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Radio Popolare si salverà dalla glaciazione

 

Per via della società liquida, ogni previsione sui prossimi 40 anni di Radio Popolare è priva di senso. Possiamo sapere con certezza solo una cosa: la Radio si salverà dalla glaciazione. In fondo è una prerogativa di tutti quelli che vedono il mondo in anticipo. Con lei non si perderà il suo patrimonio più prezioso: l’indipendenza, che non sta negli intenti, nelle parole, ma nei numeri. Finché c’è gente -e in Lombardia sono quasi ventimila- disponibile a pagare di tasca propria perché non abbia un padrone, la Radio sarà libera, ma libera veramente. Dopo, no: è la via algebrica al pluralismo.

Non ci lavoro più da cinque anni ormai, a Radio Popolare, ma mi manca tantissimo anche se in Rai – il rapporto è da sempre osmotico – posso applicare lo stesso approccio giornalistico. Perché la Radio insegna un rispetto profondo, di puro pubblico servizio, verso i propri ascoltatori. Insomma, non ha paura di confrontarsi con la, le comunità. Di farci i conti. Di crescere insieme.

Ecco una stima precisa delle categorie di ascoltatori della Radio a cui sono più affezionato e che sono destinate a rimanere inscalfibili nel tempo e nello spazio:

– quelli sempre più a sinistra di te
– quelli che “non parlate mai dei vegani”
– quelli che si commuovono se passi “Vincenzina e la Fabbrica”
– quelli che si indignano
– quelli che “Pisapia l’abbiamo inventato noi”
– quelli che chiamano dopo Sidecar per sapere che cosa danno al Cinema Anteo
– quelli che al “Microfono Aperto”, il dibattito con gli ascoltatori, non chiamano per timidezza
– quelli che hanno confuso il “Microfono Aperto” con l’assemblea di condominio
– quelli che aspettano che tornino Cirri e Ferrentino, Scaramucci e Longo, la Gialappa’s Band e Gad Lerner per farsi un selfie tutti assieme
– quelle che di abbonamenti ne fanno due – ma uno di nascosto – perché il marito è tanto compagno, ma anche assai tirchio.

E poi bisogna dire che ci sono quelle di Radio Popolare. Che la radio la fanno e la guidano. Ne cito alcune. Silvana Macchi, che adesso è in pensione ma che per una vita ha diretto il nostro traffico in entrata e uscita, dalla sua bella scrivania con sfondo rigorosamente nerazzurro. Cristina Selva, che oggi presiede la Cooperativa. Catiù Giarlanzani, che amministra. Mica male, una dirigenza cosi, affiancata da tutte le decine di colleghe che hanno reso la Radio un posto migliore.
Insomma adesso che compi gli anni voglio dirtelo ancora: grazie, Radiopop. Per avermi dato un microfono, per avermi cambiato la vita, per gli amici e tanto altro, così tanta roba che servirebbe una seduta di autoanalisi.

Passano gli anni e resti sempre bellissima. Come la frase che mi disse un vecchio saggio quando entrai ad RP la prima volta, quindici anni fa, praticamente in braghe corte: “per il tempo che rimarrai, non dimenticarti che sei a Radio Popolare. ‘Popolare’ vuol dire che devi ascoltare, stare dalla parte della gente, degli ultimi, e che non te la devi tirare”. A non aver paura degli aghi, me la sarei tatuata.

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