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“Lea”, il coraggio di dire no

 

«Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Non smetterò mai di ringraziarti. Ciao, Lea». A parlare è Denise, figlia di Lea Garofalo, a poche ore dal funerale della madre, testimone di giustizia ammazzata dalla ‘ndrangheta nel 2009. Il suo corpo venne trovato carbonizzato nelle campagne brianzole, a pochi chilometri da Monza, solo nel 2012. Quella di Lea non è una storia come tante. È la storia del coraggio di dire no, è la storia della possibilità di riscatto.

«Io sono Lea Garofalo, sono soltanto Lea Garofalo. Io non sono di nessuna famiglia e di nessun marito». Marco Tullio Giordana porta sul piccolo schermo la storia di Lea, la sua ribellione e la sua sete di riscatto e lo fa con la delicatezza che la vicenda di Lea esige e la potenza che quella storia sprigiona. Raccontare di Lea significa raccontare della forza di una donna che tenta di liberarsi dalle catene della cultura in cui nasce, che si ribella con lucidità e intelligenza a un sistema che la schiaccia, consapevole che quella scelta porterà con sé le conseguenze più terribili. Lea sceglie la speranza. Per sé e per la bambina che nasce dal matrimonio con l’uomo che la ucciderà senza pietà. Nata da una famiglia ‘ndranghetista, sposata con uno ‘ndranghetista, Lea Garofalo non si riconosce nei meccanismi propri di quella cultura, li rifiuta e li denuncia. Non sarà una collaboratrice di giustizia, ma una testimone, perché non si sceglie la famiglia in cui si nasce, ma il futuro, quello sì. Lea da quel sistema ha sempre scelto con coscienza di prendere le distanze. Scelta difficile per la sorella del capocosca locale e moglie di uno dei suoi soldati più fedeli che gestisce lo spaccio nel milanese. Nulla, però, spaventa Lea, se non l’idea di non poter permettere un futuro sereno alla figlia Denise.

Il codice non scritto della ‘ndrangheta impone che chi tradisce paga con la vita. Dura lex sed lex: Lea fa i nomi e denuncia il marito Carlo Cosco accusandolo di omicidio, “meritandosi”, così, la condanna a morte della ‘ndrangheta. Trascorrono anni in cui Lea e Denise si nascondono dalle minacce della ‘ndrangheta grazie ad un programma di protezione, che però non riuscirà a proteggere la donna dalla fine cui era stata destinata. Lea viene uccisa dall’ex marito il 24 novembre del 2009 in un appartamento di Milano in cui la donna si era recata probabilmente per discutere con l’uomo del futuro delle figlia. Un colpo alla testa e poi il corpo sparisce. Solo nel 2012 i resti di Lea verranno rinvenuti in un campo nel brianzolo: il suo corpo senza vita fu fatto bruciare per tre giorni perché di lei non restasse più nulla.

Nascere in terra di ‘ndrangheta significa nascere donna di ‘ndrangheta per Lea. Marco Tullio Giordana racconta, invece, come questa donna riesca a sovvertire il proprio destino, a rompere gli schemi culturali in cui la commistione tra mafia e famiglia è assoluta, per consegnare, invece, l’immagine di una donna il cui tratto distintivo è quello del coraggio. Quella di Lea è la storia di una donna che vince nonostante la morte. Quella di Lea è la storia di uno Stato che perde, perché non riesce a salvare un cittadino nel mirino delle mafie. Quella di Lea è, però, soprattutto la storia di una donna che apre una crepa nella cortina impenetrabile del sistema ‘ndrangheta, fino a farlo implodere. Lea sovverte tutte le regole: stravolge la figura della donna ‘ndranghetista che supporta fino alla morte il suo uomo, stravolge la figura del membro della famiglia ‘ndranghetista che tace anche sotto tortura pur di non far crollare la fortezza che difende, confuta una cultura secolare che si regge proprio sulla fedeltà dei propri membri. «Lea, hai seguito la tua coscienza per rompere un codice di odio e di mafiosità. Hai condotto con le tue piccole, grandi forze la tua scelta di libertà. Lea, hai visto, sentito e testimoniato», ha affermato don Luigi Ciotti, che con Libera ha percorso un pezzo di strada con Lea.

Il film di Marco Tullio Giordana s’intitola “Lea” ed è un omaggio alla vita di Lea e a quella della figlia Denise, che, sulle orme della madre, ha deciso di denunciare il padre divenendo ella stessa modello civile di coraggio e impegno. Il film verrà proiettato in anteprima in apertura del Roma Fiction Fest 2015, l’11 novembre e mercoledì 18 novembre, invece, verrà trasmesso su Rai Uno.

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