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Assolta la Knox, condannati i media?

 

Con una forza demolitrice tutt’altro che usuale nei sacri palazzi della giustizia italiana, la Corte di Cassazione ha definitivamente annullato la condanna nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ritenendo ogni ulteriore accertamento giudiziario nei loro confronti del tutto inutile, data l’irrimediabile approssimazione con cui sarebbero state condotte le indagini da parte degli inquirenti. Sono destinati a rimanere per sempre ignoti, pertanto, i nomi di coloro che hanno concorso con il cittadino ivoriano Rudy Guede nell’efferato omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nella notte fra il 1° ed il 2 novembre del 2007. Secondo la Suprema Corte, non è stato possibile pervenire “oltre ogni ragionevole dubbio” alla verità circa l’asserita responsabilità degli imputati a causa dei macroscopici errori commessi nell’itinerario processuale: «un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante di clamorose defaillances o “amnesie” investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine, che, ove poste in essere, avrebbero, con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell’estraneità degli odierni ricorrenti».

Fra le righe della sentenza n. 36080 del 2015 della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione vi è una precisa indicazione delle responsabilità a cui si deve far risalire questo innegabile fallimento investigativo. I gravi svarioni che hanno condizionato l’esito della vicenda penale sarebbero stati in buona parte determinati, per i giudici del sommo collegio, dalle pressioni della stampa interna ed internazionale che avrebbero inesorabilmente condizionato ed anzi inficiato il lavoro degli inquirenti: «un inusitato clamore mediatico della vicenda, dovuto non solo alle drammatiche modalità della morte di una ventiduenne, tanto assurda ed incomprensibile nella sua genesi, ma anche ma anche alla nazionalità delle persone coinvolte (una cittadina statunitense, la Knox, accusata di concorso nell’omicidio di una coetanea, sua coinquilina nella condivisione di un’esperienza di studio all’estero; una cittadina inglese, Meredith Kercher, rimasta uccisa in circostanze misteriose nel luogo in cui, verosimilmente, si sentiva più protetta, ossia a “casa sua”), e dunque ai riflessi “internazionali” della stessa vicenda, ha fatto sì che le indagini subissero un’improvvisa accelerazione, che, nella spasmodica ricerca di uno o più colpevoli da consegnare all’opinione pubblica internazionale, non ha certamente giovato alla ricerca della verità sostanziale, che, in problematiche fattispecie omicidiarie, come quella in esame, ha come ineludibile postulato non solo la tempistica, ma anche la compiutezza e correttezza dell’attività investigativa».

Sono parole che pesano come macigni. «Non solo, ma l’attenzione mediatica – tuona la Suprema Corte – oltre a non giovare alla ricerca della verità, ha prodotto ulteriori riflessi pregiudizievoli, quanto meno in termini di “diseconomia processuale”, ingenerando indebito “rumore” (nell’accezione informatica), non tanto sul versante della tardiva disponibilità alla testimonianza, da parte di determinate persone (considerato che in tal caso si tratta, pur sempre di verifica di attendibilità dei relativi contributi dichiarativi), quanto dell’irruzione nel processo di estemporanee propalazioni di soggetti detenuti, di collaudato spessore criminale, di certo non insensibili ad istanze di mitomania e di protagonismo giudiziario, capaci comunque di assicurare loro la ribalta anche televisiva, spezzando, almeno per un giorno, il grigiore del regime carcerario».

È la prima volta, nella nostra storia giudiziaria, che la Cassazione denuncia in maniera tanto sferzante ed esplicita il condizionamento dei media sulle dinamiche e sugli esiti di un processo penale. Dalla vicenda Montesi sino ai più recenti casi giudiziari relativi agli omicidi di Samuele Lorenzi, Chiara Poggi, Melania Rea, o alla scomparsa di Roberta Ragusa o ancora, da ultimo, alle devastanti aggressioni perpetrate da Alexander Boettcher e Martina Levato, i mass media hanno innegabilmente esercitato un ruolo attivo nella liturgia del procedimento penale, consentendo a tutti i cittadini-spettatori di “accomodarsi” virtualmente in prima fila nelle aule giudiziarie; di dividersi fra “colpevolisti” e “innocentisti”, equamente rappresentati nei salotti dei talk show di seconda serata. D’altronde, come spiegava Franco Cordero, uno dei più insigni giuristi viventi, «nel rituale accusatorio, è spettacolo l’intero avvenimento giudiziario».

Ciò è inevitabile e, in un certo qual senso, doveroso in uno Stato di diritto in cui la giustizia viene amministrata in nome del popolo. Fa impressione, però, leggere in una pronuncia della suprema giurisdizione di questo Paese che tutto ciò ha comportato, in questo caso specifico, lo sconcertante smarrimento degli inquirenti che, invece di rincorrere la verità, sarebbero stati vinti ed avvinti da una «spasmodica ricerca di uno o più colpevoli da consegnare all’opinione pubblica internazionale». Nessuno saprà mai chi ha aiutato Rudy Guede ad uccidere Meredith Kercher. È un tema di cui non si parlerà mai più innanzi ad una Corte di Assise. Nella società della comunicazione, ne parleranno ancora a lungo, molto a lungo, solo i mass media. Un dato di fatto che deve scuotere ogni coscienza e che ci deve indurre a rilanciare il dibattito, mai sopito, sul presente e sul futuro della cronaca e dell’infotainment giudiziario.

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