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Golpe in Burkina Faso, periferia del mondo ignorata dai media italiani

 

L’International New York Times ieri mattina apriva con la notizia del golpe in Burkina Faso. Nel nostro paese, “il Manifesto” a parte che ha pubblicato un ampio articolo, della vicenda si trova a malapena traccia in un box e una foto notizia su un paio di quotidiani.

Non è la prima volta che evidenziamo tale stortura, né sarà l’ultima. Ne siamo coscienti. Ci sono guerre dimenticate, morti che sembrano meno gravi di altre, massacri ignorati perché ritenuti ineludibili non solo dai governi che fanno finta di non vedere, ma anche dai media che non li raccontano per motivi di audience.

Poco importa della portata del fatto avvenuto, il Burkina Faso è talmente lontano che molti non sanno neanche collocarlo geograficamente.
Eppure in ogni redazione nelle scorse ore era chiara la gravità di quanto stesse avvenendo.
Tutti sapevano che la guardia presidenziale aveva arrestato il presidente ad interim, il primo ministro e due membri del governo facendo precipitare il paese dell’Africa occidentale nel caos e nell’incertezza assoluta. Tutto ciò a poche settimane dalle prime elezioni libere dopo la cacciata di Blaise Compaoré, detronizzato lo scorso anno dopo 27 anni al potere sull’onda di una sollevazione popolare infiammata dall’annuncio di una sua ennesima candidatura.

Il governo di transizione, che ne era seguito, stava traghettando il Burkina Faso verso un voto democratico, previsto per il prossimo ottobre. Mercoledì scorso la Commissione per la Riconciliazione e le Riforme aveva presentato un rapporto che evidenziava la necessità di istituire una Corte speciale per indagare sugli anni del regime di Compaoré. L’organo indipendente aveva inoltre chiesto di annullare l’amnistia per gli ex capi di stato, di sciogliere il reggimento di sicurezza (ovvero la guardia del presidente) e di indire un referendum sulla nuova Costituzione.
Il golpe ha scatenato proteste di piazza fuori del palazzo presidenziale, dove erano tenuti prigionieri gli esponenti del governo. I militari hanno risposto sparando, in un primo momento, in aria per disperdere le centinaia di manifestanti. Poi hanno cominciato ad abbassare la mira: decine le vittime.
Le prime confuse notizie su quanto stesse accadendo sono trapelate nella serata del 16 settembre, la conferma è arrivata il giorno dopo, quando alle 7,30 un ufficiale è comparso alla tv nazionale annunciando le dimissioni del presidente di transizione, Michel Kafando, e il suo arresto insieme al primo ministro Isaac Zida e due ministri, Augustin Loada e Rene Bagoro.

Il portavoce dei golpisti ha dichiarato che il “Consiglio Nazionale della democrazia”, denominazione che si sono dati i promotori del colpo di stato, aveva imposto il coprifuoco e chiuso le frontiere. La condanna internazionale è stata rapida, sia le Nazioni Unite che l’Unione africana hanno chiesto l’immediato rilascio di Kafando e degli altri prigionieri.
Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si è detto ‘indignato’ dagli sviluppi delle tensioni che da settimane tenevano in allerta i vertici del Palazzo di Vetro.

I membri della potente guardia presidenziale, rimasta fedele a Compoaré, hanno agito in tempi rapidi. Hanno sospeso le trasmissioni di Radio France International e la radio locale Omega, emittente indipendente che, come ha raccontato il direttore Alpha Barry a France TV24, ha dovuto interrompere la programmazione sotto la minaccia delle armi.

Insomma una situazione esplosiva, un grave attacco alla sovranità popolare con violenze e soprusi  nei confronti di cittadini che null’altro chiedevano che prendere in mano il proprio destino e decidere democraticamente chi dovesse guidare il Paese. Ma nulla, nei nostri tg e sui principali quotidiani italiani la notizia del golpe in Burkina Faso non ha trovato spazio.
Ogni attenzione è puntata sui conflitti di serie “A”, quelli che non si possono ignorare per gli interessi economici e politici che li caratterizzano.

Si dedica molto spazio, giustamente, alle tensioni in Medio Oriente o all’emergenza immigrazione, mentre non se ne dedica alcuno, ingiustamente, a genocidi come quello in atto, ad esempio, nella Repubblica Centroafricana e in Sudan. Nulla di nuovo, si sa: una storia che si ripete in nome dello share. A ricordarlo – anche questo è noto – si passa per buonisti.
Parlarne, invece, è un atto di denuncia che non deve cessare: tenere accesa la fiammella dei valori, dei principi, dei diritti è un dovere prima ancora di un atto di dignità per chi crede in un’informazione che illumini le periferie del mondo, quelle lontane, dimenticate.

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