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Le parole dell’odio coprono le urla di dolore dei morti nelle stive dei barconi

 

Scriveva nel 1963 Primo Levi nel libro ‘La tregua’: “Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?”.
Stereotipi ripetuti fino a diventare verità indiscutibili, frasi fatte per raccontare realtà complesse, semplificazioni per rendere alcuni uomini e donne meno persone, come è successo sotto il nazismo e il fascismo con gli ebrei, come è accaduto in Rwanda con i tutsi e come succede oggi anche da noi con i rom, gli stranieri, i migranti, i richiedenti asilo, i detenuti, i tossicodipendenti, i poveri.
“Il potere del mezzo di comunicazione di creare e distruggere i valori umani fondamentali è dotato di enorme responsabilità. Coloro che controllano tale mezzo sono responsabili delle sue conseguenze”. Sono le parole della giudice del Tribunale per i crimini del Rwanda Navanethem Pillay, nel pronunciare la sentenza di condanna per genocidio nei confronti dei responsabili dei cosiddetti media dell’odio, quelli che senza armi hanno “causato la morte di migliaia di civili innocenti” e per questo sono stati condannati per genocidio.

Le parole dell’odio coprono le urla di dolore dei morti nelle stive dei barconi, o schiacciati dai Tir in cui si sono nascosti, o travolti dai treni mentre camminano sulle rotaie per arrivare a piedi in Europa dall’Afghanistan, o per raggiungere la Gran Bretagna attraverso il tunnel della Manica, aggrappati sugli scogli di Ventimiglia, appesi lungo il filo spinato che protegge la fortezza  europa dagli assalti dei poveri a Ceuta e Melilla, nelle foreste della Macedonia, attaccati ai cadaveri di chi è già morto in mare.
I luoghi comuni guidano le penne e i microfoni dei giornalisti, le dichiarazioni della politica, le scalette dei Tg, l’impaginazione dei giornali. Vince chi la spara più grossa: avrà più spazio e porterà più ascolti. Il resto non conta.

Allora una campagna contro le parole dell’odio, contro i media dell’odio, ma anche i social media dove tutto sembra consentito, potrebbe diventare la prima campagna del sito “Illuminiamo le periferie”, il cosiddetto sito dei siti, il progetto lanciato ad Assisi poco meno di un anno fa che in questi mesi ha visto realtà del mondo dell’associazionismo e dei media lavorare insieme.
Una campagna per restituire il giusto peso alle parole, alla realtà, alle fonti, alle domande (da porre e da porsi), alle persone, ai valori, al diritto e alla giustizia.
Una campagna per fermare la politica e i media dell’odio e del nemico.
Una campagna per combattere la “lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni”.

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