capire che senza nuova occupazione e l’ allargamento della base occupazionale – ha spiegato Lorusso intervenendo al Congresso dell’ Associazione stampa di Puglia – siamo condannati all’ estinzione. Occorre dunque ridurre le diseguaglianze e ampliare il perimetro del contratto. E’ al mondo dei Cococo che dobbiamo guardare, individuando percorsi di inclusione contrattuale con l’accesso al welfare di Inpgi 1 e Casagit”. ‘’Non c’ è futuro senza un nuovo e pieno patto generazionale, che rimetta al centro la ripresa dell’ occupazione”. Per Lorusso bisogna “puntare a prodotti di qualità declinati da professionisti ben remunerati e non sotto ricatto. Per far questo dovremo declinare la prestazione lavorativa su più piattaforme: le novità non vanno rifiutate a priori e non siamo favorevoli a battaglie di retroguardia”.

Da lsdi


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