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Le amarezze di una prof di musica, precaria e pendolare, in una lettera significativa

 

Si chiama Marina Toppan, ed è una pianista. La sua storia di docente precaria e pendolare di musica (in tutta l’Italia) è raccontata in questa lettera, amarissima ma eloquente e vera, che qui riportiamo. Invitiamo docenti, studenti, famiglie a raccontarci le loro esperienze. Il passaggio più importante della lettera, che già qui segnaliamo, è contenuto in una frase: “nonostante sia precaria, in questi anni mi tranquillizzava almeno il fatto di essere in una graduatoria provinciale”…

“Che in Italia le situazioni paradossali siano all’ordine del giorno non è purtroppo una novità. E nemmeno il fatto che l’Italia sia un paese inospitale per persone dotate di passione, talento, voglia di fare, paese che non è mai stato in grado di valorizzare le proprie risorse umane, in particolare le donne (le politiche di sostegno della famiglia potrebbero efficacemente essere riassunte nella frase: ‘hai voluto la bicicletta, pedala’).

L’attuale piano straordinario di assunzioni del personale precario della scuola ne è una ennesima prova.

Sono una ex docente di ruolo di Conservatorio, che da anni tenta inutilmente di rientrare nel comparto della scuola statale, per l’insegnamento dello strumento musicale nella scuola media.

Il ministro Giannini alcuni giorni fa ha esortato i precari ad accettare la mobilità su scala nazionale prevista all’ultimo momento dal piano di assunzioni, non comprendendo le ragioni per cui molti rifiutino una tale opportunità. Io di mobilità me ne intendo, e parecchio.

Nel 1997, a 31 anni, vinsi una cattedra di Pianoforte Principale presso il Conservatorio di Cosenza, dopo un lungo e selettivo concorso per titoli ed esami, su scala nazionale (risultai 42^ in graduatoria nazionale).

Friulana, ma residente a Firenze con la mia famiglia, mi trovai nella condizione di ‘prendere o lasciare’, pena la cancellazione definitiva Non mi dilungo sui motivi che mi portarono, dopo sette anni di ruolo e alcune aspettative senza assegni per motivi di famiglia, a porre fine al mio estenuante e dispendioso pendolarismo su scala nazionale (in breve: figli all’epoca piccolissimi; una sequenza ininterrotta di improvvisi ricoveri ospedalieri e svariate malattie terminali dei genitori miei e di mio marito, che nel frattempo aveva trovato lavoro a Bologna; scarsissime prospettive di trasferimento, in tempi ragionevoli, su cattedre che non fossero oltre il raggio di 400-500 km da casa; totale mancanza di una rete familiare di appoggio).

Nel dare le dimissioni dal Conservatorio sapevo che sarebbe stato arduo rientrare nel circuito della scuola statale, in cui peraltro risultavo non abilitata per la classe di strumento musicale nella scuola media, nel frattempo istituita (non rientrai all’epoca nell’unico corso abilitante riservato ai precari di strumento musicale proprio perché avevo ormai vinto la cattedra in Conservatorio, e non ero più supplente).

Vorrei peraltro ricordare che in Italia i concorsi di abilitazione sono stati bloccati per un decennio (dal 1990 al 1999), penalizzando fortemente chi come me si era laureato, oltretutto in regola con gli esami e con lode, nei mesi immediatamente successivi all’ultimo concorso utile (mi sono laureata in lettere nell’ottobre 1990).

Per poter riprendere a fare supplenze, a 40 anni ho frequentato due bienni abilitanti di II livello in Conservatorio (educazione musicale nelle scuole medie e superiori, e strumento musicale nella scuola media), con esame di ammissione e obbligo di frequenza, corsi nei quali peraltro avrei potuto essere uno dei docenti, se non avessi dato le dimissioni dal posto in Conservatorio.

Gli assurdi e macchinosi criteri di reclutamento della scuola italiana, soggetti a continui aggiustamenti e parziali modifiche nel corso degli anni, hanno fatto sì che mi sia anche ritrovata ‘non idonea’ per l’insegnamento di Pianoforte, all’atto dell’istituzione del Liceo Musicale (non avevo mai effettuato alcun giorno di supplenza di Pianoforte in una qualche scuola superiore, titolo che ho provveduto a colmare nei due anni successivi, ma inutilmente, dato che un nuovo cambio di normativa ha stabilito di utilizzare il personale già di ruolo nella scuola media per colmare le cattedre).

