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Al via la campagna “He for she”. In Italia protagoniste le istituzioni

 

‘He for she’ -insieme verso la parità di genere- continua a volare. Di continente in continente. Sospesa sulle ali del pensiero più evoluto e delle idee di donne ed uomini che, nelle nazioni cosiddette avanzate, condividono vite frenetiche ed impegni di cambiamento.

La campagna, promossa lo scorso anno da UnWoman per sostenere e sensibilizzare all’uguaglianza di genere, è riuscita a giungere molto in alto, fino a contare oltre 560 mila fra capi di stato e di governo come Barack Obama e Shinzo Abe, Ad di multinazionali, rettori universitari, tutti calamitati dall’appello lanciato a fine 2014 dalle Nazioni Unite e rivolto proprio a loro, gli uomini, perché collaborino  nell’impresa di infrangere quello schermo innaturale, meglio noto come tetto di cristallo, che impedisce alle donne di ‘volare’.

E se la sua propagazione virale ha da subito raggiunto livelli inusitati di diffusione grazie alle parole sorprendenti pronunciate di fronte all’attonita Assemblea Onu da una testimonial altrettanto sorprendete, la giovane attrice americana Emma Watson, la campagna He for She incede ora senza sosta solo grazie alla spinta cocciuta di chi prende in mano la ‘staffetta’ egualitaria, marciando contro le rigide barriere e le resistenze opposte dal muro di pregiudizi culturali sedimentati che frenano, quando non impediscono, un benessere più diffuso, una società più giusta ed eguale, la piena e pari dignità di donne ed uomini nella vita e nel lavoro.

Pregiudizi persistenti anche in Italia. Dove ad impugnare questa bandiera di civiltà sono le stesse istituzioni. Ed in particolare la vicepresidente del Senato, convinta che “l’eguaglianza di genere è una questione di diritti umani, e in quanto tale riguarda tutte e tutti”. Radunate le associazioni delle donne ed i sempre più numerosi gruppi maschili schierati contro il divario di genere, Valeria Fedeli rilancia l’iniziativa He for She promettendo una campagna “diffusa, continua e costante sul territorio” e con l’impegno a “farla vivere ovunque ed ogni giorno”. A partire dai luoghi di lavoro dove arriverà grazie al coinvolgimento delle imprese che Fedeli ha coinvolto nel progetto. Ed infatti, sulla scena della parità si affacciano quest’anno diverse aziende interessate a sostenere anche economicamente l’obiettivo di uno sviluppo più equilibrato fra i diversi individui, e, in attesa di quella ripresa economica che tarda ad arrivare, a traguardare questo messaggio nei posti di lavoro dove troppo spesso si consumano le discriminazioni a danno delle donne.

È cosi che parte, con la sponsorizzazione di Carrefour, Ferrovie dello Stato, Atlas Consulting, Federmeccanica, Deutsche Bank, Legacoop, Stati Generali dell’innovazione, Sodexo, Vodafone, L’Oreal Italia, Telecom Italia, Facebook, Enel, Barclay’s Italia, Pubblicità Progresso, la campagna ‘made in Italy’ di He for She avvalendosi della collaborazione di Rai Sport. Il suo direttore Carlo Paris, intervenuto nella sala Zuccari del Senato al lancio della campagna, non fa infatti mistero dello lunga strada che anche il mondo dello sport deve compiere per essere più women friendly.

Anche perché tutti sanno, e gli uomini che parlano dal podio ne paiono convinti, che l’abbandono delle discriminazioni, del modello a trazione machista, della subcultura della disparità accresce la salute collettiva dell’intera comunità, la sua economia, la sua cultura, il suo equilibrio. In una parola, la sua felicità!

Cambiare la cultura, si sa, è opera improba ma, dai e dai, magari con l’effrazione, salta qualche cardine arrugginito. Iniziando proprio da dove i pregiudizi vengono, spesso non per scelta, istillati: la scuola. Ecco quindi giungere all’uditorio il sostegno del Miur (ministero istruzione università ricerca) presente con la sottosegretaria Angela D’Onghia, e l’impegno ad attuare la legge 107 del 2013 per l’educazione alla parità.

Ed ecco le parole semplici e chiare di un atleta coi fiocchi e due volte campione mondiale di nuoto, Filippo Magnini, che in questa campagna vuole” metterci la faccia”, fidandosi di poter sensibilizzare il mondo dello sport ad essere ‘He for She’.

Oh, yes, He for She! Tre brevi paroline “già pronunciate da centinaia di migliaia di uomini nel resto del mondo” rivendica orgogliosa Simone Ovart di UnWomen la cui impresa è stata fin qui far riconoscere a tanti uomini che “l’eguaglianza delle donne è un diritto umano fondamentale che avvantaggia tutti”.

Ma si sa, l’educazione o la rieducazione hanno tempi lunghi. Meglio attrezzarsi anche con qualche spot che ‘scuota’ le coscienze degli adulti. Pubblicità progresso ne ha lanciati due, proiettati entrambi durante l’incontro. Con l’espediente della telecamera nascosta essi mettono a nudo una realtà fatta di stereotipi, di volgarità offensive e vigliacche, sempre dirette a modelli di donne che non esistono più.

Il Presidente del Senato, Pietro Grasso, è stato la prima personalità a prendere la parola nella storica ed affollata sala senatoriale. Ci piace però parlarne a chiusura di questo articolo perchè non era mai capitato che una così alta carica istituzionale, incarnata da un uomo, usasse parole cosi nette, definitive: “Lo studio “Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere” presentato dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Istat ci consegna il ritratto di una nazione dove gli stereotipi sessisti sono tuttora duri a morire” denuncia subito la seconda carica dello Stato che, con riprovazione, descrive nel dettaglio: “Ci dice, infatti, che, nonostante per il 40 p.c. dei cittadini, le donne subiscano evidenti discriminazioni di genere, un italiano su due valuta che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende di casa”. E quel che è peggio: “la metà della popolazione trova giusto che in tempo di crisi i datori di lavoro diano la precedenza ai maschi. In ambito lavorativo -sottolinea Grasso- le donne sono più svantaggiate nel trovare una professione adeguata al titolo di studio, nel guadagnare quanto i colleghi maschi, nel fare carriera e conservare il posto di lavoro. Infatti -rimarca ancora con l’evidenza dei dati- il 44,1 p.c. delle donne contro il 19,9 p.c. degli uomini ammette di aver rinunciato ad opportunità per essersi dovute occupare della famiglia e dei figli”.

Un quadro davvero grave che ci fa dire, insieme a Grasso: “Ben venga perciò ogni azione tesa a ridurre il divario di genere. Purtroppo ce n’è ancora estremo bisogno. Anche nelle società più evolute”.

 

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