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Condannati Fahmy, Mohamed, Greste. La stampa in Egitto sempre più imbavagliata

 

Questa mattina un tribunale del Cairo ha condannato in appello Mohammed Fahmy, Baher Mohamed e Peter Greste, giornalisti di Al Jazeera International, a tre anni di reclusione. L’accusa contro di loro e’ di aver diffuso notizie false e di aver appoggiato l’ex presidente Morsi e il suo movimento, quello dei Fratelli Musulmani. I tre erano stati arrestati nel dicembre del 2013 e rilasciati su cauzione dopo oltre un anno di prigionia. Una prima condanna era stata annullata, ora questa sentenza del processo d’appello.

“E’un giorno buio per il sistema giudiziario egiziano. Il giornalismo non e’ un crimine”. Giles Trendle, attuale direttore del canale in inglese dell’emittente del Qatar  Al Jazeera, ha commentato così.

Che l’emittente del Qatar abbia avuto un ruolo attivo dall’inizio delle rivolte nei paesi arabi e’ noto a tutti, soprattutto a coloro che hanno seguito fin dagli esordi quei movimenti che hanno attraversato le frontiere del Nord Africa e del Medio Oriente dal 2011 in poi, portando alla caduta di regimi decennali. Il Qatar da sempre sostenitore del movimento dei Fratelli Musulmani, ha usato il suo canale satellitare in arabo come strumento politico. Ma da questo ruolo si era da sempre smarcato il canale in inglese, uno dei piu’ attenti a realta’ spesso dimenticate dalla stampa mainstream e per questo canale lavoravano i tre giornalisti.

Il loro arresto pero’ era avvenuto all’indomani di una repressione durissima che l’allora capo di stato maggiore dell’esercito egiziano, l’attuale presidente Al Sisi, aveva guidato contro i Fratelli Musulmani e i loro sostenitori. Mohammed Fahmy, Baher Mohamed e Peter Greste, hanno trascorso quasi un anno in carcere prima di essere rilasciati dietro cauzione. Greste, di nazionalita’ australiana,  espulso dall’Egitto lo scorso febbraio e oggi condannato “in absentia”,  da Sidney ha dichiarato che questa sentenza nasconde motivazioni politiche e ha come obiettivo intimidire tutta la stampa. I due colleghi di Greste, anche loro rilasciati su cauzione, erano rimasti al Cairo e per loro e’ nuovamente scattato l’arresto.

In queste ore le reazioni di condanna per questa sentenza a livello internazionale si stanno moltiplicando, ma e’ difficile immaginare che nell’immediato porteranno a un cambiamento da parte delle autorita’ egiziane.

Solo un paio di settimane fa una durissima legge anti-terrorismo e’ stata approvata dal governo del Cairo che prevede sanzioni pesantissime per i giornalisti che si permetteranno di divulgare notizie non in linea con i comunicati ufficiali delle autorita’.

Un bavaglio che si aggiunge a una censura non tanto strisciante che da mesi serpeggia nei network televisivi come nei quotidiani.

Il caso dei tre giornalisti di Al Jazeera International e’ stato il piu’ eclatante in quanto ha colpito un’emittente straniera, ma il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ricorda che ci sono almeno una ventina di reporters egiziani attualmente in carcere. Se si interpellano le autorita’, ci si sente rispondere che anche nel loro caso l’accusa e’ quella di essersi macchiati di atti di terrorismo, una categoria nella quale ormai rientra la scelta di pubblicare notizie legate al movimento islamista della Fratellanza Musulmana, dichiarato fuorilegge lo scorso anno.

Censura, auto-censura, paura… La stampa in Egitto lavora sempre piu’ imbavagliata. Shahira Amin, giornalista televisiva molto critica nei confronti del nuovo regime, solo pochi giorni fa spiegava che una forte ondata nazionalistica sta travolgendo gli egiziani e sono poche le voci contro. Eppure sottolineava che ora piu’ che mai e’ necessario che ci sia unita’ tra i giornalisti egiziani affinche’ la liberta’ di espressione venga tutelata e difesa. A battersi per questa sono soprattutto i giovani giornalisti che pero’ ora chiedono di non essere lasciati soli.

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