Attualmente mi trovo relegata, nelle GaE, graduatoria ad esaurimento, di strumento musicale della provincia di Firenze, in una IV fascia, con un punteggio maggiore di tutti coloro che mi precedono (superiore, ad esempio, a chi è entrato di ruolo l’anno scorso), e bisogna tenere presente che gli anni di insegnamento in Conservatorio mi sono valutati per metà rispetto a quelli di insegnamento alle medie.

Quanto meno, ho ripreso a fare supplenze, e ho potuto gestire con successo una complicata situazione logistico-familiare-assistenziale, protrattasi per un periodo talmente lungo che sei anni fa mi sono trovata a rifiutare – nuovamente, e con non poca sofferenza – una seconda cattedra in Conservatorio, di Pianoforte Complementare, questa volta a Salerno.

Ho sinceramente sperato che la riforma della scuola potesse portare a risolvere finalmente le storture di un sistema di reclutamento che ha reso labirintiche ed esasperanti le carriere lavorative dei docenti della scuola italiana.

Nonostante sia precaria, in questi anni mi tranquillizzava almeno il fatto di essere in una graduatoria provinciale.

Ora mi ritrovo di punto in bianco nuovamente catapultata su una graduatoria nazionale, in cui la selezione non avverrà in base al merito dei singoli, ma in base alle loro possibilità, anche economiche, di accettare o meno il posto (lo spettro è la cancellazione da tutte le graduatorie; l’alternativa, altrettanto punitiva, nel caso non si faccia domanda, è di restare precari a vita: nei prossimi anni coloro che avranno accettato il ruolo e che ora sono in graduatoria dopo di me chiederanno di rientrare sulla mia provincia), penalizzando drammaticamente le famiglie e, come sempre avviene in Italia, le donne in primis.

Gentile ministro Giannini, l’ubicazione del proprio posto di lavoro non è un fattore secondario.

Quando un posto di lavoro comporta più spese che introiti (per coloro che non abbiano alle spalle un cospicuo patrimonio), in mancanza di appoggi familiari esterni, la decisione purtroppo avviene da sé.

In questi anni mi sono spesso domandata, ad esempio, perché mai il sistema dei Conservatori in Italia abbia dovuto essere organizzato su scala nazionale e non, come avviene per l’Università, su scala locale (all’Università il candidato presenta domanda su un singolo Ateneo e non sulla totalità del territorio nazionale).

All’epoca, sarebbe stato sufficiente per me poter escludere alcune sedi dalla scelta dei posti disponibili, pur mantenendo il mio posto in graduatoria, per evitare di rendere la mia carriera lavorativa un calvario senza via d’uscita.

Attualmente, io non posso trovarmi nella condizione di essere costretta a rifiutare l’ennesimo posto eccessivamente lontano, né correre il rischio di essere totalmente cancellata da tutte le graduatorie in cui sono riuscita tanto faticosamente a reinserirmi.

Sarebbe compito del legislatore agire con intelligenza per creare meccanismi che realmente permettano di creare le migliori condizioni di lavoro, e sarebbe vantaggio di tutti valorizzare le risorse migliori che il paese ha da offrire.

Trovo stupido e controproducente un provvedimento che si accanisce immotivatamente su una categoria, quella dei precari, già ampiamente provata fisicamente e psicologicamente.

Precari che si ritrovano ad essere tali spesso per fattori puramente casuali e non perché non sono stati abbastanza bravi: si tenga presente che se non fossi riuscita a superare due concorsi per i Conservatori, né avessi conseguito tutti i titoli successivi, e avessi semplicemente continuato a fare supplenze, da molti anni sarei di ruolo alla scuola media e sarei attualmente in utilizzazione al Liceo Musicale.

Anche in questa occasione, non posso far altro che constatare come il merito sia in realtà l’ultima cosa ad essere presa in considerazione.

E prendo atto in maniera definitiva che il sistema scolastico italiano delle mie competenze non sa proprio che farsene.

Un cordiale saluto”.

Da jobsnews

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